Kuwait, arrivano le donne
Ernesto Pagano 28 maggio 2009

Hanno tutte un dottorato negli Stati Uniti e alle spalle una lunga carriera in politica o nel mondo degli affari. Ma lo storico ingresso delle prime quattro donne nel parlamento kuwaitiano, a soli quattro anni dall’acquisizione del diritto di voto, è stato tutt’altro che facile. Durante la campagna elettorale i settori politici più conservatori hanno osteggiato fortemente la loro candidatura. Gli ulema del movimento salafita hanno emesso una fatwa che giudicava “proibito occupare, in base alla sharia, un pubblico ufficio da parte delle donne”. Un parere religioso in contraddizione coi fatti, visto che una delle quattro neoelette, Maasuma Mubarak, era stata anche la prima donna ministro nel 2005.

Aseel al Awadhi, la seconda più votata nella sua circoscrizione elettorale, aveva risposto indirettamente agli attacchi degli integralisti dal suo canale Youtube, dicendo che dall’Islam derivano principalmente “le regole morali generali: quelle che servono davvero per combattere i problemi quotidiani, primo fra tutti la corruzione”. Secondo uno studio sui diritti politici della donna pubblicato dall’università del Kuawait e riportato dal quotidiano panarabo Sharq el Awsat, l’idea generale dei parlamentari maschi sulla partecipazione politica delle donne (il 44.5% della forza lavoro del paese) rimane in gran parte legata all’assunto che l’Islam non assicura la parità dei sessi e che la donna è sottoposta alla tutela dell’uomo: un concetto legato sia alla religione che alla cultura tribale, fortemente radicata in Kuwait.

Eppure, qualcosa sembra muoversi. Tekhra al Rashidi, una candidata non eletta, aveva dichiarato qualche settimana fa al quotidiano libanese Daily Star che a distanza di un anno poteva finalmente accedere alle diwanya, i consigli tribali riservati ai soli uomini. Inoltre, su molti blog kuwaitiani l’elezione delle quattro donne è stata acclamata con entusiasmo. Su Kuwaitism, uno dei blog più cliccati del piccolo emirato, viene scritto che “nonostante la campagna sporca condotta contro alcuni candidati, con pettegolezzi, falsità e fatwa preconfezionate, i kuwaitiani hanno votato con coscienza, premiando chi si è concentrato su una campagna elettorale chiara e onesta”.

I kuwaitiani hanno anche votato in massa con un’affluenza, secondo l’agenzia di stampa Kuna, del 60%: una cifra molto alta per il paese. In effetti i risultati elettorali, oltre all’eclatante ingresso della quattro donne, hanno anche portato a galla un forte ridimensionamento della corrente islamista sunnita (passata, secondo quanto riporta Sharq el Awsat, da 21 a 10 seggi), e un’ascesa dei parlamentari di confessione sciita (di cui fanno parte anche due delle neoelette), passati da 5 a 9 rappresentanti, su un totale di 50 seggi. Almeno la metà dei posti però, rimane occupata dai notabili tribali, tradizionalmente conservatori. Questo rende difficile capire se il successo delle donne, tutte di orientamento liberale, sarà significativo anche sul piano politico, oltre che su quello puramente sociologico.

Il Kuwait, una monarchia costituzionale con un Pil procapite tra i più alti al mondo, non ha partiti politici, ma solo rappresentati tribali, capi religiosi e una corrente liberale dai confini ideologici piuttosto sfumati. Questo rende possibile ai singoli politici di cambiare alleanze piuttosto facilmente. Negli ultimi tre anni, l’emiro del Kuwait Shaykh Sabah al Ahmad al Sabah ha indetto per tre volte elezioni anticipate a causa degli ostacoli trovati in parlamento (Assemblea Nazionale) rispetto alle sue scelte di politica economica. Per far fronte alla crisi, al Sabah ha promosso una manovra economica da 5 miliardi di dollari che però non ha trovato il sostegno dei due terzi del parlamento. La tenuta della nuova Assemblea Nazionale si misurerà molto presto, proprio col voto di questo provvedimento.