Ma invece che sulla West Coast quel viso avrebbe potuto essere tra le strade di San’a, di Tunisi, del Cairo, Bengasi, Doha o Homs. Eppure, al di là delle aspettative, la primavera araba non ha lasciato i frutti sperati in termini di opportunità al femminile. A dirlo sono le stesse Nazioni Unite nel Rapporto “Women in Parliament in 2011”, pubblicato proprio in questi giorni: “nonostante le promesse di inizio anno (2011, ndr), le regioni arabe sono rimaste le uniche al mondo in cui la presenza di donne non arriva al 30 % in almeno un Parlamento”. Inoltre, Qatar e Arabia Saudita si distinguono per non avere neanche un seggio riservato alle donne nelle loro assemblee legislative, un po’ come avviene in luoghi quali il Belize, la Micronesia, la Repubblica di Nauru e quella di Palau o nelle Isole Salomone.
Marocco, Tunisia, Egitto, Libia: “developments less than satisfactory”
Uno degli Obiettivi del Millennio, stabiliti nel 2000 dalle Nazioni Unite per il 2015, è la promozione della parità dei sessi e l’autonomia delle donne. Fini che si raggiungono, innanzitutto, attraverso le stesse opportunità d’istruzione e di lavoro e attraverso la loro presenza nelle istituzioni politiche. A poco più di tre anni dalla deadline il traguardo è però chiaramente lontano ovunque. Per questa ragione nel luglio del 2010 al Palazzo di Vetro si è decisa la creazione di UN Women (United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women), una task force guidata dall’ex presidente cileno Michelle Bachelet per accelerare i tempi, ormai fin troppo stretti.
In occasione dell’International Women’s Day 2012, UN Women insieme a Inter-Parliamentary Union, il gruppo con sede a Ginevra che riunisce i parlamenti dei vari stati, ha realizzato la consueta fotografia dello status delle donne nel mondo. Quello che salta più a l’occhio è quel 10,7% della rappresentanza femminile nelle Assemblee degli Stati arabi, all’incirca la stessa proporzione del 2010, cioè prima delle rivolte. Uno sguardo più ampio sui dati raccolti ci mostra che dal 1995 (4,3% dei seggi) un miglioramento c’è stato, lento e progressivo, senza riuscire ad assicurare in nessuno Stato, però, l’obiettivo delle Nazioni Unite di circa un terzo dei seggi. Secondo l’agenzia dell’Onu, “gli sviluppi sono meno che soddisfacenti considerando che sono state adottate misure temporanee strategiche per coinvolgere le donne nei paesi provenienti da conflitti”.
Stando a “Women in Parliament in 2011” dei passi avanti sono stati compiuti, comunque, in Marocco dove grazie alle “quote rosa” il numero delle donne che siedono nella Camera Bassa è salito al 16,7% con un incremento del 6% rispetto alla precedente tornata di voto. Una legge del 9 settembre 2011 ha stabilito infatti che su un totale di 395 scranni del Majlis-Annouwab almeno 60 fossero destinati alle deputate, metà delle quali con un’età inferiore di 40 anni. Il risultato è che alle consultazioni del 25 novembre 2011 – il secondo importantissimo appuntamento elettorale dopo il referendum sulla Costituzione di luglio – sono passate sessantasette donne; una cifra che porta il regno di Mohammed VI tra i primi cinque stati ‘illuminati’ nella regione. Le cose sono andate diversamente, invece, in Tunisia, il Paese che ha dato il via alla primavera araba e su cui maggiormente si puntava.
La Tunisia è certamente lo Stato che più di tutti guarda all’Europa, per cultura, mentalità e politica, eppure le storiche elezioni del 23 ottobre, le prime del dopo Ben Ali, non hanno regalato alle nuove istituzioni tunisine quella rappresentanza femminile che anche la legge elettorale aveva auspicato. Nonostante ogni partito fosse obbligato a garantire una quota parte per le candidate, su un totale di 1600 liste meno del 5% è stato guidato da donne. Nessuna di queste poi è riuscita a passare il turno, neanche nei casi più eclatanti come quello di Soaud Abderrahim, volto di punta di Ennahda, e dell’avvocato per i diritti umani Radhia Nasraoui del Pcot (Partito comunista tunisino). L’assenza di candidate si è fatta sentire nei risultati finali, tanto che la nuova Tunisia si presenta ora con l’1,3% di deputate in meno rispetto al 2008 e cioè con due seggi in meno rispetto alla dittatura Ben Ali. Eppure uno dei volti della rivoluzione dei gelsomini era stata proprio una Tunisian Girl, la blogger Lina Ben Mhenni.
Situazione ancora peggiore al Cairo dove la Legge sull’Esercizio dei diritti politici che prevedeva una quota rosa pari al 12% dei seggi è stata modificata in modo che alla candidatura obbligatoria delle donne non corrispondesse necessariamente una poltrona; un po’ come avvenuto in Tunisia, ma con effetti ancora più devastanti. Al termine delle tanto discusse e violente consultazioni di novembre, nelle quali hanno trionfato i Fratelli musulmani, l’Egitto si è ritrovato infatti con il 10,7% in meno degli spazi per le deputate (10 su 508 membri). Tutto questo perché, assicura Buthayna Kamel, l’unica donna in corsa per le prossime elezioni presidenziali, i militari che guidano il Paese “hanno una mentalità conservatrice e non sono per le libertà e i diritti delle donne”.
Tuttavia, sottolinea la giornalista, anche una sola candidatura femminile per una simile carica in Egitto, “è di per se stessa una vittoria per tutte le categorie emarginate”. Infine, c’è il caso della Libia dove in vista delle prossime consultazioni per l’Assemblea costituente, le prime del dopo Gheddafi, è stata messa a punto una legge elettorale che prevede l’elezione di ottanta deputate su un totale di duecento seggi. Cifre che sulla carta lasciano ben sperare, peccato però che lo scorso 24 ottobre, durante la festa della liberazione, a Bengasi, il presidente del Consiglio nazionale di transizione Mustafa Abdel Jalil abbia richiamato la sharia come fonte di diritto del Paese.
Immagine: Koshyk (cc)