Ennahda e la sfida delle correnti integraliste per i lavori dell’Assemblea
Ilaria Romano 3 aprile 2012

Il primo articolo della Costituzione tunisina resterà quello del 1959: la Tunisia è uno stato libero, indipendente e sovrano. La sua religione è l’Islam, la sua lingua l’arabo, e la sua forma di governo la Repubblica. Alla fine Ennahda ha deciso di non inserire nessun riferimento alla Sharia nella nuova Carta in corso di elaborazione da parte dell’Assemblea Costituente eletta lo scorso 23 ottobre, come temevano i laici e speravano gli islamici più radicali presenti nella coalizione del partito della Rinascita.

Una decisione non facile per Ghannouchi, che ha dichiarato all’agenzia di stampa Tap, Tunis Afrique Presse, di aver scelto dopo lunghe e profonde discussioni per preservare l’unità del paese.

Se la decisione potrà servire a tranquillizzare i moderati sul futuro democratico del paese che per primo ha conquistato le urne dopo la primavera araba, di certo non è piaciuta agli ultraconservatori, che da tempo chiedevano una revisione in senso islamico dei fondamenti dello stato. Lo scorso 22 febbraio Pétition Populaire, terzo partito per numero di voti ottenuti alle elezioni, aveva proposto una bozza di legge che introduceva la Sharia come fonte principale della Costituzione, cosa che aveva scatenato non poche tensioni con i laici e i moderati.

La risposta del leader di Ennahda dovrebbe mettere un freno alle frange più estreme: Ghannouchi ha ripreso in mano le redini del suo partito, e dunque della maggioranza del Parlamento, e ha fatto capire che la Tunisia non si può permettere di concedere spazi a elementi che possano minare il futuro democratico, in un momento di transizione come quello attuale. Dopo le rassicurazioni sul primo articolo della Costituzione, in un talk show radiofonico Ghannouchi ha fatto capire che le idee radicali della corrente ultra-conservatrice interna al suo stesso partito rappresentano qualcosa di molto vicino a un progetto di guerra civile, e per questo ne ha preso pubblicamente le distanze.

Lo scorso 20 marzo un congresso sulla Sharia e la Costituzione a Tunisi si era trasformato in un’ occasione di protesta per gli integralisti, che avevano invocato la legge islamica come fondamento di un potere giusto. Contemporaneamente nel centro della capitale manifestavano anche i sostenitori della laicità, nel giorno del 56°anniversario della liberazione della Tunisia dalla colonizzazione francese. Dopo le ultime proteste dei salafiti, spesso sfociate in aggressioni, il 29 marzo il Ministero dell’Interno ha vietato con un’ordinanza i cortei e gli assembramenti nella centrale Avenue Bourguiba.

All’università di La Manouba i salafiti hanno manifestato per mesi per difendere il diritto delle studentesse a indossare il niqab nell’ateneo: più volte sono state segnalate aggressioni, come quella del 29 febbraio ai danni di due docenti della facoltà di lettere che si erano opposti alla presenza di una giovane con il volto coperto durante le lezioni, come previsto dal regolamento dei luoghi di studio tunisini.

La posizione dei vertici di Ennahda rispetto alla Costituzione, se è vero che getta un ponte con le formazioni moderate, laiche e democratiche, potrebbe però provocare una frattura all’interno del movimento. Inizialmente accusato dalle opposizioni di fare il doppio gioco, appare ora molto meno compatto di come si presentava in campagna elettorale e dopo la vittoria schiacciante delle elezioni, nel tentativo di mostrarsi forte contro ogni deriva radicale. Lo stesso voto sull’introduzione della Sharia nel primo articolo della Costituzione, se è vero che ha trovato 51 voti contrari, ne ha avuti anche 13 favorevoli, oltre a 7 astensioni, all’interno della formazione.

La caduta di Ben Alì e la rivoluzione cominciata nel dicembre 2010 hanno portato ad una maggiore libertà di espressione, ma anche all’emergere di spinte politiche contrapposte rimaste assopite per 23 lunghi anni. La situazione del paese resta delicata perché se il Parlamento è stato eletto con il voto diretto dei cittadini, il presidente Moncef Marzouki e il primo ministro Hamadi Jebali sono stati nominati dai deputati, e restano “provvisori”, mentre l’Assemblea Costituente continua a lavorare per mettere a punto il futuro sistema politico, in vista delle elezioni presidenziali e legislative previste per il mese di giugno del 2013. E la Tunisia resterà “un faro”, come lo stesso Ghannouchi affermava qualche mese fa, se riuscirà a tenere insieme i confini politici e sociali che la “primavera” ha ridisegnato.