Ci sono progetti migratori che riescono, altri che rimangono in sospeso fra le aspirazioni che hanno portato a migrare e la possibilità di ritornare in patria. Reti etniche che forniscono sostegno e assistenza ma, allo stesso tempo, vincolano a lavori tendenzialmente settoriali e precari – edilizia, servizi alla famiglia – e famiglie sempre più transnazionali, dove si creano equilibri nuovi fra chi è partito e chi è rimasto in patria, e dove talvolta l’equilibrio si spezza proprio quando le famiglie si ricongiungono. Indagare il fenomeno delle migrazioni è complesso, ma a questo aspira il volume Accogliere gli immigrati. Testimonianze di inclusione socio-economica, a cura di Barbara Ghiringhelli e Sergio Marelli (Carocci editore). Il volume presenta i risultati di una ricerca condotta dalla FOCSIV-Volontari nel mondo su due casi di studio: la comunità di immigrati romeni nella Provincia di Roma e la comunità boliviana di Cochabamba presente a Bergamo. Lo fa ricostruendo i percorsi di migrazione attraverso la presentazione di venti storie di vita (dieci per ogni comunità) ma anche interviste a “testimoni privilegiati”, esperti della materia, e tre saggi che contestualizzano il fenomeno dell’immigrazione in Italia.
Un volume complesso, che si ricollega all’attualità – come la mediatizzazione negativa dell’immigrazione romena, o come le politiche restrittive che finora non hanno preso in considerazione le potenzialità positive delle migrazioni – e sottolinea come l’immigrazione debba essere integrata nei processi produttivi. «E perché ciò avvenga, non si può prescindere dall’integrazione dei migranti nella nostra società – scrive Sergio Marelli nella prefazione – Ecco perché la nostra posizione sul tema del lavoro e della cittadinanza si esprime chiaramente sul fatto che quest’ultima non deve essere considerata alla stregua di un premio per il “buon immigrato”, ma piuttosto come un percorso nella normalità. La città infatti è il luogo più prossimo che interessa il bene comune e la gestione della cosa pubblica. Ed è solo l’incontro con il territorio, in termini di persone, servizi e istituzioni, che può avviare e consolidare un positivo percorso di inclusione. Né l’immigrato da solo, né la società in autonomia, possono determinare l’incontro e l’inclusione, ma è la relazione voluta e partecipata della comunità e del migrante a poter determinare la creazione di una società capace di vivere positivamente la presenza di diversità e di approfittare di tale opportunità in termini positivi per tutti».
Uno dei meriti principali della ricerca, attraverso le parole degli immigrati romeni e boliviani, è quello di aver messo in evidenza il ruolo centrale svolto dalle reti etniche e le dinamiche complesse che ruotano intorno a famiglie transnazionali, dove i nuclei familiari vivono in paesi diversi e fondamentale spesso è il ruolo delle madri, capaci di fare da “apripista” nei confronti del ricongiungimento dell’intera famiglia ma anche di tessere a distanza nuovi legami e spazi affettivi attraverso migliori condizioni di viaggio e l’uso delle nuove tecnologie. «Non più famiglie spezzate, non solo famiglie ricongiunte – si legge nel volume – ma famiglie transnazionali, in cui la relazione trova un nuovo equilibrio tra periodi di distacco e periodi di presenza, nei quali però il distacco non è assenza ma presenza che si vive veicolata da una comunicazione costante». Le famiglie transnazionali spesso si ricongiungono ma non sempre il legame, spostato in un contesto difficile, funziona, come accade per la comunità boliviana di Cochabamba concentrata a Bergamo: le crisi familiari non mancano, i figli spesso si ricongiungono con madri che devono continuare a lavorare nelle famiglie come colf o “badanti” con nuove forme di solitudine per i figli, i divorzi non mancano, i costi umani delle migrazioni non sono affatto leggeri.
La transnazionalità rende inoltre l’emigrazione un continuo spostamento. Il dilemma fra paese di partenza e di arrivo è difficilmente risolvibile, come testimonia la circolarità della migrazione romena, che non esclude ritorni e ripartenze e un continuo riposizionamento del proprio futuro. Altro tema di rilievo che emerge nella ricerca è quello delle catene migratorie. Spiega Antonio Ricci, redattore senior del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, fra i testimoni privilegiati: «Anche se la storia migratoria romena è recente, il transnazionalismo ha rappresentato un elemento significativo; il legame con la famiglia e le catene sono aspetti importanti, perché chi parte può beneficiare delle esperienze di chi è emigrato prima di lui. L’emigrazione romena, inoltre, spesso ha preso la forma di una migrazione circolare, a staffetta, che prevedeva continui ritorni in patria. Queste esperienze hanno tutto sommato ricalcato quelle degli anni Settanta e Ottanta relative alle migrazioni interne, dalle campagne alle città. Oggi, questa sorta di “abitudine” che possiamo ravvisare nella storia del popolo romeno è diventata, da interna, transnazionale: la distanza che c’era tra la campagna e la città si è trasferita alla distanza Romania-Italia».
Fondamentale è inoltre il ruolo delle reti etniche: si migra dove si ha una rete di contatti che garantisce una prima accoglienza, un alloggio, i primi contatti per un lavoro, ma che spesso “imbriglia” il migrante nei vincoli della comunità di origine, porta a forme di etnicizzazione del lavoro con impieghi scarsamente qualificati e a una “solidarietà a pagamento” – come segnalato nella comunità boliviana – lontana dall’appoggio disinteressato. La rete etnica, spiega Barbara Ghiringhelli, è quindi «importante rifugio espressivo» e «circolo informativo al cui interno il migrante può appagare i propri bisogni comunicativi, espressivi, ricreativi e trovare forme di sostegno e di solidarietà attive», ma è origine anche di vincoli, di una minore interazione con la società di accoglienza, di un fenomeno di etnicizzazione del mercato del lavoro per cui «l’accesso al lavoro viene sì favorito ma all’interno di settori scarsamente qualificati concorrendo in questo modo alla cosiddetta etnicizzazione del sistema occupazionale, fenomeno identificato come meccanismo che tende a confinare il lavoratore in determinati ambiti lavorativi provocando di fatto una discriminazione, nonché svilendo le sue competenze pregresse». Tanto è vero che talvolta il salto di qualità si ha quando il singolo migrante riesce a tessere contatti umani e professionali anche col mondo esterno – in questo caso, quello italiano.
Non sono sempre successi, quelli che si contano. Ma uno sguardo va dato anche alle politiche italiane in tema di immigrazione, e illuminanti risultano le parole di un altro testimone privilegiato, Giuseppe Crippa, che presiede il collegio dei probiviri dell’Associazione delle ONG italiane: «È stata fatta una bellissima carta della cittadinanza e dell’integrazione con il coinvolgimento di tutte le comunità e delle associazioni degli immigrati sui diritti e doveri degli immigrati, ma che lavoro è stato fatto per farla diventare il pilastro di una politica? Sul presente e sul futuro dell’immigrazione l’Italia non ha fatto una scelta. Questo è il punto più critico e più grave». Nel frattempo gli immigrati cercano di cavarsela con l’obiettivo di migliorare la propria vita e quella dei propri familiari.