A nove mesi dalle dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, l’Egitto va alle urne – la data fissata per l’inizio delle parlamentari è, al momento, il 28 novembre – in un clima dominato da scontri settari e processi militari contro gli attivisti che a febbraio lanciarono la rivolta da Piazza Tahrir. Quasi come se il paese fosse ancorato ad un regime che usa il terrore per mantenere il controllo. A preoccupare è il risultato delle urne, per cui una forte affermazione degli islamici sembra scontata. Ma anche la strategia che il nuovo parlamento deve seguire per portare a termine la rivoluzione.
L’esercito, incaricato di guidare il Paese durante la transizione, nonché gli uomini d’affari, gli ex membri dell’NDP (il Partito Nazional Democratico dell’ex presidente Hosni Mubarak), e la classe dirigente egiziana sono in lotta per restare al potere e mantenere i privilegi ottenuti. Si tratta di una situazione che si traduce in “una stagnazione del processo di democratizzazione”, dice Naila Hamdy, docente del Corso di Giornalismo dell’Università Americana del Cairo e commentatrice per i media. Inoltre, il Paese sta attraversando anche una difficile fase si destabilizzazione. “Gli accordi di Camp David e le buone relazioni diplomatiche con lo stato di Israele; la protezione della minoranza copta dagli attacchi sconsiderati degli islamisti; uno Stato laico in un Egitto non governato da leggi islamiche; l’ordine pubblico e la giustizia; un’economia che funziona e il ritorno del turismo:tutti gli eventi che sono accaduti negli scorsi mesi indicano che questi cinque punti sono in pericolo”, spiega la docente.
E allora, la domanda che almeno una parte della classe dirigente egiziana si pone in questo momento è: per un Egitto più democratico serve davvero un passaggio rapido, cioè entro il 2012, verso le elezioni presidenziali? La campagna è già in corso, nonostante non sia stato ancora votato un nuovo parlamento. Oppure in questo momento la priorità è rappresentata dalla nomina di un Primo Ministro forte, in grado di far approvare riforme importanti (fra cui ricostituire le Forze di Polizia)? In questo modo si lascerebbe più tempo ad esperti giuristi e parlamentari per lavorare alla stesura di una nuova costituzione.
In particolare, prima di indire elezioni Presidenziali, l’Egitto ha bisogno di una costituzione più forte, per impedire al nuovo Capo di Stato di emendarne gli articoli con troppa facilità. Nel 1952 l’Egitto aveva già sperimentato una rivoluzione che portò al potere nel 1954 il Presidente Gamal Abdel Nasser, ricorda la docente. Lui cambiò la costituzione post-indipendenza datata 1923, per accontentare i suoi bisogni e accantonando i suggerimenti dei giuristi che per due anni avevano lavorato ad un nuovo progetto liberale e democratico. Anche Anwar Sadat cambiò la Costituzione nel 1971, e più volte anche Mubarak fino alla stesura del 2007.
In queste ultime settimane alcuni segnali suggeriscono che l’esercito non è intenzionato a lasciare il potere. Prima è giunta la candidatura alla presidenza di un alto ufficiale, Muhammad Husayn Tantawi. Poi la proposta governativa che prevede la facoltà da parte dello SCAF di nominare 80 dei 100 membri della commissione che sarebbe incaricata di riscrivere la Costituzione. Certo, esistono diverse idee sul ruolo che l’Esercito potrebbe assumere dopo la nomina del nuovo parlamento in Egitto, inclusa quella che guarda al modello turco. “Ma in questo momento parleremmo della vecchia Turchia”, dice Hamdy. “Con elezioni presidenziali indette in tempi rapidi si rischia di arrivare alla nomina di un Capo di Stato che è un militare, un ex militare, o una figura che è d’accordo con le loro condizioni (dei militari, ndr). Così avremmo una democrazia come quella di prima (cioè fatta solo di parole)”, dice Naila Hamdy, la quale ricorda che in Egitto la gente semplice ama i militari ed è convinta che abbiano sostenuto la rivolta. E poi, nel nuovo scenario politico egiziano ci sono anche potenti forze islamiche, non tutte moderate, che sono emerse dopo la rivoluzione e sono potenti, e non si sa come e se siano in grado di rapportarsi con le altre componenti politiche.
I dubbi espressi da Naila Hamdy riflettono la strategia proposta dal Premio Nobel per la Pace Mohamed ElBaradei che per lungo tempo, prima della rivolta del 25 gennaio, era sembrato il candidato da sostenere per una svolta democratica nel dopo Mubarak. Soprattutto agli occhi della comunità internazionale. Lui insiste (pressoché da solo) che non si possono indire elezioni presidenziali senza che la laicità del Paese e i diritti civili dei suoi cittadini siano garantiti da una Costituzione forte, per la cui stesura è necessario del tempo. A questo proposito ElBaradei si era offerto di ricoprire l’incarico di premier in un governo composto da un’ampia coalizione, che spera emerga da queste elezioni. Spera in una formazione allargata, perché crede che potrebbe ricomporre il clima di coesione nazionale dei giorni della rivolta di Tahrir. A questo punto l’obiettivo di formare un esecutivo forte sarebbe quello di lasciare che parlamentari ed esperti giuristi scrivano una nuova Costituzione, in un nuovo contesto politico. Che sia capace cioè di tutelare i diritti base dei cittadini e garantire che l’Egitto resti un Paese “civile”. In particolare, “la parola “civile” – ci spiega la docente – è utilizzata in questo contesto dai liberali, perché i conservatori hanno convinto la gente comune che “secolare” è sinonimo di “ateo””.