La prima delegazione internazionale era partita nel novembre scorso, quando Damasco era stata sospesa dal suo ruolo di membro della Lega per essere messa sotto indagine come “sorvegliata speciale”; un fallimento, la missione, confermato anche dagli stessi racconti di alcuni osservatori che in Siria hanno solo potuto constatare l’inutilità della loro presenza nel porre fine alle violazioni dei diritti umani messe in atto dalle forze governative.
Ufficialmente le sei monarchie del Golfo hanno deciso di ritirare i loro delegati per non essere “falsi testimoni” della situazione in Siria, dove uccisioni e brutalità contro la popolazione non sono mai cessati. Da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman ed Emirati provenivano 55 dei 165 osservatori arabi che finora avevano attraversato il paese nel tentativo di monitorarne le condizioni. Riyad aveva chiesto l’adozione di un piano d’uscita per Assad sul modello di quello già sperimentato in Yemen, dove il presidente Ali Abdullah Saleh è stato accompagnato alle dimissioni.
La Lega Araba ha chiesto ad Assad di formare in due mesi un governo di unità nazionale che includa le opposizioni e di cedere il potere al suo vice. Ovviamente la proposta è stata rispedita al mittente, anche se in un comunicato ufficiale il governo di Damasco ha fatto sapere di aver approvato il proseguimento della missione degli osservatori; ma nessuna cessione di potere sembra essere in discussione. Il ministro degli esteri siriano Walid Muallem ha anche accusato la Lega di aver messo in atto una provocazione con il suo nuovo piano, allo scopo di portare la Siria davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
L’Unione Europea intanto ha aggiunto altre 22 persone e 8 società siriane nella lista delle sanzioni, mentre negli Stati Uniti due senatori hanno proposto un disegno di legge per bloccare le transazioni immobiliari negli Usa da parte di siriani coinvolti nella repressione, e vietare la vendita di apparecchiature tecnologiche che potrebbero essere usate per la censura e le violazioni di diritti umani.
La Russia invece continua a mantenere una posizione di distacco da qualsiasi intervento internazionale contro il regime di Al Assad. D’altra parte Damasco è sempre stata alleata di Mosca sin dai tempi sovietici. In Consiglio di Sicurezza si è sempre opposta alle sanzioni contro la Siria per il principio di non interferenza nelle questioni di uno stato sovrano, e ha motivato la decisione con il timore di un’escalation di provvedimenti potenzialmente diretti anche ad un’azione militare.
Di fatto la relativa vicinanza della Siria con aree come la Georgia che per la Russia rappresentano potenziali focolai di tensione, spinge Mosca a lavorare per mantenere lo status quo, pena il rischio di subire una destabilizzazione che potrebbe propagarsi fino al Caucaso del Nord. Un rapporto, quello fra i due paesi, che passa anche dagli scambi economici, visto che la Russia è il principale fornitore di dotazioni militari per il governo Assad.
L’agenzia di stampa ufficiale Sana non a caso ha riportato proprio recentemente le parole del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov sulla necessità di aprire un dialogo per risolvere la crisi siriana, ma senza l’utilizzo di sanzioni internazionali. Nel frattempo Bashar Al Assad si è aggiudicato il premio annuale dell’Unione degli Scrittori Russi, per aver adottato una politica equilibrata allo scopo di mantenere l’indipendenza e la sovranità del suo paese; un’onorificenza assegnata al presidente, ironia della sorte, come simbolo di sostegno al popolo siriano.
Immagine di Syria Frames of Freedom (cc)