Rapsodia irachena è un libro sulle parole: sul loro immenso potere, su come esse possano essere allo stesso tempo fraintese e manipolate, sul bisogno dell’uomo di scrivere come di parlare per sentirsi libero. Ma è anche un libro su un Iraq ormai lontano, di cui, oggi, non si parla quasi più. Rapsodia irachena (Feltrinelli, Milano – Euro 10,00 – traduzione dall’arabo di Ramona Ciucani) è il primo romanzo di Sinan Antoon, autore iracheno che, dal 1991, vive in esilio negli Stati Uniti dove insegna Letteratura Araba alla New York University. Forse proprio all’esilio si deve la scelta, compiuta da Antoon, di ambientare le vicende del suo libro nella Baghdad della fine degli anni ’80, nel pieno del conflitto con l’Iran.
Qui, apparentemente per caso, nella sede del Comando centrale della Polizia viene ritrovato un manoscritto, che si scopre essere stato redatto da un giovane detenuto, uno studente di nome Furat. Il Ministero dell’interno dà ordine a un funzionario di trascriverlo, poiché esso è stato scritto in caratteri arabi privi dei cosiddetti punti diacritici, essenziali per determinare l’esatto significato delle parole. Questo, che all’inizio sembra solo un dettaglio, si rivela poi una delle principali chiavi di lettura del testo: imprigionato senza alcuna colpa se non quella di aver manifestato idee contrarie al regime di Saddam Hussein, al giovane Furat sono concesse, anche in prigione, carta e penna. Ma egli non vuole lasciare ai carcerieri la possibilità di usare contro di lui le sue stesse parole. Egli vuole raccontarsi, far sì che il suo bisogno di esprimersi trovi almeno uno sfogo nell’inferno in cui è precipitato, ma allo stesso tempo gioca con i suoi aguzzini e con la loro capacità di comprensione.
In questo modo, Furat rovescia il concetto di potere. Se infatti il regime può arrestarlo e segregarlo senza alcuna accusa reale o perlomeno realistica, e disporre del suo corpo come fosse una proprietà, non può tuttavia impossessarsi del suo pensiero, né usarlo contro di lui se non facendo lo sforzo di “tradurlo”, e dunque non senza l’uso dell’arbitrarietà. Scrive il funzionario incaricato della trascrizione: “Sembra che il testo consista in pensieri sparsi, allucinazioni e ricordi di conversazioni scritti da un detenuto. Ho esitato a lungo sulle modalità di resa delle sconcezze e oscenità menzionate nel manoscritto. Tuttavia ho avuto cura di mantenere il testo originale”.
Il romanzo, dunque, si snoda fra pensieri sparsi, allucinazioni e ricordi di Furat – e come non pensare, almeno per un momento, che nel giovane si specchi anche un po’ l’autore? Ci troviamo così faccia a faccia con uno spaccato dell’Iraq della fine degli anni ’80, quando la dittatura di Saddam Hussein era all’apice della sua potenza e tutte le voci di dissenso erano soppresse con forza. “Vivere qui significa sprecare tre quarti della propria vita ad aspettare. Aspettare cose che raramente arrivano: Godot, la rivoluzione, l’autobus, la fidanzata e via dicendo. Si aspetta così tanto perché anche il tempo è un cittadino sbandato e alienato, che balbetta spaventato e ruzzola sul marciapiede, con la Storia che gli sputa e piscia addosso senza pietà”.
La società irachena che emerge dal libro sembra assuefatta al regime, consapevole e quasi contenta di vivere senza libertà, in cambio di conquiste come l’elettricità in tutte le case, l’emancipazione della donna, scuole e università gratuite e altre cose impensabili anni prima. Neanche i giovani si differenziano dalla massa, la loro vita scandita da cortei e manifestazioni a supporto del regime a cui sono costretti a partecipare, oppure la partenza al fronte per combattere il nemico iraniano. Furat è uno dei pochi ad avere il coraggio di esprimere il proprio dissenso, ma da molti suoi amici è considerato uno sciocco. Riferendosi al suo arresto, il giovane dice: “Era un momento che mi aspettavo da tempo e che non avevo mai avuto la dovuta prudenza di evitare […]. Pensai ad Arij (la fidanzata di Furat, ndr), ai suoi continui avvertimenti. Pensai a mia nonna, alle sue preghiere, alle sue suppliche, alle candele che accendeva ogni giorno in chiesa per la mia incolumità”. La vita di Furat cambia in un istante, lasciandogli solo il passato, dei fogli, una penna e le parole. A noi lettori rimane un libro di rara efficacia e intensità, in cui l’autore riesce a mettere a nudo l’umanità del protagonista, la sua solitudine, il suo dolore, così come l’assurdità della dittatura e l’odiosa crudeltà dell’assolutismo. Un romanzo che si legge davvero d’un fiato.