Come trasformare l’immigrazione da un “pericolo” che spaventa i paesi ricettori a un’opportunità di crescita tanto per la nazione dalla quale i migranti partono che per quella che li accoglie? L’immigrazione può diventare una risorsa globale? Sarà in grado di portare ricchezza a tutti gli attori coinvolti?
Sono queste le domande alle quali cerca di rispondere Philippe Fargues, direttore del Centro sull’Immigrazione del Robert Shuman Centre for Advanced Studies, che è intervenuto a un seminario sul tema della cooperazione in materia di immigrazione organizzato a Roma dall’Istituto Affari Internazionali, la Commissione Europea, Paralleli e il German Marshall Fund.
“L’immigrazione è in grado di promuovere sviluppo. I lavoratori che lasciano la loro patria portano nel nuovo paese le loro abilità e capacità. Questo contribuisce alla creazione della ricchezza locale” spiega Fargues che ricorda anche le implicazioni per i paesi che vedono partire i loro giovani. Questi infatti ricevono nelle loro casse importanti rimesse monetarie, frutto dei risparmi che i lavoratori inviano alle famiglie di origine.
Affinché questo processo porti risultati positivi, sottolinea Fargues, “devono esserci le condizioni giuste. I migranti devono poter essere integrati nelle società nelle quali lavorano e sentirsi non solo manodopera, ma anche cittadini. In aggiunta questi devono avere la possibilità di far ritorno nel loro paese liberamente, con facilità e frequenza.”
Qualora non esistano queste condizioni, l’immigrazione può diventare un fattore di insicurezza. Da un punto di vista sociale può portare alla creazione di ghetti che rischiano di minare la sicurezza della società che accoglie i migranti senza garantire a questi ultimi quel grado di integrazione necessario per il loro benessere. Dal punto di vista civile, aggiunge Fargues, “questo potrebbe incidere enormemente anche sulla questione del controllo delle frontiere.”
Dopo lo scoppio delle primavere arabe, l’Europa sta guardando attentamente a quanto avviene sulle coste meridionali del Mediterraneo, interrogandosi sull’evoluzione dei flussi migratori provenienti da questa regione. Il loro futuro dipende infatti da quello delle transizioni in atto perché, qualora il processo di democratizzazione avesse successo, alcune dinamiche potrebbero addirittura invertirsi e il numero di persone desiderose di emigrare diminuire.
“In Occidente avete paura dei flussi migratori: per rassicurarvi posso dirvi che la fuga dei giovani tunisini preoccupa più noi che voi” ha detto in una recente conferenza in Italia Rashid Ghannoushi, leader di Ennahda, il partito islamista tunisino uscito vincente nelle prime elezioni dopo la caduta del presidente Ben Ali. “Abbiamo interesse a evitare che questo accada e siamo convinti che si possa fare dando la possibilità ai giovani di realizzarsi all’interno dei nostri confini. È per questo motivo che la ripresa economica tunisina e quella degli altri paesi limitrofi è un interesse che accomuna noi e voi. Dobbiamo tutti sperare che la transizione democratica raggiunga i suoi obiettivi.”
Le primavere arabe, aggiunge Fargues, “ci hanno inviato alcuni messaggi chiari. I protagonisti delle rivolte hanno la stessa età di quelli che emigrano ed è probabile che abbiano anche le stesse motivazioni: voglia di realizzarsi, desiderio di non essere umiliati e necessità di sfuggire alla corruzione. In aggiunta, a formare i flussi migratori degli ultimi mesi sono state soprattutto persone scappate da zone a rischio, non i protagonisti delle rivolte. È per questo che l’impatto delle primavere arabe sui fenomeni migratori è tutt’altro che scontato.
In questo quadro, la cooperazione tra i paesi coinvolti diventa centrale. “Se vogliamo davvero che l’immigrazione contribuisca a creare sicurezza sociale e mutuo sviluppo umano dobbiamo unire le forze” conclude Fargues, “dobbiamo essere più ambiziosi e rigorosi nell’affrontare insieme la questione del rispetto dei diritti umani al fine di garantire a tutti un futuro prosperoso e una crescita sostenibile.”