Un fallimento e un successo messi sul piatto della bilancia del Consiglio nazionale transitorio libico. Prima il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come unico legittimo rappresentante al Palazzo di Vetro, in occasione della sessantaseiesima Assemblea Generale dell’Onu, poi il nulla di fatto nella creazione del nuovo governo di transizione, a causa delle profonde divergenze interne. Mahmoud Jibril ha dovuto annunciare, domenica scorsa, uno slittamento a data da destinarsi.
E così mentre il CNT conferma di avere ormai il sostegno di quasi tutta la platea internazionale (nonostante l’opposizione palese di diciassette paesi fra cui Venezuela, Cuba e Nicaragua) e dei Friends of Libya (il gruppo costituitosi in occasione della conferenza di Parigi del 1° settembre), al suo interno deve fare ancora i conti con le divisioni politiche che per ora hanno impedito di portare a termine il primo obiettivo veramente importante per la transizione. Tutto questo mentre, abbassati i riflettori, si continua a combattere piuttosto intensamente a Bani Walid e a Sirte, città simbolo- roccaforte del Colonnello.
“Tutto dipenderà dalla formazione del nuovo governo e dalla nuova costituzione”, aveva detto solo pochi giorni fa Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani di Roma e professore di Scienze Politiche e Affari Internazionali alla John Cabot University e alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Bologna. E gli ultimi fatti parlano della difficoltà di mettere d’accordo le diverse anime di questo consiglio transitorio, una formazione anomala già nella sua stessa genesi, come sottolinea l’analista italo-libico.
“Non si è ben capito come una rivolta considerata spontanea abbia potuto produrre nel giro di una settimana un consiglio nazionale di transizione così organizzato”, in cui poi, col tempo, sono venuti fuori contrasti collegati alle diverse personalità e a quei personaggi che hanno tentato di acquisire maggior rilievo. È il caso di “Shammam (Mahmoud Shammam è il responsabile dei media, ndr) o Ghoga (Abdul Hafiz Ghoga, vicepresidente del CNT. ndr) che non avendo un proprio peso specifico hanno premuto nel tentare di averlo, o di Jibril che conta più all’estero che a Tripoli”. E invece “il comandante militare Abdel Younis, l’unico che forse aveva il carisma sufficiente, è stato ucciso dagli islamisti che, a loro volta, sono divisi fra radicali e meno radicali”.
Lo stallo nella creazione dell’esecutivo ad interim pare sia stato causato proprio dalle difficoltà di attribuire agli islamisti il giusto peso, almeno sulla base del ruolo avuto nel corso della guerra. Abdel Hakim Belhadj, conosciuto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea come qaedista, per aver combattuto in Afghanistan prima contro i russi e per essersi unito poi ai Talebani, è ora a capo del Consiglio militare di Tripoli. La scorsa settimana, poi, lo sheikh Ali Salabi – padre spirituale degli islamici in Libia, membro dell’International Union for Muslim Scholars e colui che trattò con Saif al Islam Gheddafi la liberazione di Belhadj dalla prigione di Abu Salim – ha rilasciato un’intervista pubblicata da Al Jazeera in cui accusa alcuni membri del CNT di voler espropriare il popolo della propria rivoluzione, sottolineando come molti di loro, a lungo in esilio all’estero, non fossero “tra la gente che stava combattendo quando la rivoluzione è scoppiata”. E ancora Salabi ha attaccato anche gli elementi del CNT simbolo di un laicismo più spinto come Mahmoud Shammam, Ali Tarhouni e Abdel Rahman Shalqam. C’è poi la questione di chi ha avuto un ruolo fondamentale nella guerra come i ribelli di Misurata o come quelli di Derna, Beida o delle montagne, del Jebel Nefusa.
“Coloro che hanno combattuto e sono stati sotto assedio per settimane – spiega infatti Mezran – rivendicheranno un ruolo che Tripoli e Bengasi non sono disposto a dare loro”.
Al di là di queste spinte centrifughe c’è un elemento però che potrebbe avere nel caso libico un forte potere aggregante ed è l’elemento economico: la possibilità di gestire tutti i fondi a disposizione e i contratti con la sponda europea “dovrebbe spingere tutti a trovare un accordo piuttosto che demolirlo”.
Resta il fatto, però, che ciò che accade ora in Libia ha spinto molti a pensare al Libano della guerra civile, per via delle profonde tensioni e divisioni interne, o addirittura all’Iraq delle infiltrazioni qaediste e degli attacchi kamikaze. Secondo il direttore del Centro Studi Americani, però, “la Libia, a differenza di altri Paesi, non ha quelle divisioni tra etnie e confessioni che creano delle appartenenze primordiali basiche. In Libia esistono legami familiari e personali sparsi in tutto il Paese. Il mio esempio: io sono di Tripoli eppure ho parenti a Misurata e a Bengasi”, dice. “È quindi molto più difficile che si creino grosse divisioni e grossi rancori sedimentati. Sono possibili, ma manca l’omogeneità delle ripartizioni”. Difficile anche uno scenario caratterizzato da infiltrazioni terroristiche di stampo islamista, stile iracheno. L’esistenza dei campi di addestramento di al Qaeda a Derna è cosa nota, come pure lo spostamento di molti dei qaedisti a Tripoli, ma “se gli islamisti verranno cooptati nel gioco politico non credo possano esserci simili rischi”, prosegue Mezran.
“In Libia ci sarà violenza perché ci sono troppe armi in giro, ma una violenza di tipo organizzato come in Iraq mi sembra improbabile perché mancano le divisioni etniche e confessionali che producono questo tipo di odio. A meno che non si crei una repressione anti-islamica, supportando la parte laica del Paese. Tutto dipenderà comunque dalla formazione del nuovo governo e dalla nuova costituzione. E dalla cattura di Gheddafi”.