Mi ritorna in mente una barzelletta algerina della metà degli anni ottanta. La barzelletta è una valvola di sfogo sotto i regimi totalitari. L’ex presidente algerino Chadli Bendjedid, deposto dai militari nel gennaio ’92, un giorno chiama arrabbiatissimo il segretario generale del partito unico, l’FLN, e gli mostra i giornali stranieri, Le Figaro, Le Monde, il New York Times, il Washington Post, il Guardian e altri. Parlano tutti male di lui, lo descrivono come uno spietato dittatore che opprime il suo popolo e soffoca ogni voce di dissenso, proprio mentre in Tunisia la gente scende in strada per protestare.
Chadli pensa che il fatto che in Algeria nessuno esca per le strade a manifestare il dissenso nei confronti del regime lo metta in cattiva luce. Il presidente vuole a tutti i costi delle rivolte popolari per azzittire la stampa estera. Il segretario dell’FLN gli consiglia di fare come in Tunisia: alzare il prezzo del pane. Chadli si attiene al suo consiglio, ma dopo una settimana non è successo ancora nulla. Allora il presidente chiama di nuovo il segretario, e questi gli dice di aumentare ulteriormente il prezzo del pane. Passa un’altra settimana, ma non si vede ancora nessuno che manifesti per le strade. Poiché i giornali stranieri continuano a parlar male di lui, non sopportando di essere il presidente di un popolo di vigliacchi fa radunare il popolo in piazza dei Martiri, la più grande di Algeri. Vi tiene un discorso in cui insulta la folla e dichiara che il popolo algerino non si merita un presidente come lui. Anzi, dal momento che non è sceso in piazza a manifestare, questo popolo gli ha mancato di rispetto, e quindi lui ha preso la decisione di impiccare tutti, nessuno escluso.
Se fino ad allora nessuno aveva fiatato, a un certo punto, in lontananza, si alza una mano. Il presidente, contento che vi sia qualcuno che abbia il coraggio di farsi avanti, invita il cittadino a salire sul palco per parlare con lui. L’uomo, timidamente, sale sul palco. Chadli lo sprona a parlare e quello gli dice che vorrebbe un semplice chiarimento: dato che dovranno essere tutti impiccati, la corda per il cappio gliela fornirà il presidente o dovranno portarsela da casa?
Le dittature producono masse di impauriti, di malati, di umiliati. Sotto le dittature i popoli tirano fuori il peggio del peggio di loro stessi, inventano modi patologici di sopravvivenza come l’autocensura, l’autorepressione, l’autoumiliazione.
Questa barzelletta era l’emblema dello stato di rassegnazione in cui versava il popolo algerino. Poi, nell’ottobre 1988, i giovani scesero in strada e distrussero i simboli dello stato corrotto: ministeri, sede del partito unico e commissariati.
Purtroppo in quel periodo non c’era ancora Internet e solo dopo parecchi giorni all’estero si è saputo quel che era successo nel paese. Allora il potere riuscì a sedare la rivolta in pochi giorni, ricorrendo ad arresti e torture. L’esercito sparò sui manifestanti e questo determinò una frattura insanabile. Di fronte alla rivolta popolare la nomenklatura decise di creare una parvenza di sistema democratico, ma non si preoccupò di risolvere i problemi veri del paese, come la corruzione, il nepotismo, la concentrazione della ricchezza. E l’Algeria è rimasta un paese ricco con una popolazione di poveri.
Quattro anni dopo, nel 1992, in Algeria scoppiò la guerra civile. In sette anni morirono più di centocinquantamila persone. Chi le ha uccise e perché? Come dice Sciascia: “Il nostro è un paese senza memoria e verità”. Questo vale anche per la mia Algeria. Il caso algerino è stato usato dai regimi arabi per mandare un messaggio chiaro all’opinione pubblica nazionale e internazionale: instaurare la democrazia significa consegnare il paese al caos, e ai fondamentalisti. Il ricatto ha funzionato per anni.
I giovani arabi oggi vivono nell’era della globalizzazione, non a caso si è parlato molto dell’importanza di Internet, e soprattutto di social network come Facebook e Twitter.
I giovani tunisini, egiziani, algerini, yemeniti, marocchini, siriani e tanti altri, sono in contatto continuo con i loro coetanei di tutto il mondo, comunicano attraverso canali che sfuggono ai controlli della censura. Si chiedono perché altri ragazzi tedeschi, statunitensi, inglesi, francesi possano andare a protestare, avere un blog e scrivere ciò che vogliono mentre a loro è vietato farlo. Si chiedono: perché non posso manifestare contro la tortura? Perché non posso denunciare un ministro, un funzionario, un sindaco che ha rubato?
Questi interrogativi hanno favorito l’esplosione di una rabbia che ha trovato finalmente il modo di esprimersi. Quando questi giovani hanno cominciato a urlare di volere la caduta del regime la gente li ha presi per pazzi, o per adolescenti, sognatori, idealisti. E invece loro hanno continuato ad andar dritti per la loro strada: in Egitto sono rimasti a piazza Tahrir, che forse non a caso significa “liberazione”, hanno dormito, mangiato e persino cantato là, pacificamente, anche se poi i servizi di sicurezza hanno cercato di militarizzare il dissenso usando le armi. Ma è un fatto che i giovani sono rimasti sempre a favore della nonviolenza. Questo cambiamento di mentalità è un evento straordinario.