Nel suo intervento ha citato più volte la parola “democrazia”. È una parola che ha accompagnato le giornate calde dell’Egitto rivoluzionario. Ma qual è il senso di questa parola oggi?
Democrazia è un termine che in Egitto è sinonimo di libertà in questo momento. È una parola intrecciata ad un’idea di destino, che sottintende il miglioramento delle proprie condizioni. Ma allo stesso tempo gli egiziani stanno imparando che “la democrazia” in senso astratto come la chiamano in Occidente non è e non sarà la soluzione magica per le proprie difficili condizioni. Specie in questo momento di transizione che è solo al suo inizio, l’intero popolo egiziano sta provando a ridefinire il significato di questa parola, per non mutuarla semplicemente dall’inglese, ma per caratterizzarla in modo nuovo, adatto al popolo vincitore ma spaventato che siamo oggi. Ciò che spaventa di più è il fatto che il cammino sembra molto lungo, mentre tutta la corruzione, il marcio del regime che è appena finito è venuto fuori proprio ora.
Qual è la sua percezione da giornalista e da cittadino di questo momento di transizione?
Mi sembra di vedere il popolo spaccato in due. Da un lato, gli entusiasti della rivoluzione sono inebriati di progetti e idee, ci sono incontri, collettivi, gruppi che parlano alla gente, per costruire una nuova nazione. Ma c’è una grande maggioranza più silenziosa, che chiede: “Quand’è che possiamo tornare alla normalità? Quand’è che ci restituite la nostra vita?” La rivoluzione è un caso eccezionale, è uno stato di vita eccezionale, e la gente inizia a pensare che è stato più facile distruggere, togliere, levare di mezzo, mentre ricostruire e ricominciare sembrano essere imprese molto più ardue.
C’è il rischio di una controrivoluzione?
Non credo, non c’è più spazio – proprio da un punto di vista sociologico – per la vecchia guardia. Anche nella nostra redazione, un universo politico vario, si è verificato il cambio al vertice, senza possibilità di ritorno. È vero però che la situazione è confusa, che c’è qualcuno che rimpiange la tranquillità stagnante del passato, ma più per paura che per un reale moto controrivoluzionario.
Un Egitto spaccato in due ha a che fare anche con un confronto tra diverse generazioni?
Uno dei nostri poeti più famosi durante i giorni di rivolta ha scritto una poesia dedicata ai manifestanti, e uno dei versi recitava: “Forza, mandate via i vecchi, distruggete la società del passato.” La dittatura di Mubarak ha fornito al mondo ciò che dall’Egitto la comunità internazionale voleva: la stabilità, che nel tempo è divenuta stagnazione. Questa stagnazione ha dominato l’intera società in tutti i suoi aspetti, ostacolando il cambiamento che per eccellenza è portato dai giovani, che in Egitto costituiscono la maggioranza della popolazione.
Quali saranno i modelli nazionali e politici a cui si ispirerà l’Egitto del futuro prossimo?
L’Egitto si proporrà come tigre del Nilo, guardando alla Corea del Sud, a Oriente, sicuramente non a Ovest. Questo non significa che gli egiziani sono ostili verso le idee che arrivano dal mondo occidentale, ma è ora che il medio oriente smetta di essere guardato da questa parte del mondo come fosse una semplice fonte di energia o di guai, e cominci ad essere considerato piuttosto come un luogo dinamico, ricco di opportunità e con forti identità proprie, che non vanno cambiate, né sottomesse in nome di presunte superiorità culturali.