Il niqab, le provocazioni e le sfide della diaspora
Amara Lakhous 20 ottobre 2010

In Italia, i mass media affrontano spesso la questione del niqab (il velo integrale che copre tutto il corpo tranne gli occhi) in termini scandalistici. Si usa a dismisura la parola “burqa” al posto di “niqab”, malgrado le palesi differenze fra i due. L’obiettivo di tale approccio è chiaro: richiamare all’immaginario il modello dei talebani con le sue conseguenze di estremismo, di ignoranza e di violenza. Il che porta l’opinione pubblica a proiettare una realtà molto distante (vissuta attraverso le immagini della tv) sulla realtà quotidiana.

Sui giornali non mancano storie di donne immigrate o convertite all’Islam che indossano il niqab. Spesso subiscono maltrattamenti per strada. Capita anche che siano fermate dalle forze dell’ordine e obbligate a pagare delle multe, perché in Italia è vietato andare in giro con il volto coperto. Penso che sia necessario difendere il diritto di queste donne a praticare la loro religione (nonostante io non veda nessun interesse ad indossare il niqab). Si tratta di tutelare il diritto di culto ovunque senza eccezioni, in Iran come negli Stati Uniti, in Arabia Saudita come in Francia. E così via. Sono altrettanto convinto che le vittime non siano le donne col niqab, ma i loro bambini, che rischiano di essere esclusi e emarginati nelle scuole. È più saggio accontentarsi del velo e abbandonare il niqab per evitare conseguenze disastrose.

Sollecitare i musulmani a non chiudersi nei ghetti etnici non è una pura formalità. È fondamentale che ci sia una presa di coscienza da parte loro, per rafforzare i legami con il contesto in cui vivono. In Italia come in Europa rappresentano una minoranza, si sa che tutte le minoranze sono chiamate a superare degli esami difficili. La grande sfida consiste nel comportarsi con le maggioranze politiche, culturali, religiose, ecc con intelligenza, senza cadere nella trappola della provocazione e perdere di vista le priorità.