L’eredità palestinese, e araba.
Elisa Pierandrei 27 settembre 2011

Quella palestinese è La questione araba per eccellenza. Tanto che chi segue le vicende mediorientali si augura soprattutto – come conquista finale della Primavera araba – il riconoscimento di uno Stato Palestinese indipendente. Nel tentativo di rilanciare il processo di pace in stallo da mesi, il 23 settembre scorso il presidente dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) Abu Mazen ha lanciato un’azione all’Onu in favore dell’ammissione della Palestina come Stato Membro numero 194. Anche le rivolte arabe che finora si erano concentrate sui problemi di democrazia interna, senza bruciare bandiere israeliane in piazza, in questa fase hanno riscoperto la battaglia per la Palestina come elemento unificante, anche a causa del totale blocco del processo di pace.

Il risultato di questa ‘traversata nel deserto’ del leader palestinese (che durerà mesi), non è affatto scontato. Anzi. C’è innanzitutto l’opposizione di Usa e Israele. Inoltre molti ritengono che rivolgersi all’Onu sia stata una scelta obbligata per la leadership palestinese che si trova in un vicolo cieco dopo aver scommesso per venti anni solo sui negoziati, senza proporre soluzioni internazionali.

L’eredità è  il titolo di un romanzo, uscito per la casa editrice sarda Ilisso, capace di affrontare in maniera critica il disincanto surreale che i ‘fratelli arabi’ dei Territori (gonfi di speranza e scesi pacificamente in piazza venerdì 23 settembre) provano in quanto privati da troppo tempo della terra madre. Sono “stremati” come un “Che Guevara che è tornato in fondo alla valle a trascinare il suo macigno, come lo trascinò Sisifo a suo tempo”, dice il cugino Mazen, che era emigrato nella sfolgorante Beirut. Prima o poi ci si renderà conto che stanno perdendo i loro “sogni nel mercato del rubato”. A volte si sentono soffocare: “Vorrei uscire dalla mia pelle e fuggire a Francoforte o a Berlino – dice ancora Mazen, alcune pagine più in là – Kamal è fuggito, è fuggito con la sua pelle, mentre io sono rimasto con la mia, che non ce la fa a contenermi. Io mi vergogno di me e delle mie condizioni”.

Scritto da Sahar Khalifa (Nablus, Cisgiordania 1941), la maggiore rappresentante della letteratura palestinese contemporanea e tra i più importanti scrittori arabi di oggi, L’eredità racconta le vicende di una famiglia palestinese residente nel piccolo villaggio di Wadi al-Rihan attraverso lo sguardo critico della cugina Zeinab, giovane antropologa newyorkese di padre palestinese e madre americana, che ritorna in una patria mai visitata prima se non nei sogni e nei ricordi del padre.  A convincere è soprattutto il racconto della vita quotidiana dei singoli palestinesi. Ne emerge il ritratto di un mondo più complicato e conflittuale di come la protagonista lo avesse mai potuto immaginare, in cui restare vivi spesso significa fuggire. Ad Amman, per esempio: “Laggiù, almeno, c’erano una polizia, un esercito, forse di sicurezza e un governo”, dice uno dei cugini di Zainab, mentre a Wadi Rihan “l’assassinato veniva sepolto senza neanche un funerale”.

Sahar Khalifa, che oggi vive proprio ad Amman, nei suoi scritti indaga bene i vari aspetti del dolore del suo popolo. Il romanzo per lei è il mezzo per trasmettere una forma di lotta, un impegno, un modo per partecipare alla lotta palestinese. È attenta soprattutto alla condizione femminile in una società patriarcale come quella araba, in cui le condizioni di vita diventano più dure per le donne che per questo sono soggette, dice l’autrice, ad “una doppia occupazione”. La famiglia scelse per Khalifa l’uomo che avrebbe dovuto sposare (e che sposò a 18 anni). Le fu promesso che avrebbe potuto continuare a studiare, ma tutte le sue speranze furono deluse. Nei tredici anni di matrimonio si rifugiò nella lettura, studiando da autodidatta. Lesse Simone de Beauvoir, Sartre, Kafka, Dostoevskij e Naguib Mahfuz, (premio Nobel arabo per la letteratura). Dopo il divorzio, riuscì ad avere l’affidamento delle due figlie, e tornò a Bir Zeit dove si iscrisse all’università (studiò anche nell’Università del North Carolina). Nel frattempo, si trovò un lavoro, che le permise di mantenere le sue figlie.

L’eredità stupisce – oltre all’intenso finale – perché, nonostante sia stato pubblicato in arabo nel 1997, risulta oggi, trascorsi ben 14 anni (e una seconda Intifada, una road-map, un 11 settembre, la morte di Arafat e una Primavera araba) di grande attualità. Come se in Cisgiordania si respirasse ancora la stessa aria. Allora come adesso, c’è una vita segnata dall’incubo dei check-point per cui puoi perdere la vita. Nel romanzo, la cugina Nahla rimane bloccata a Nablus in seguito all’omicidio di un autotrasportatore di benzina: “La città venne chiusa e circondata, fu ordinato il coprifuoco ed ebbero inizio le perquisizioni frenetiche  alla ricerca del colpevole. Ma il colpevole si era dileguato … ”.