Le prime elezioni post-razziste? La domanda sembrerebbe provocatoria se non venisse da Gary Younge, giornalista di seconda generazione di immigrazione, che dalle colonne del Guardian ricorda lo spartiacque del 1987, quando il Labour riuscì a piazzare quattro esponenti provenienti da minoranze etniche nel Parlamento inglese. Si trattava di Bernie Grant, Keith Vaz, Diane Abbott e Paul Boateng. Younge ricorda nostalgicamente quando all’età di 5 anni vide Bernie Grant entrare nel Parlamento più antico del mondo indossando il tradizionale bubu africano. Oggi quel sogno sembra essersi infranto sul muro della crisi, di una crescita demografica e di un’immigrazione ormai fuori controllo. Di qui la lenta ricomparsa di razzismo ed intolleranza, incarnate oggi dalle istanze politiche del Bnp (British National Party) nel cui Manifesto elettorale del 2010 si condensano tutte le paure dell’Inghilterra più profonda.
Il Bnp ha già promesso che se andrà al potere espellerà tutti gli stranieri condannati per reati in Gran Bretagna, prenderà in riesame tutte le sovvenzioni di cittadinanza concesse dal governo laburista dal 1997, abrogherà il Race Relations Act e tutte le altre conquiste del Labour come l’Equalities (lotta alla discriminazione per sesso, orientamento sessuale e transgender) e la Commissione per i Diritti Umani, volte a sostenere il multiculturalismo. In breve, tutto ciò che associamo all’essenza britannica. Certo il Regno Unito continua ad essere quel Paese le cui élites istituzionali – per citare il direttore generale della Bbc Mark Thompson – sono ‘hideously white’ (orrendamente bianche). Ma a mettere fuoco alle polveri è stato sir Andrew Green, diplomatico e direttore di MigrationWatch, think tank che spinge per un maggiore controllo dei flussi migratori. In un recente rapporto diffuso da MigrationWatch, Green ha agitato lo spettro della demografia: entro il 2030 la popolazione britannica arriverà a 70 milioni d’individui. In realtà questo lo si sapeva già da tempo perché l’eventualità era stata contemplata nel 2007 da uno studio dell’Office for National Statistics. Ma in piena campagna elettorale il dato ha avuto l’effetto di una bomba. Anche perché nel suo studio Andrew Green additava l’immigrazione come fattore principale alla base dell’imminente impennata demografica.
Più tardi, dalle colonne del Guardian, Green sottolineava anche il mal di pancia degli inglesi nei confronti della politica sull’immigrazione e citava sia il Sunday Times – il cui sondaggio dimostrava che il 74% degli inglesi considera il tasso di immigrazione troppo alto – sia un’inchiesta indipendente del governo inglese che indicava un dato simile, ovvero che il 77% degli inglesi vorrebbe vedere l’immigrazione ridotta, il 50% notevolmente ridotta, il 25% ridotta drasticamente. Dall’impennata demografica all’aumento della disoccupazione il passo è breve. Secondo quest’ottica allarmista i 2,5 milioni di posti di lavoro creati dal Labour sarebbero andati in maggioranza a stranieri. Il Daily Maily, qualche giorno dopo rincarava la dose: il 98% dei posti di lavoro creati nel Regno Unito dal 1997 ad oggi sarebbero stati occupati da lavoratori immigrati. Anche il Daily Express si allineava su questa posizione.
In realtà Jamie Doward, dalle colonne del Guardian, ha dimostrato che le statistiche sono state sapientemente manipolate non tenendo conto di numerosi fattori come quello dei cittadini britannici residenti all’estero o che conservano la cittadinanza anche quando oramai hanno lasciato il paese da anni. Rileggendo i dati, Doward dimostra che il 50.3% dei posti di lavoro creati dal 1997 – circa un milione e 375mila – sono stati in realtà occupati da cittadini britannici. Il tasso d’impiego sarebbe poi sostanzialmente identico a quello del 1997. Eamonn Butler, direttore dell’ Adam Smith Institute (ASI), è entrato nel vivo del dibattito spiegando, dalle colonne Financial Times, che il problema in effetti non è la politica sull’immigrazione (già rigida e gravosa sia per gli immigrati che per i loro probabili sponsor) ma il sistema che spinge i rifugiati a permanere nell’irregolarità e le piccole e medie imprese che assumono in nero senza provvedere alla loro regolarizzazione (giudicata troppo onerosa). In effetti occorre precisare che gli immigrati giunti nell’ultimo decennio sono arrivati anche in risposta ad una domanda dell’economia inglese che aveva impellente bisogno di lavoro ultra-flessibile e salari molto bassi.
Ma i dati comunque sono significativi. Dal 2000 al Giugno 2009, 518.000 persone sono entrate nel Regno Unito mentre soltanto 317.000 hanno lasciato il paese nello stesso periodo. Di queste, 68.000 provengono dall’Europa dell’Est. L’esempio più citato è quello dei lavoratori polacchi. Oggi in tutto il Regno Unito vivono 503.000 cittadini polacchi che sono diventati secondi soltanto soltanto dietro agli indiani. Nel 2004 non erano neanche citati tra i primi 60. Forse qualcosa si è inceppato nel sistema a punti ideato dal Labour? Una cosa è certa. I Tories ne hanno approfittato per fare un salto in avanti. Se da un lato il partito conservatore di David Cameron ha addirittura arruolato 44 candidati provenienti da diverse minoranze etniche (di cui circa una decina potrebbero aggiudicarsi un seggio nel Parlamento), dimostrando maturità e ricevendo il plauso delle comunità di colore, musulmane ed asiatiche, dall’altro lo stesso Cameron, nel corso del secondo dibattito televisivo, ha anche parlato della necessità impellente di creare un tetto al numero di immigrati che possono entrare nel Regno Unito.
L’intento di Cameron è in effetti quello di smarcarsi sia da Gordon Brown, la cui politica sembra essere stata troppo permissiva e poco efficiente, sia da Nick Clegg, candidato liberaldemocratico, che aveva proposto d’introdurre una sanatoria per i clandestini, permettendo a coloro che sono riusciti ad entrare illegalmente di diventare regolare e di pagare le tasse nel Regno Unito. MigrationWatch, prendendo anche l’esempio delle sanatorie in Spagna e Italia, aveva già sondato l’umore degli inglesi sulla proposta di Clegg. Secondo questo sondaggio il 54% si è opposto (il 36% nettamente) mentre solo il 30% si è dichiarato a favore (5% fortemente a favore). Nel dibattito si è inserito anche il Bnp che per bocca del suo capo Nick Griffin ha lanciato la sua ultima provocazione per evitare l’estinzione della razza britannica in un’Inghilterra oramai sovraffollata: offrire a cittadini britannici ‘non bianchi’ 50.000 sterline per lasciare il suolo inglese. C’è un dato però su cui tutti sono d’accordo. La London School of Economics ha evidenziato che esistono oltre 600.000 immigrati senza regolare permesso di soggiorno su suolo inglese. Chiunque andrà al potere dovrà risolvere questa spinosa questione.