Se l’Unione Mediterranea è politicamente naufragata trasformandosi in un’innocente creatura priva di uno scopo preciso (L’Unione per il Mediterraneo), retaggio sbiadito dell’oramai defunto processo di Barcellona, culturalmente forse non tutto è andato perduto per l’homo mediterraneus. Certo, era difficile convincere un cittadino medio tedesco ad accettare l’esistenza di una struttura parallela e forse antagonista dell’Unione Europea che agisce in un bacino ben definito implicando diversi paesi che vantano una storia di incontri e scontri millenari e che avrebbe escluso l’Europa del Nord e parte dell’Europa dell’Est. Difficile anche convincere questo stesso cittadino che la differenza tra un villaggio del sud della Sicilia, dell’Andalusia o di un’isola greca ed una cittadina costiera del Maghreb è praticamente minima mentre un abisso culturale e sociale sembra dividere le stesse da una ridente e silenziosa località tedesca. Certo noi conosciamo le preoccupazioni dei tedeschi. Sentendo parlare di Unione Mediterranea hanno immediatamente tradotto: “Unione francese del Mediterraneo” o peggio “Progetto neocoloniale per una presenza più marcata della Francia nel Mediterraneo”.
E’ notorio infatti quanto la Francia sia radicata in questa regione del mondo e quanto forte sia la sua egemonia politica e culturale. Ma è anche notorio quanto sia forte ed atavica la diffidenza tedesca nei confronti di qualsiasi iniziativa francese. Il “no” tedesco infatti non è stato dettato dal timore di creare una “divisione” all’interno dell’Ue, ma dalla pura e semplice paura di un ritorno egemonico della Francia nel Mediterraneo. Di fronte a queste antiche paure la risposta di Angela Merkel e dei responsabili tedeschi è sempre la stessa ed è categorica: “No”. Se progetto sul Mediterraneo ci deve essere, che passi per Bruxelles. Il progetto di Sarkozy infatti non è più nel Mediterraneo: è naufragato nel profondo cuore dell’Europa, a Bruxelles. Ma aver fatto rientrare il progetto inizialmente ambizioso della Francia all’interno del quadro europeo ha prodotto bruciori di stomaco non solo agli estimatori occidentali dell’Unione mediterranea (Francia, Spagna, Italia, Grecia) ma anche ai paesi della riva Sud, che hanno probabilmente perso l’ultima possibilità di essere attori sul versante Oriente-Occidente. Da questo punto di vista anche la scelta di Barcellona come sede del segretariato permanente dell’Unione per il Mediterraneo (Upm) sarà pure – come ha affermato il leader spagnolo Zapatero – “un grande successo della diplomazia spagnola”, ma è in definitiva una sconfitta dell’idea stessa di partenariato.
Un segnale forte della volontà politica dell’Ue di cooperare con i paesi del Maghreb e dell’Oriente mediterraneo sarebbe stato infatti quello di scegliere una capitale del Sud del Mediterraneo. Perchè Barcellona e non Beirut, Damasco o Il Cairo? La scelta di Barcellona riflette esclusivamente la volontà dell’Ue di resuscitare un processo oramai defunto (processo di Barcellona) e soprattutto di rimarcare la «matrice Ue» dell’Unione per il Mediterraneo. Risultato? Anche la Lega Araba ha serrato i ranghi. Se infatti l’UE entra in blocco nell’Unione per il Mediterraneo con una ventina di paesi (su 44) che non hanno nulla a che vedere con il Mediterraneo, perché non dovrebbe fare lo stesso anche la Lega Araba? E perché dunque non coinvolgere nel progetto anche l’Unione Africana? E’ in questo contesto che anche il Marocco ha approfittato del naufragio dell’Unione Mediterranea per rispolverare l’idea di un rilancio, assieme all’Algeria, dell’Unione per il Maghreb arabo. Sul versante dell’Europa dell’Est invece il tentativo di Sarkozy ha provocato l’iniziativa congiunta di Svezia e Polonia che hanno lanciato (e ottenuto dall’UE) un partenariato orientale concernente sei paesi situati lungo la frontiera orientale dell’Europa, che difatti porta anche ad Est il concetto di Unione per il Mediterraneo.
Insomma il tentativo di Unione attorno al Mar Mediterraneo, invece di provocare consensi, ha provocato la proliferazione di particolarismi, divisioni e strutture che si sovrappongono alla già complicata architettura euro-mediterranea. Questa proliferazione inconsulta di organismi ed unioni non provoca necessariamente una moltiplicazione delle possibilità di dialogo, ma ulteriori fraintendimenti tra Nord e Sud (vedi reazione libica). E poi c’è sempre il nodo non sciolto del conflitto israelo-palestinese. Israele, come si sa, apprezza dal punto di vista commerciale ed economico l’UPM, ma la vorrebbe svuotata di qualsiasi contenuto politico. Sarkozy invece (e l’UE) sperano sempre di riutilizzarla come trampolino per rilanciare, probabilmente invano, un altro processo agonizzante: quello per la pace in Medioriente. Ma allora, se dal punto di vista politico l’Unione per il Mediterraneo è un organismo zoppo e senza identità propri,a non tutte le speranze di vedere riconosciuta un’identità mediterranea sono completamente morte.
Infatti ci resta ancora la cultura, sulla quale sia l’Ue che i paesi della sponda Sud sembrano avere le idee molto più chiare, anche perchè è innegabile che esista un patrimonio comune fatto di scambi incessanti. Basta ammirare l’Alahambra in Andalusia o l’architettura di Palermo, le chiese arabo-normanne della costiera amalfitana o l’architettura bizantina di Costantinopoli, per rendersi conto delle innumerevoli testimonianze di un dialogo che è sempre esistito tra le diverse culture del Mediterraneo. Soprattutto la cultura, rispetto alla politica, ha un indiscusso vantaggio. Invece di farsi carico come la politica di particolarismi e aspirazioni regionali può contare sul principio dell’universalità, dello scambio ed anche in quello della trasversalità. E la trasversalità è anche uno dei principi fondatori di Qantara, progetto promosso dall’Unione Europea nel quadro di “Euromed Heritage”, dall’Istituto del mondo Arabo e dalle direzioni del patrimonio e delle antichità d’Algeria, Giordania, Libano, Marocco, Tunisia, Spagna, dal Museo di Arte Islamica del Cairo e dalla Facoltà d’Architettura di Damasco. Qantara – Patrimonio Mediterraneo ha infatti realizzato un archivio (consultabile su Internet) in quattro lingue (francese, inglese, spagnolo ed arabo) che recensisce il patrimonio e i fondi artistici delle due rive del Mediterraneo, mettendo in luce tutti gli elementi comuni suscettibili di avvicinare dei popoli spesso molto radicati nel loro particolarismo.
Attraverso questi archivi tematici è possibile ricostruire la storia della nascita di un oggetto in un determinato paese, la sua utilizzazione in un altro paese e in un altro contesto storico, la sua diffusione in un terzo paese fino alla ridiffusione nella sua terra d’origine. Stesso discorso anche per chiese ed edifici sacri. Si pensi ad esempio alla splendida chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli edificata dall’imperatore Giustiniano e trasformata in moschea dai Turchi Ottomani dopo la presa della città nel 1453. Oppure dalla chiesa di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, che fu prima chiesa cristiana, poi moschea, poi di nuovo chiesa. O al Krak dei cavalieri in Siria, castello crociato la cui cappella divenne poi una moschea. L’archivio Qantara si focalizza anche sul patrimonio comune delle tre religioni monoteiste, sul sapere (la trasmissione del pensiero greco grazie alla civiltà dell’Islam ad esempio), sugli scambi politici etc. L’archivio, che per ora conta circa 1000 elementi del patrimonio mediterraneo tra oggetti, siti e monumenti, copre un periodo cronologico che va dall’Antichità tarda al periodo moderno, fino alla caduta dell’impero ottomano.
L’architettura dunque, gli oggetti d’arte, ma anche le tecniche ed il savoir-faire sono analizzate attraverso il criterio della trasversalità allo scopo di evidenziare i fenomeni d’interferenza che si producono e si propagano tra i paesi arabo-musulmani ed i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Secondo Dominique Baudis, direttore dell’Istituto del Mondo Arabo di Parigi, il progetto Qantara non è solo culturale, ma anche politico in quanto “considera l’identità mediterranea come un’identità federatrice e solidale”. Il Mediterraneo, ha invece ricordato il direttore del progetto Badr-Eddine Arodaky, è innanzitutto l’incontro tra l’Occidente e l’Oriente, incontro di idee ma anche scambio di forme, tecniche ed oggetti. Questo progetto dunque, che vuole contribuire al dialogo (Al-Qantara in arabo significa “ponte”) e alla comprensione reciproca tra riva nord e riva sud del mare nostrum, grazie alla sua impostazione culturale trasversale costituisce un mattone fondamentale per la costruzione dell’edificio mediterraneo e riempie il vuoto politico lasciato da quei governi ed istituzioni che non hanno la forza (o la volontà politica) di affrontare il problema di un’identità mediterranea.