Nucleare iraniano tra vecchie questioni e nuovi timori
Antonella Vicini 9 novembre 2011

Ci risiamo. Il braccio di ferro tra Iran e la comunità internazionale; le accuse dell’Aiea, le risposte retoriche di Teheran e le minacce israeliane. La sceneggiatura è più o meno quella già nota; gli attori anche.

Il dibattito sul nucleare iraniano va avanti dal 2003; non è la prima volta quindi che gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica relazionano sulla questione e non è certo la prima volta in cui esprimono dubbi, perplessità e mancanza di collaborazione e chiarezza. Il nuovo rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite, consegnato ieri, conterrebbe, però, le prove dell’attività nucleare iraniana a fini militari e non civili.

“L’agenzia nutre gravi preoccupazioni sulla possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano”, scrive l’Aiea nel documento, che verrà pubblicato solo dopo che tutti gli Stati membri avranno avuto modo di studiarlo, e ancora si sottolinea di aver valutato “credibili” le informazioni fornite “da uno Stato membro riguardo al fatto che l’Iran potrebbe aver pianificato e condotto sperimentazioni preparatorie utili nel caso in cui l’Iran volesse effettuare un test di un ordigno esplosivo nucleare”.

Il direttore dell’agenzia Yukiya Amano, lo scorso settembre aveva parlato di “crescenti preoccupazioni” per la “possibile esistenza di attività nucleari, passate o presenti” fino anche a ipotizzare lo sviluppo di un potenziale nucleare adatto alla costruzione di missili. Oggi, non è ancora chiaro quali siano gli elementi che hanno portato gli ispettori a simili conclusioni, è chiara però la reazione della stampa iraniana, e in particolare dell’agenzia Fars, che ha già bocciato il dossier perché di “scarso spessore” e “inaffidabile”.

Quello che sembra certo è, inoltre, la provenienza delle informazioni e cioè non il lavoro svolto dagli ispettori, ma quello degli 007 di Usa e di Paesi Europei come Francia, Gran Bretagna e Germania, ma anche di Israele, impegnati in prima linea alla ricerca delle cosiddette “pistole fumanti”.

Secondo lo scienziato iraniano  Ali Vaez, membro del think tank Federation of American Scientists e citato da Reuters, la maggior parte delle informazioni a cui ha attinto l’Aiea in passato proverrebbe da una serie di file contenuti in un pc portatile, il cosiddetto “Laptop of Death”, mostrato dall’intelligence Usa agli ispettori nel 2005. Secondo Vaez, si tratterebbe di “migliaia di pagine, di grafici e di video arrivati in Turchia grazie alla moglie di un iraniano”; una spia reclutata dai servizi tedeschi che, dopo essere stato scoperto dalle autorità di Teheran e prima di essere arrestato, avrebbe consegnato tutto questo materiale scottante (il laptop of death) alla moglie.

Il clamore di questi giorni non è dovuto, però, a queste nuove indiscrezioni, quanto piuttosto alle tensione crescenti con gli Stati Uniti, che lo scorso 11 ottobre hanno accusato Teheran del coinvolgimento in un piano per uccidere l’ambasciatore saudita negli Usa, e con Israele che, il 4 novembre, ha reso note le intenzioni di “ricorrere all’opzione militare contro la minaccia iraniana”. Lo ha detto il presidente Shimon Peres nel corso di un’intervista a Channel 2 e lo ha ribadito il ministro della Difesa Ehud Barak. Di fronte al pericolo che la posta in gioco salga troppo, il risultato ottenuto è la promessa da parte francese e statunitense di premere per sanzioni più incisive.

Il ministro degli Esteri francese Juppé lo ha già detto: “Parigi assumerà una posizione molto ferma. Se dovremo rafforzare le sanzioni lo faremo”, mentre al G20 di Cannes Barack Obama e Nicholas Sarkozy si sono trovati d’accordo sulla necessità di mantenere le pressioni sulla Repubblica Islamica. Quello che chiede Israele, secondo quanto rivelato sul Jerusalem Post, sono dei provvedimenti che colpiscano la Banca Centrale di Teheran, per chiudere i rubinetti al programma nucleare  iraniano. Le quattro risoluzioni approvate finora dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro l’Iran (1737 nel 2006, 1747 nel 2007, 1803 nel 2008 e 1929  nel 2010), infatti, rendono più difficile l’acquisto di attrezzature, tecnologie, il transito di denaro con l’Occidente, ma non colpiscono le sue principali fonti di reddito, come la vendita di petrolio e gas.

Tutti sono d’accordo che un raid militare contro le installazioni nucleari iraniane porterebbe ad una situazione pericolosa e destabilizzante in tutta l’area, senza la possibilità di prevedere ripercussioni e reazioni a catena. Anche Israele ne è consapevole, ed è per questo che Barak ha sottolineato alla vigilia del rapporto dell’Aiea che “la guerra non è un picnic. A noi piace il picnic ma non la guerra”.

L’Iran è uno dei Paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione che si basa su tre principi: disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare. Il TNP, entrato in vigore nel 1970, di fatto fotografa la situazione esistente al momento della sottoscrizione: gli stati nucleari si impegnano alla non proliferazione; gli stati non nucleari accettano di non dotarsi di armi nucleari, ma allo stesso tempo vengono favoriti dai paesi già nuclearizzati a sviluppare l’energia atomica a scopo civile, sotto lo stretto controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (artt. IV e V). Gli stati non firmatari come Israele, Pakistan e India, non sono tenuti, invece, a sottostare a nessun vincolo e sono esclusi da qualsiasi controllo.

È proprio questo lo snodo cruciale del feroce confronto diplomatico di questi otto anni dove da un lato c’è una nazione, come l’Iran, che reclama il diritto al nucleare civile sulla base del TNP e dall’altro l’Agenzia atomica e Paesi come Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna (e anche Israele) che denunciano costanti violazioni dello stesso trattato.

Ora, in base alle indiscrezioni trapelate sull’ultimo rapporto, ci sarebbero foto dal satellite e rapporti di intelligence (in quanto tali difficilmente verificabili) a testimoniare la presenza di infrastrutture destinate alla produzione di ordigni in grado di far esplodere testate atomiche.

I luoghi incriminati sono le centrali di Bushehr, Natanz, Isfhan, Qom destinati all’arricchimento dell’uranio (pare oltre il 20%),  ma la linea difensiva iraniana ha sempre puntato sul fatto che non si tratta di siti nascosti e che anche alcuni di essi, come quello di Bushehr, risalgono all’epoca dello Scià, quando i rapporti tra Iran in Occidente erano buoni e quando gli Stati Uniti insieme a  compagnie tedesche come Siemens Ag e AEG o alla franco-belga-spagnola-svedese Eurodif erano partner nella costruzione del programma nucleare iraniano. Un programma che, a ben vedere, prese il via già nel 1959 con un piccolo reattore donato dagli Usa all’Università di Teheran come parte di quel progetto annunciato dal presidente Dwight D. Eisenhower chiamato “Atoms for Peace” nel 1953. Da allora però le cose sono cambiate, così come le alleanze e gli equilibri in campo.