Social network e pugni alzati: nel Mediterraneo c’è voglia di libertà
Sabrina Bergamini 30 giugno 2011

Ci sono date che fanno la Storia e danno il via a una serie di cambiamenti che si risolvono o si risolveranno nella modifica di interi assetti geopolitici. 17 dicembre 2010, Tunisia: Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di frutta e verdura, si dà fuoco per protestare contro l’ennesimo sopruso della Polizia municipale e lo fa nella piazza pubblica, davanti al municipio di Sidi Bouzid, con un gesto estremamente politico che apre a una rivolta spontanea fino alla caduta del regime di Ben Ali. 28 gennaio 2011, Egitto: al Cairo un’imponente manifestazione alimenta la giornata della collera e piazza Tahrir diventa «l’epicentro fisico e simbolico della rivolta degli egiziani contro il potere di Hosni Mubarak». Sono due degli eventi che hanno dato vita alle rivolte nel Sud del Mediterraneo, proteste che hanno cambiato e stanno cambiando il volto del mondo arabo davanti alla disarmante impreparazione dell’Europa e di tutto l’Occidente.

Il libro Mediterraneo in rivolta, di Franco Rizzi (Castelvecchi 2011) è una delle prime pubblicazioni che analizza gli eventi in corso – da Tunisia a Egitto, da Libia ad Algeria, Marocco, Yemen, Bahrein e a tutti i paesi in fermento – dando loro una spiegazione più articolata di quella messa in pagina nei primi giorni delle rivolte, soffermandosi sull’afasia dell’Europa e degli Stati Uniti incapaci di elaborare nuovi modi di pensare il rapporto con il mondo arabo e musulmano, e collegando le rivolte alla storia dei singoli paesi in cui sono scoppiate e alle conseguenze della colonizzazione, prima, e della decolonizzazione, poi.

Non è un’interpretazione neutra, perché già l’esordio del volume mette in evidenza la simpatia dell’autore nei confronti delle rivolte. «Sono giovani, meno giovani, studenti, disoccupati, professionisti, donne di una certa età e ragazze – scrive Rizzi, professore di Storia dell’Europa e del Mediterraneo all’Università di Roma Tre – Gridano, alzano le dita in segno di vittoria, muoiono sotto il piombo della Polizia: si stanno ribellando, perché è giusto ribellarsi a un potere che per lunghi decenni ha mentito, ha pensato essenzialmente alla sua riproduzione. Governi composti da vecchie cariatidi diventate nel tempo le sentinelle e i guardiani degli interessi dell’Occidente».

Libertà, dignità, indignazione sono alcune delle parole che più spesso ricorrono nell’analisi dell’autore, che interpreta le rivolte in atto non con la chiave di lettura delle condizioni materiali – non di guerra del pane si tratta – ma con la rivendicazione di dignità, democrazia, libertà, giustizia contro i propri governanti spalleggiati e sostenuti da un Occidente interessato al petrolio, al gas, alle risorse naturali, a una stabilità geopolitica nell’area che è stata privilegiata rispetto alla democrazia. Per Rizzi, il mondo arabo «è alla ricerca del suo modello di Stato e di società». Scrive l’autore: «Il problema del riconoscimento dell’identità del popolo arabo, della sua dignità nei confronti dei propri governanti e nei riguardi dell’Occidente, è la chiave di lettura per capire le rivolte di questi mesi. Questa lettura nulla toglie alle interpretazioni che invece individuano con forza come motivi scatenanti quelli legati alle condizioni materiali delle masse. Credo però che il bisogno di prendere in mano la propria Storia dopo tanti fallimenti sia il carattere saliente di tali rivolte». Dunque «le masse senza armi sono scese in piazza per dire basta e per riprendersi la propria libertà da governi oppressori e da un Occidente che li sosteneva».

Sostiene Rizzi che le rivolte hanno fatto crollare il teorema occidentale per il quale era più conveniente anteporre la stabilità della regione (attraverso regimi dittatoriali con i quali si tessevano affari) alla democrazia. E hanno reso evidente quanto fosse falsato guardare al mondo arabo solo attraverso la chiave della lotta al terrorismo – anche perché in piazza non sono scesi terroristi, non è stata rivendicata alcuna sharìa, non sono state bruciate bandiere statunitensi o israeliane né si è invocato il fondamentalismo islamico. È accaduto il contrario: i regimi sono caduti per proteste che si sono diffuse dal basso, per rivolte di popolo non armate e indignate. Naturalmente, i fatti si intrecciano e si dispiegano in modi diversi nei diversi paesi. La Libia emerge da subito come un caso peculiare rispetto a Tunisia ed Egitto e l’autore – che scrive prima del mandato d’arresto spiccato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja contro il colonnello Gheddafi – mette in evidenza le criticità della rivolta libica, che da subito è sfociata in guerra civile per la reazione del suo dittatore.

L’autore si sofferma su altri due aspetti: il ruolo dei social network e delle nuove tecnologie nelle rivolte e l’incapacità complessiva dell’Europa, e dell’Italia in particolare, di fronteggiare l’emergenza umanitaria e i flussi migratori. Le rivolte si sono equipaggiate dei social network, di Facebook, di Twitter, di You Tube, di tutte le nuove tecnologie che sono state usate per coordinare la protesta, per testimoniare quanto stava accadendo nelle piazze, per informarsi e per informare. I nuovi strumenti di comunicazione sono stati «potenti strumenti di aggregazione» e «cassa di risonanza del malessere che attraversa queste società». Di fronte alla portata e all’incertezza per l’esito di tali cambiamenti, l’Europa si è ritrovata a balbettare, spaesata, ancorata a vecchi stereotipi, presa in contropiede dalla caduta di regimi dittatoriali omaggiati e corteggiati fino al giorno prima. E tutto quello che è successo dopo, comprese le migrazioni – che hanno avuto carattere di emergenza ai confini interni di Tunisia ed Egitto dopo l’inizio della guerra in Libia, cui si è unito il collasso cui è stata portata l’isola di Lampedusa – hanno dimostrato la «incapacità italiana ed europea di gestire il fenomeno migratorio». Europa e Italia non hanno saputo gestire migrazioni «non certo bibliche», sono ricorse allo stereotipo della minaccia delle infiltrazioni fondamentaliste nei flussi migratori e di fatto si sono ritrovate private di quei dittatori che «risolvevano le questioni dei migranti per noi».

Il volume ha il pregio di fare chiarezza e offrire strumenti interpretativi alle rivolte inquadrandoli in un contesto storico, quello dei singoli paesi arabi e del loro rapporto con l’Occidente. Sconta, evidentemente, il fatto che la storia va avanti e che gli eventi sono tuttora in corso. Qualche volta salta dall’analisi alla testimonianza in prima persona. Una considerazione è però decisiva: «Mentre i pilastri della politica occidentale in Medio Oriente si sbriciolano, un nuovo Medio Oriente prende forma, si plasma una nuova architettura geopolitica. L’Occidente sarà costretto a cambiare passo: dovrà sempre più trattare e meno comandare e imporre». Se tutto questo è vero, forse arriverà il momento in cui il bacino del Mediterraneo diventerà davvero mare nostrum lasciando da parte la retorica e la gestione affaristica della politica per arrivare finalmente a uno scambio alla pari che si fondi sul rispetto della libertà e della dignità umana, valori che – lo hanno dimostrato i popoli in rivolta – non hanno colore politico né pseudo-religioso.