Il dibattito sulla Turchia deve cambiare
Soli Özel, intervistato da Giancarlo Bosetti 27 settembre 2011

Cosa è cambiato nella vita pubblica e politica turca dopo le dimissioni in blocco dei vertici militari? C’è una trasformazione è in atto, e ha a che fare con la società, con l’equilibrio politico tra i partiti o con qualcos’altro?

Le dimissioni del Capo di Stato maggiore e di tre comandanti delle Forze armate del Paese rappresentano l’epilogo naturale di un processo cominciato almeno un decennio fa e basato sull’istanza di un progressivo ritiro dei militari dalla sfera politica. In un certo senso, si è trattato del momento culminante di un processo di demilitarizzazione del sistema politico turco.

Il motivo principale che ha indotto il Capo di Stato maggiore a dimettersi è l’incapacità di tutelare i diritti dei suoi subalterni, molti dei quali si trovano in prigione. Non si sa quali siano esattamente le accuse mosse nei loro confronti, ma è noto che molti ufficiali in servizio o in pensione vogliono interferire a tutti i costi nella vita politica del Paese. In ogni caso, il fatto che un Capo di Stato maggiore si sia dimesso per i motivi a cui ho accennato rappresenta a mio avviso un fenomeno piuttosto interessante. E c’è un altro elemento cruciale: le sue dimissioni sono state annunciate dopo la chiusura della Borsa, onde evitare ripercussioni economiche. Era un venerdì, e nel fine settimana tutto si è svolto secondo le normali procedure: il comandante della gendarmeria rimasto in carica è stato subito nominato vice Capo di Stato maggiore, e dopo un giorno di servizio ha ottenuto la promozione a Capo di Stato maggiore a tutti gli effetti. Infine si è riunito il Consiglio militare supremo, e in quella sede è arrivato il colpo di grazia politico: se in passato il Primo ministro e il Capo di Stato maggiore erano sempre stati seduti accanto a capotavola, stavolta quel posto era occupato solo dal premier. E una ventina di giorni dopo, quando è stato convocato il Consiglio nazionale di sicurezza, dove militari e civili erano sempre stati seduti in file separate, il Presidente ha usato come criterio per l’assegnazione dei posti la rilevanza della carica, per cui i rappresentati delle due categorie si sono trovati uno accanto all’altro.

A mio giudizio, queste dimissioni e le altre misure che si sono rese necessarie segnano la fine dell’era della tutela militare, in termini sia simbolici sia sostanziali. Tutto ciò, naturalmente, riflette da un lato il fatto che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) – al potere in Turchia da nove anni – è riuscito a imporsi e a consolidare la sua posizione di dominio spostando l’equilibrio delle forze a favore dei civili eletti, dall’altro un cambiamento sociale. La società turca sta facendo capire con molta più fermezza che intende rispettare i militari, ma come istituzione che svolge il proprio lavoro senza interferire nella vita politica del Paese.

La situazione si è stabilizzata o è in atto una transizione verso un equilibrio di potere completamente nuovo?

Per quanto mi risulta, la transizione è conclusa e la situazione si è stabilizzata. Salvo radicali cambiamenti politici dagli effetti sconvolgenti, dunque, il nuovo equilibrio di potere in Turchia è ormai segnato. La fase della tutela militare è terminata e ora vedremo affermarsi un governo civile molto forte. I militari dovranno fare un passo indietro e ridefinire il proprio ruolo istituzionale. Il protocollo di Stato verrà presto modificato e, di conseguenza, le forze armate finiranno probabilmente per assumere una posizione di secondo piano.

La prossima questione all’ordine del giorno del Paese, con riferimento al consolidamento della sua democrazia, è se vi sia un eccesso di centralizzazione e monopolizzazione del potere, di intolleranza, di repressione, di limitazione della libertà di parola e di informazione, e così via. Ciò significa che il dibattito sulla democrazia turca non sarà più incentrato sul ruolo dei militari, bensì sull’autenticità o meno del processo democratico avviato dai civili.

Come già detto, sono convinto che la natura stessa del dibattito sulla democrazia turca sia destinata a cambiare. Dovremo discutere di più sull’efficacia del nostro modello di democrazia, anziché chiederci se i militari faranno questo o quello… Se il processo di demilitarizzazione è giunto a compimento, come io credo, il requisito indispensabile della democratizzazione – ossia la civilizzazione del sistema politico – risulta già soddisfatto.

Ora, i civili come governeranno il paese? Il 50 per cento dei consensi e una maggioranza di quasi due terzi in Parlamento significano una forte concentrazione di potere nelle mani di un singolo partito da nove anni al governo. Occorre dunque porsi nuovi interrogativi: la magistratura turca è indipendente? I cittadini godono di una vera libertà di stampa e di opinione? La gestione del Paese, e il modo in cui il governo usa il suo potere per esercitare pressioni su vari settori della società, rispettano i princìpi di onestà e trasparenza? Ecco le questioni che oggi dobbiamo affrontare.

Dopo la visita del primo ministro turco in Egitto alcuni giornali hanno scritto che i due Paesi hanno una caratteristica in comune: il ruolo di equilibrio svolto dall’esercito. Ma la situazione in Turchia è ormai cambiata. Si direbbe che l’esercito egiziano assolva allo stesso ruolo svolto in passato dai militari turchi.

Per quanto mi risulta, l’Egitto era un Paese militare. I militari presero il potere nel 1952 non hanno mai rinunciato al diritto di governare il Paese. In fin dei conti, a partire dal 1952 l’Egitto ha avuto quattro presidenti e tutti venivano dall’esercito. L’esercito rappresenta la spina dorsale dei suoi regimi e, a differenza della Turchia, l’Egitto non ha mai conosciuto un sistema politico veramente libero e pluralista. La Turchia non è mai stata come l’Egitto, o almeno non dopo il 1952. Abbiamo avuto i nostri golpe militari e abbiamo subìto l’influenza – a mio giudizio indesiderata – dell’esercito sulla vita politica (molto più evidente e tangibile a partire dal 1980), ma eravamo e siamo tuttora un Paese diverso dall’Egitto. Oggi l’esercito egiziano è la più importante istituzione alla guida della transizione, ma una transizione guidata dai militari non può garantirci il sistema politico democratico a cui aspiriamo.

Il ruolo della Turchia sulla scena internazionale, come lei ha ben spiegato in più occasioni, sta cambiando e «crescendo». Passiamo ora al Medio Oriente. Il viaggio di Erdoğan in Egitto è stato messo in cattiva luce da diversi giornali italiani, secondo cui il premier turco chiederà alle autorità egiziane di rinunciare alla loro posizione «neutrale» nei confronti di Israele, spingendole ad assumere un atteggiamento di radicale ostilità.

Onestamente resterei molto sorpreso se Erdoğan agisse in quel modo. È vero, il nostro primo ministro ha usato parole molto dure nei confronti di Israele, soprattutto dopo la pubblicazione del rapporto Palmer (condotto dall’Onu sull’incidente della Freedom Flotilla del maggio 2010, ndt), che le autorità turche hanno giudicato insoddisfacente. Erdoğan voleva anche andare a Gaza per confrontarsi direttamente con gli israeliani, ma le autorità egiziane si sono opposte. Sarei veramente stupito, comunque, se egli prendesse iniziative che gli egiziani potrebbero percepire come offensive o come una violazione della loro sovranità.

Qual è la reale posizione della Turchia rispetto alla crisi in Medio Oriente, e in particolare al conflitto tra israeliani e palestinesi?

Come ogni altro Paese, la Turchia è stata colta di sorpresa dagli eventi che hanno avuto origine in Tunisia e si sono poi estesi all’Egitto, alla Libia, allo Yemen e soprattutto alla Siria. Nel caso della Tunisia, all’inizio il governo di Ankara è rimasto praticamente in silenzio, ma poi ha manifestato il proprio sostegno alla rivoluzione. Sul versante egiziano, il premier turco – con il suo straordinario tempismo politico – ha invitato Mubarak a lasciare il potere con un discorso molto audace, ricorrendo anche a metafore ispirate all’Islam.

Nel caso della Libia, invece, le autorità turche hanno fatto una gran confusione. All’inizio hanno adottato la linea del silenzio, e a mio avviso è stata una scelta molto saggia, visto che 25mila turchi si trovavano in quel Paese per motivi di lavoro. La priorità assoluta per il governo di Ankara era far sì che questi ultimi potessero lasciare la Libia sani e salvi. Per questo credo che abbiano agito nel modo giusto. Una volta conclusa la fase di evacuazione (che dal punto di vista logistico è stata gestita in modo ineccepibile), tuttavia, la Turchia si è schierata dalla parte sbagliata. All’inizio il premier turco si è chiesto: «Cosa diavolo va a fare la Nato in Libia?». Poi ha progressivamente cambiato strategia, unendosi alle forze alleate durante il periodo di quarantena senza partecipare ai bombardamenti ma sostenendo comunque l’impegno della Nato. Ora i leader del Paese stanno cercando di ingraziarsi le forze di opposizione: il giorno in cui Tripoli è stata conquistata dai ribelli il ministro degli esteri è andato a Bengasi per consegnare 100 milioni di dollari in contanti come donazione e altri 100 milioni come contributo agli insorti. Le autorità turche hanno dunque cambiato rotta, diciamo così, in modo piuttosto disinvolto.

E la Siria?

Il vero problema riguarda la Siria, perché il governo di Ankara sosteneva di esercitare una forte influenza sul regime siriano, ma è ormai evidente che così non era. Il regime siriano è convinto di trovarsi di fronte a una sfida cospirativa alla sua stessa esistenza. Trattandosi di una questione esistenziale, le autorità di Damasco non sono disposte ad ascoltare i consigli di nessuno, neppure dalla Turchia. Ovviamente è una situazione frustrante per il governo turco. Quest’ultimo continua a esortare Bashar al Assad a cambiare rotta e avviare un processo di riforme, ma finora non è servito a nulla.

Naturalmente, chiunque sostenga di avere una forte capacità di influenza ma si rivela improvvisamente incapace di ottenere risultati concreti, attira su di sé molti sospetti sul suo effettivo potere nella comunità internazionale. Nessuno, in ogni caso, è in grado di influenzare il corso degli eventi in Siria, o almeno non nell’immediato. Ma il contributo della Turchia è indispensabile per giungere a una soluzione, quale che essa sia. Occorre poi tener presente un altro fattore: anche se le autorità di Ankara non riuscissero a imprimere una svolta al governo di Damasco, i leader dell’opposizione siriana continuerebbero a incontrarsi in Turchia. Si sono riuniti lì già quattro volte, e il governo turco sta cercando di facilitare, attraverso le Ong, la ricerca di un terreno d’intesa tra i vari gruppi di ribelli. Se riusciranno nell’impresa, e se il regime siriano cadrà, la Turchia potrà vantare buoni rapporti anche con l’opposizione. Le autorità turche hanno anche stretti contatti con il governo statunitense e intrattengono colloqui telefonici con Obama e con il segretario di Stato. In questa partita, dunque, il ruolo di Ankara sarà comunque decisivo.

Qual è la posizione di Israele?

Le relazioni con Israele si stanno deteriorando giorno dopo giorno, e forse in modo irreparabile, anche se per ora non sarei tanto drastico. Al momento i rapporti diplomatici sono sostanzialmente congelati, ma quelli economici vanno avanti. Nonostante l’incidente della Mavi Marmara, gli scambi commerciali tra Turchia e Israele hanno registrato un incremento di circa il 25 per cento! A mio avviso i fatti dimostrano che il governo turco ha affrontato il rapporto Palmer con molta buona volontà, nel tentativo di raggiungere un compromesso con Israele. Bibi Netanyahu è stato per ben due volte sul punto di accettare un accordo, ma in entrambi i casi si è poi tirato indietro, temendo di dover pagare un prezzo troppo alto sul piano interno.

Questo dimostra che egli non è uno statista responsabile, perché un comportamento del genere non tutela gli interessi dello Stato israeliano né quelli della sua popolazione. Le autorità di Ankara, dal canto loro, sono convinte di aver fatto tutto il possibile per uscire dall’impasse: per questo hanno reagito con tanta durezza, comminando cinque sanzioni e dichiarando che la Turchia intende «garantire la libertà di navigazione nel mediterraneo orientale». Nell’acceso scontro verbale che ne è seguito, inoltre, le autorità di Ankara hanno detto esplicitamente che non lasceranno che il Mediterraneo orientale diventi un lago israeliano. Il che, ovviamente, ha provocato un’escalation della retorica. Nel complesso, gli israeliani non hanno risposto con altrettanta durezza, fatta eccezione per il ministro degli Esteri Lieberman. Mi chiedo tuttavia come si possa fermare questa spirale. Staremo a vedere.

Se – come è lecito supporre – la Turchia ambisce a diventare una grande potenza e un fattore di stabilità nell’intera regione, essa dovrà svolgere un ruolo di garanzia su due fronti: contro l’arroganza di Lieberman e del governo israeliano, ma anche contro i rischi posti da chi minaccia l’esistenza stessa di Israele…

Proprio così, e quell’equilibrio è venuto meno. Credo che il governo di Ankara conti sul fatto che appena qualche giorno prima di rispondere al rapporto Palmer e al conseguente rifiuto israeliano di chiedere formalmente scusa, era stato dato l’annuncio – intorno alle due del mattino! – che la Turchia avrebbe ospitato un nuovo sistema di difesa radar della Nato. È stato un modo per dire: «D’accordo, non abbiamo buoni rapporti con Israele, ma ciò non significa che intendiamo uscire dall’Alleanza atlantica o voltare le spalle ai nostri alleati occidentali». Come già accennato, la Turchia può svolgere un ruolo decisivo rispetto alla Siria, e negli ultimi sei-sette anni si è anche adoperata per allontanare quest’ultima dall’Iran: tutto ciò faceva parte del suo «doppio gioco». Ovviamente, se lo scudo missilistico verrà installato in Turchia, gli iraniani si renderanno conto che Ankara non è così disposta a proteggerli come un tempo poteva sembrare. Concordo tuttavia sul fatto che il grave deterioramento dei rapporti con Israele e il ricorso a una retorica incendiaria screditano il ruolo della Turchia nel processo di pace in Medio Oriente, se mai si concretizzerà, come interlocutore imparziale ed equidistante da tutte le parti in causa. Ankara si è avvicinata troppo a Gaza e ad Hamas.

Non dimentichiamo che in una dichiarazione del ministro degli Esteri turco si è spiegato a chiare lettere che le misure adottate da Ankara erano dirette contro il governo israeliano, non contro lo Stato o la popolazione di Israele. L’intento, ovviamente, è quello di assicurarsi una sorta di exit strategy nell’eventualità di un avvicendamento al governo di Tel Aviv, che mi sembra tuttavia improbabile. Il vero problema tra Israele e la Turchia, però, va ben al di là dei rispettivi governi: il destino dei due Paesi è segnato da un grave conflitto d’interessi. Il governo di Ankara ambisce a fare della Turchia il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, ossia la vera potenza della regione. E gli israeliani, che hanno goduto di uno status decisamente privilegiato nel pensiero strategico e nella politica estera statunitensi, non lasceranno che ciò accada. Vi è dunque, se vogliamo, una tensione strutturale tra Turchia e Israele, e la situazione sta sfuggendo di mano.

Torniamo alla situazione all’interno della Turchia. Il nuovo equilibrio di potere avrà qualche ripercussione sulla questione curda?

Negli ultimi due anni la retorica del primo ministro sulla questione curda è radicalmente cambiata. Le cause di questa trasformazione possono essere molteplici, ma occorre tener presente che in questo momento la Turchia è di fatto in guerra con il Pkk. Verso la fine di agosto ha cominciato a bombardare le roccheforti del Pkk nell’area del monte Kandil, e si parla di una sempre più probabile operazione di terra. Tutto ciò contrasta fortemente con l’immagine che la Turchia ha cercato di dare di sé: i suoi rapporti internazionali sono segnati dai toni belligeranti nei confronti di Israele e dei ciprioti greci e da uno stato di vera e propria belligeranza con il Pkk, mentre ai rappresentanti politici del nazionalismo curdo, coloro cioè che non sono affiliati al Pkk, viene sostanzialmente negata qualsiasi apertura: si cerca solo di reprimerli e di escluderli dalla partita. Vi è dunque un irrigidimento della posizione del governo sulla questione curda e un ritorno alle collaudate ma fallimentari politiche degli anni ’90 del secolo scorso.

Inoltre, gli europei e gli americani non hanno detto praticamente nulla sui bombardamenti turchi contro il Pkk. Per quanto mi risulta, il Pkk è un’organizzazione ormai priva di qualsiasi utilità per chiunque vi abbia aderito. Non credo che abbia un futuro, ma non sono neppure convinto che colpire il Pkk sia un modo per risolvere la questione curda. La lotta al Pkk è solo uno dei tanti aspetti del problema.

Il punto è come risolvere la questione curda vera e propria. La nuova linea del premier si può riassumere così: «Non abbiamo un problema curdo, abbiamo i problemi dei nostri fratelli curdi». Ebbene, tutto ciò segna veramente un grande passo indietro, considerato anche il fatto che non tutti i nazionalisti curdi hanno simpatie per il Pkk. Facendo ricorso alla violenza quest’ultimo danneggia se stesso, certo, ma negare ai nazionalisti curdi qualsiasi legittimità ed escluderli come interlocutori non è un modo per risolvere il problema. In fin dei conti, la questione curda chiama in causa la definizione stessa di cittadinanza, un compito di cui dovranno occuparsi gli estensori della nuova costituzione. Impedire ai nazionalisti curdi di prendere parte a tale processo significa invalidare il processo stesso.

Si potrebbe concludere che tra le questioni all’ordine del giorno del governo turco vi sia il pluralismo culturale e religioso. Anche da questo dipenderà il ruolo della Turchia sulla scena internazionale e in Medio Oriente, perché ovunque – persino in Siria – si rischia di scoprire quanto siano importanti i problemi delle minoranze…

Il punto è come definire la questione delle minoranze. È solo un problema legato al pluralismo culturale o anche di tipo politico? La questione curda non è solo un problema di attributi culturali individuali, o relativo al diritto, da parte dei curdi, a parlare la loro lingua, salvaguardare la loro letteratura e intonare i loro canti! È anche un problema politico. E, almeno in Turchia, lo stesso vale per gli Alawiti. Naturalmente, in tutto il Medio Oriente serpeggia la paura che i conflitti etnici o settari – tra curdi e arabi, o tra berberi e arabi in Nord Africa, ecc. – possano esplodere. La diversità della Turchia si basava sul presupposto che, intraprendendo un processo di democratizzazione e promuovendo il rispetto dei diritti di ogni individuo, essa sarebbe di fatto riuscita a superare questi problemi dando vita a una vera società multiculturale, aperta al pluralismo sociale e politico. Devo dire, tuttavia, che per il momento la realtà dei fatti appare ben diversa.

Nessuno nega più l’esistenza dei curdi, come un tempo accadeva. Ma c’è ancora una certa riluttanza a riconoscere che vi sia una questione curda: si parla soprattutto di «problemi dei curdi». A preoccuparmi è il fatto che, se il Pkk metterà in moto un’escalation della violenza e la Turchia deciderà di reagire, i rapporti tra turchi e curdi entreranno in un clima sempre più avvelenato. E questo è uno dei rischi più gravi che ci riserva il futuro.

(traduzione di Enrico Del Sero)