Caos e instabilità alle urne
Antonella Vicini 15 settembre 2011

“La Tunisia ha appena vissuto una doppia rivolta, ma non è una rivoluzione”, scriveva così il filosofo franco-algerino Sami Nair lo scorso gennaio, poco dopo la fuga del presidente-dittatore Zine el Abidine Ben Ali in Arabia Saudita.

Il momento di dimostrare che coloro che hanno dato il via alla primavera araba sono dei degni precursori sta arrivando. Manca infatti poco più di un mese al 23 ottobre, data delle consultazioni che decideranno chi farà parte dell’Assemblea costituente incaricata di dare al Paese una nuova costituzione e di nominare o confermare il governo ad interim, fino alle elezioni generali. Un passo fondamentale che proprio per la sua importanza ha già subito uno slittamento, segno evidente delle difficoltà che la Tunisia post 14 gennaio sta incontrando sulla via della democrazia.

Dopo ventitré anni di regime repressivo, è necessario infatti ricominciare tutto da capo. A partire dall’abc: Che cos’è la democrazia? Quali sono le sue regole? Perché bisogna votare, come e dove?

A spiegarlo in questi giorni è anche un video di cinque minuti che circola in rete e che chiarisce l’importanza del voto. Realizzata dall’associazione di cittadini Touensa, nata attraverso Facebook il 12 gennaio scorso, la clip sottolinea come “il primo appuntamento (democratico, ndr) sono le elezioni del 23 ottobre”. E via a illustrare tutto: chi può votare, come ci si registra, cos’è la rappresentatività, perché è importante.

L’associazione ha messo su, inoltre, una task force di volontari che girano per il paese organizzando incontri sui temi della cittadinanza e della rappresentatività. E non solo i soli. Come loro ci sono altri gruppi organizzati dal PDP, il Partito Progressista Democratico: “l’ambizione – sottolinea il segretario generale della compagine Maya Jribi – è quella di far capire ai cittadini l’importanza della realizzazione di un’esperienza democratica in Tunisia”. È naturale che ogni gruppo, però, diffonda il proprio credo e che sensibilizzare significa anche coltivare dei potenziali elettori. Ci sono poi i discepoli di Ennhada, fratino bianco (e hijab sul capo per le donne) con il simbolo del partito islamico disegnato sulle spalle, che distribuiscono volantini per le strade, nei supermercati, dai finestrini delle auto, ma questo è già un sistema di propaganda più classico.

La pubblicità politica, invece, è stata vietata a partire dal 12 settembre per dare a tutte le fazioni – anche quelle minori e meno danarose – le stesse possibilità e per difendere l’indipendenza dei media, ma c’è già chi come il PDP ha annunciato che ricorrerà alla magistratura ordinaria per esercitare il proprio diritto a comunicare con il corpo elettorale. Per la campagna vera e propria bisognerà attendere il primo ottobre.

Al di là di queste regole essenziali, resta il fatto che la situazione politica nel paese è piuttosto complicata, a partire dal numero degli elettori che si sono registrati volontariamente, tirati per la giacchetta, tanto che è stato necessario prorogare fino al 14 agosto la data ultima per iscriversi. Tre milioni e ottocentottantadue mila aventi diritto al voto sono quelli che risultano nelle liste, come ha certificato l’ISIE – Instance Supérieure Indépendante pour les Elections –, esclusi militari, forze di sicurezza che non sono più in servizio, coloro che compiranno diciotto anni in questo periodo, quelli che risiedono all’estero ma saranno in Tunisia per le elezioni e quelli che devono ‘riguadagnare’ il diritto di voto, per i quali il termine è stato spostato ulteriormente.

C’è però quel dubbio sui morti registrati ugualmente, anche se Kamel Jendoubi, a capo dell’ISIE, ha negato di aver mai parlato di un milione di falsi iscritti, come circolato in rete. In questo quadro confuso, si incontrano a volte anche dei paradossi degni di essere citati, come la storia della vecchina di centoundici anni, Sassia Bent Mohamed Ben Ali, che raggiunta da una giornalista nel suo villaggio Ouled Tlijane, un agglomerato di case di fango vicino Gafsa, zona rurale nell’entroterra tunisino, dice candidamente: “Andrò a votare. Se ci devo andare andrò. La scuola è vicina, spero solo che qualcuno mi accompagni”. È lei l’elettrice più anziana fra gli iscritti.

A complicare la situazione ci sono poi i numeri. Sono 105 le formazioni che parteciperanno alla competizione del 23 ottobre; 1600 sono le liste, più 152 nelle circoscrizioni estere. Eppure, stando ad un recente sondaggio dell’agenzia di stampa TAP e dell’Institut de Sondage et de Traitement de l’Information Statistique (ISTIS), solo il 7% degli interpellati si dichiara soddisfatto dei partiti e il 56,9% dice di non apprezzarne nessuno. In generale più della metà dei tunisini (il 50,9%) giudica incomprensibile l’attuale situazione generale del Paese e insoddisfacente quella politica e economica. Le continue proteste dei giovani, gli scioperi e le manifestazioni che ancora oggi popolano le strade di Tunisi non sembrano quindi infondate.

Mutatis mutandis, la percezione è che la via per una transizione reale sia ancora molto lunga. Il regime poliziesco e repressivo prosegue, come conferma anche l’avvocatessa per i diritti umani Radhia Nasraoui, nota per la sua attività contro la tortura durante il regime di Ben Ali. “Ogni giorno ci sono ancora vittime di una repressione dura e i giovani vengono picchiati e arrestati anche là, in pieno centro, in Avenue Bourguiba”, dice la Nasraoui.

Due esempi: solo pochi giorni fa, una ragazza di sedici anni è stata uccisa nel corso di alcuni scontri con la polizia a Sbeitla, località a circa tre ore di auto da Tunisi. Lo stesso era accaduto a luglio a Sidi Bouzid, cuore delle proteste di dicembre, a un quattordicenne. Non a caso lo stato d’emergenza nel Paese è stato prorogato fino al 30 novembre. E, sull’altro fronte, le organizzazioni sindacali delle forze di sicurezza sono entrate in rotta di collisione con il ministero dell’Interno Habib Essid e con il primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi perché hanno chiesto il diritto di rispondere col fuoco alle proteste, nel caso in cui si sentissero in pericolo per i frequenti attacchi contro caserme e posti di polizia sparsi sul territorio.