New York
Immortalate sulle copertine dei settimanali più importanti, perseguitate da giornalisti e fotografi per tutta la campagna elettorale, seguite su twitter e facebook da centinaia di migliaia di fan, il 2010 doveva essere l’anno della valanga rosa, della rivincita delle donne nella politica americana: 138 candidate alla Camera dei rappresentanti (di cui 19 democratiche e 47 repubblicane), 15 al Senato (nove democratiche, sei repubblicane) e 10 papabili governatrici di cui cinque repubblicane e cinque democratiche avrebbero dovuto stravolgere la composizione del Congresso americano. Ma non è andata così. Anzi, stando agli analisti che si sono occupati del fattore F in queste elezioni di metà mandato – da Sarah Palin e il fenomeno delle mama grizzlies alle più istituzionali Barbara Boxer e Nancy Pelosi –, complice anche il fatto che molte non si sono ricandidate, ci sarà uno stravolgimento al contrario: meno donne al Congresso.
Si attende ancora il risultato dell’Alsaka con Lisa Murkowski acerrima nemica della Palin che nei sondaggi conduceva la battaglia contro Joe Miller, ma anche nel caso in cui la terra dei ghiacci fosse tornata a scegliere una donna come governatrice l’esito sarebbe lo stesso: per la rivoluzione rosa c’è tempo. Passando in rassegna le vinte e le vincitrici, le prime a essere state scrutinate dagli osservatori statunitensi non potevano che essere le mama grizzlies, le protette di Sarah Palin. Poche settimane prima del voto, Newsweek aveva dedicato la copertina alle tre donne più rappresentative della squadra della Palin: Michele Bachmann, Nikki Haley e Christine O’Donnell, tutte e tre in tailleur rosso fuoco. La Bachmann e la Haley hanno vinto sui rispettivi avversari democratici, mentre, nonostante la massiccia se non ossessiva attenzione della stampa, la O’Donnell non è stata promossa dall’elettorato del Delaware. In molti (soprattutto in molte) hanno tirato un sospiro di sollievo. E da questa prima bocciatura si è tratto il primo insegnamento: più interviste e più passaggi televisivi non equivalgono ad avere la vittoria in pugno.
Tant’è che la Bachmann e la Haley, che nella prima fase della campagna elettorale furono pesantemente prese di mira dai giornalisti (la prima per la sua aggressività verbale, la seconda per presunti tradimenti coniugali), hanno sapientemente evitato polemiche sterili e battute fuori luogo ritagliandosi un po’ di ombra dai flash dei reporters. A far parte della squadra della Palin c’erano anche nomi e cognomi pesanti: Caryl Fiorina, candidata al Senato della California, Sharron Angle, candidata al Senato in Nevada, Meg Whitman, candidata governatrice della California e Linda McMahon, candidata al Senato in Connecticut. Bocciate senza appello. Tutte e quattro. A parte la Angle, che nonostante fosse in politica già da una decina di anni ha condotto una campagna elettorale in perfetto stile tea party (sciatteria verbale, mancanza di tatto, e una profonda diffidenza nei confronti dei giornalisti tanto da impedire l’ingresso ai propri comizi a un paio di reporter non desiderati), le altre sono delle ex businesswoman di altissimo profilo e va da sé plurimiliardarie.
La McMahon, che ha investito 50 milioni di dollari nella sua candidatura, è la fondatrice del World Wrestling Entertainment. La Fiorina è un ex membro esecutivo della Hewlett-Packard. La Whitman, che ha speso circa 200 milioni di dollari per la sua campagna elettorale, è l’ex amministratore delegato di E-bay. Ma nessuna è riuscita a convincere il rispettivo elettorato. La seconda lezione è di buon senso: i soldi e un know-how imprenditoriale non garantiscono un seggio in parlamento. Almeno in quello americano. Battuta da un veterano della politica anche la giovanissima candidata democratica Krystal Ball in Virginia. Anche la Ball, come la Haley, è stata travolta da gossip hard quando un blog conservatore ha diffuso delle foto in cui la candidata dem durante una festa universitaria giocava con un fallo di gomma a forma di naso di renna, indossato da quello che sarebbe diventato suo marito. La Ball ha scelto di non nascondersi e difendere il suo diritto a divertirsi ma l’outing femminista non è piaciuto. Terza lezione, gli elettori americani non sono pronti ad accettare che una donna possa avere una vita sessuale, o meglio, lo sanno ma non bisogna ricordarglielo soprattutto con delle foto.
Il due novembre ha anche segnato la fine dell’era Pelosi. Nancy Pelosi si dimetterà da speaker della camera dopo la vittoria dei repubblicani alla Camera. Quella che nel 2007 fu incoronata come la donna più potente nella politica americana, dopo soli tre anni dovrà tornare a sedere sulle poltrone della camera. Qui non c’è nessuna lezione, se non la semplice constatazione che il sistema un po’ arrugginito dei checks and balances, nonostante tutto, funziona e che alla prossima opportunità politica la valanga rosa dovrà mostrarsi meno chiassosa, più scaltra, non necessariamente miliardaria, altrimenti rischia un’altra volta di essere travolta dagli sbagli.