Yemen, una difficile transizione
Antonella Vicini 1 marzo 2012

Dodici milioni gli yemeniti chiamati alle urne e ventinovemila i seggi allestiti, dopo che nell’ultimo anno le rivolte e la dura repressione della piazza, il rischio di una guerra civile e di una spaccatura profonda fra le tribù hanno spinto il presidente Abdullah Saleh ad abbandonare un potere lungo trentatré anni. Il sessanta per cento di loro ha voluto prendere parte a questo evento e anche dove la partecipazione è stata inferiore a causa della presenza del Movimento del sud che ha tentato di boicottare il voto, minacciando e attaccando le postazioni, l’affluenza si è tenuta sul cinquanta per cento. Nonostante il verdetto delle urne fosse ovviamente scontato.

L’obiettivo centrale di questo voto è infatti la realizzazione dell’accordo siglato lo scorso novembre a Riyadh tra il governo di Sana’a e l’opposizione, su mediazione del Consiglio di cooperazione del Golfo, che prevedeva il trasferimento del potere da parte di Saleh al suo vice Hadi. È sulla spinta di questo che si sono formate lunghe e ordinate file davanti ai seggi ed è su questa stessa spinta emotiva che il premio Nobel per la Pace Tawakel Karman si è lasciata immortalare sorridente nel momento del voto, con il suo pollice imbevuto di inchiostro nero. Per la giornalista e attivista yemenita che lo scorso gennaio è diventato il volto pubblico delle manifestazioni di piazza, il 21 febbraio è “il giorno più felice”, “il giorno della vittoria in cui abbiamo siglato ufficialmente la fine dell’era di Saleh”. “Da oggi noi inizieremo a costruire il nuovo Yemen, uno Yemen democratico”, ha detto. Lo stesso Al-Hadi ha parlato di “un nuovo, chiaro, capitolo in cui sarà scritto il futuro dello Yemen”.

Perché tutto cambi è necessario che tutto resti com’è.

La figura di Abd Rabbuh Mansur Al-Hadi sembra mettere d’accordo l’opposizione, una parte dei rivoluzionari e, col suo passato da alto graduato, anche gli ambienti militari che nell’ultimo anno sono stati divisi tra lealisti e disertori. Da quasi diciotto anni braccio destro di Saleh e vicepresidente del Paese, già facente funzione negli ultimi mesi, Hadi non è certo un homo novus, ma è considerato l’uomo giusto per la transizione. Per il momento ha già strizzato l’occhiolino ai “Paesi amici e fratelli” affinché sostengano lo Yemen a rilanciare la sua economia e in tutta risposta ha ricevuto la richiesta del leader dei Fratelli Musulmani yemeniti, Abdel Majid Zindani, di applicare la sharia nel Paese.

Sul fronte opposto gli Stati Uniti di Barack Obama si sono detti disposti a sostenere economicamente questo complicato passaggio politico, purché il nuovo presidente rimetta mano alle Forze armate, i cui membri sono rimasti in parte fedeli a Saleh. Anche l’Unione Europea ha plaudito a questo primo passo che Catherine Ashton definisce “un nuovo capitolo” in cui milioni di yemeniti, già per il solo fatto di aver inserito il proprio voto nell’urna dimostra, “hanno dimostrato di sostenere un passaggio di potere pacifico”.

Eppure le questioni che hanno portato lo Yemen a vivere un anno di quasi guerra civile restano le stesse: la spaccatura tra i militari; le pretese separatiste di Nord e Sud; la lotta fra le tribù e la presenza ingombrante del clan di Saleh in tutti i ruoli chiave della sicurezza. Un po’ come era successo con i vecchi gattopardi tunisini, infatti, suo figlio maggiore, Ahmad Ali Abdullah Saleh, è ancora a capo della Guardia repubblicana e delle forze speciali; i nipoti Yahya Mohammed Abdullah Saleh a capo delle forze di sicurezza centrali, Tareq Mohammed Abdullah Saleh a guida della guardia personale del Capo di Stato, Ammar Mohammed Abdullah Saleh vicedirettore della polizia. E ancora un fratellastro è direttore dell’ufficio del comando supremo delle forze armate. La rete di Saleh resiste anche in settori fondamentali dell’economia come le linee aeree yemenite al-Yemenia; la società del Tabacco yemenita, la compagnia del gas e del petrolio e il Ministero della Pianificazione e direttore della Casa di Sviluppo.

Gli Usa e la lotta al terrorismo

I rapporti tra Washington e San’a restano un elemento cruciale nella lotta statunitense contro il terrorismo. Per questo gli Stati Uniti per il 2012 hanno disposto un finanziamento di 50 milioni di dollari che è previsto anche per il 2013. Si tratta di progetti di educazione, salute e crescita economica in uno dei luoghi più poveri del pianeta dove si trova terreno fertile per le infiltrazioni criminali. E anche se John O’Brennan, consulente di Obama per il terrorismo, di ritorno dallo Yemen ha assicurato che quanto accaduto nel corso di questo ultimo anno non ha danneggiato la lotta contro al Qaeda, è indubbio che la rete terroristica abbia guadagnato spazio soprattutto nel Sud, al confine con la Somalia. Non a caso il passaggio di consegne ad Hadi è stata bollata da uno dei leader locali della “Base”, Fahad al-Qasia, come un’operazione sporca “voluta dagli Stati Uniti”. “Il nuovo governo in Yemen non è diverso dal vecchio perché è costretto a fare ciò che vogliono gli americani”, ha sottolineato sul sito al-Maghreb.

L’impegno richiesto dagli Usa, in cambio dei nuovi aiuti economici, non è solo in termini di governance ma è soprattutto in campo militare. Le elezioni presidenziali, secondo Shannon, sono infatti “solo un passo”, il prossimo tocca all’esercito yemenita in modo che “migliorando logistica, equipaggiamenti e addestramenti, possa meglio combattere i miliziani” e rimuovere dal campo diverse decine di miliziani”. In questo senso, gli Stati Uniti, già impegnati con il Joint Special Operations Command, potrebbero fornire sostegno logistico alle forze armate yemenite dove al Qaeda è più forte. “Stiamo valutando i loro bisogni”, ha chiarito Brennan.

Lotte tra tribù e secessionisti

Le manifestazioni popolari contro Saleh sono iniziate sulla scia della primavera araba, ma non avrebbero mai avuto la possibilità di risolversi con l’abbandono formale del potere se non fossero intervenute le tribù. È il 26 febbraio quando i leader di alcuni importanti gruppi, gli Hashed e i Baqil, annunciano di aver preso parte alle proteste. Anche lo sceicco Husayn ibn Abdullah al-Ahmar, fratello di Sadiq, capo degli Hashed, si dimette dal partito del Congresso al governo e passa all’opposizione.

L’ingresso in campo della più importante tribù del Paese cambia la natura delle proteste e mette in difficoltà il presidente che, il 3 giugno, rimane vittima di un attentato che lo costringe al ricovero in Arabia Saudita. La lotta per cacciare Saleh si unisce così al braccio di ferro tra clan per il controllo del territorio. Gli Hashad contro i Baqil, più numerosi ma meno organizzati politicamente, e poi ancora gli al-Qahtan e degli al-Obeida contro gli al-Damashqa, fedeli al presidente. Una miscela esplosiva che ricorda quella libica, mentre nel sud i gruppi secessionisti, gli stessi che hanno invocato il boicottaggio di questo voto presidenziale, hanno stretto legami con clan vicini ad al Qaida. Tra gli oppositori di Saleh e, quindi, anche del suo successore restano, inoltre, alcuni gruppi al nord come quello che fa capo agli al-Houthi, in lotta contro San’a dal 2004.


Immagine: Sallam (cc)