La mia banda suona il rock a Delhi. Con gli incantatori di serpenti
Ludovica Valori 28 gennaio 2011

Chi avrebbe mai immaginato di veder suonare insieme chitarristi rock e incantatori di serpenti? Musici erranti del deserto affrontare i palchi dei grandi festival assieme a una band di rodata esperienza? L’avventura visionaria di NOW inizia qualche anno fa, quando la documentarista Laura di Nitto e il cantante della band italiana Nuove Tribù Zulu Andrea Camerini entrano in contatto con la difficile realtà dei nomadi del Rajasthan: assieme ai due registi Meenakshi e Vinay Rai – da sempre impegnati in progetti di solidarietà con le tribù Bhopa, Kalbelya e Banjara – concepiscono questo progetto che lascia subito a bocca aperta i più, come spesso accade quando si crea qualcosa di nuovo.

Il progetto Nomadic Orchestra of The World prende forma a poco a poco, viaggio dopo viaggio, assieme agli altri componenti delle Nuove Tribù Zulu, il contrabbassista Paolo Camerini e il batterista Roberto Berini. La prima difficoltà è naturalmente nella comunicazione: i nomadi non parlano inglese. Ma con l’aiuto dei due filmaker si riesce a superare l’ostacolo e si iniziano a comporre i primi brani: visioni di quell’India favolosa dove il mito convive con la realtà di ogni giorno: mercati affollati, divinità multiformi e coloratissime, cieli sconfinati e strade polverose da seguire senza farsi troppe domande. Narrazioni suggestive in cui l’italiano si insegue con l’inglese per poi trasformarsi in hindi e raccontare storie che vengono da lontano. Come Boom Boom Leheri, canto dedicato a Shiva in cui risuona il linguaggio degli uccelli, il riferimento usato dai nomadi per contare le ore. Il nomadismo come condizione dell’anima in un mondo che sempre di più cerca di incasellare e “regolarizzare” tutto e tutti.

Indubbiamente anche noi siamo strani individui agli occhi dei nomadi. Siamo strani perché vogliamo provare i brani tante volte, “fissando” ciò che per loro non si può – o non si dovrebbe – fissare: tuttavia si adattano di buon grado alle nostre bizzarrie, così come si adeguano alla nostra pretesa di “intonare” tutti gli strumenti… Durante il primo tour in Italia, nell’estate del 2009, sono tante le cose che li stupiscono, dalle ragazze – assai poco vestite per i loro canoni – al cibo italiano che piluccano con diffidenza: sono abituati a riso e lenticchie, con un po’ di pollo nelle grandi occasioni, e non sembrano affatto interessati ai gusti “esotici”. L’incontro con le Chejà Celen, le giovani danzatrici Rom del campo di Via Lombroso, a Roma, e’ sorprendente: le ragazzine Rom e i musicisti indiani riescono a capirsi. La danzatrice Kalbelya insegna loro alcuni passi: si osservano incuriosite come figlie di una stessa famiglia che si ritrovano dopo secoli e scoprono di assomigliarsi ancora. Con il pubblico italiano hanno un grande successo: la gioia dei musicisti e delle danzatrici si trasmette magicamente tra le persone. Ogni concerto e’ una festa.

L’esperienza si ripete in India, nel dicembre 2010. Per la prima volta una rock band italiana tenta un’impresa di questo genere: siamo tutti elettrizzati. Come reagirà il pubblico indiano? Dal palco del prestigioso Kamani Auditorium di Delhi a quello della tradizionalista Chennai, dal pubblico internazionale di Auroville a quello occidentalizzato e giovanissimo del Blue Frog di Mumbai, il risultato non cambia: l’iniziale curiosità, spesso temperata da una certa diffidenza, si trasforma ben presto in entusiasmo dando il via a invasioni di palco, danze scatenate, richieste di bis e di autografi.

Colpiscono i costumi coloratissimi dei nomadi e il contrasto con i nostri abiti scuri ma soprattutto il bizzarro intreccio dei suoni elettrici con quelli di strumenti antichissimi come la Ravanhatha (antenato del violino), la voce penetrante dei Been (i flauti degli incantatori di serpenti) sostenuta dagli accordi della fisarmonica e dal solido groove di contrabbasso e batteria. Oltre naturalmente alla forza poetica dei testi, al canto di un mondo allo stesso tempo nuovo e antichissimo. L’India, in corsa vertiginosa verso lo sviluppo, sembra voler mantenere cosi’ un contatto con le sue radici: è una sfida difficile e le auguriamo di vincerla. Così come speriamo che continui a vincere la filosofia del gruppo: il misto (o fusion, come lo chiamano gli indiani). Non una semplice sovrapposizione di colori ma un’autentica armonia tra diverse culture: obiettivo difficile che può essere raggiunto e mantenuto solo con la sincerità dell’incontro e la fiducia nella creazione collettiva. Un viaggio affascinante che continua ancora.

Approfondimenti:

Siti web
Nuove Tribu’ Zulu www.nuovetribuzulu.it
NOW www.myspace.com/nownomadic
Meenakshi Vinay Rai – Associazione Chinh India http://www.chinh.in

Recensioni

Nomadic Notes, recensione dal giornale “The Hindu”
www.thehindu.com/arts/music/article956408.ece
Intervista televisiva di NDTV Hindu con estratti dal concerto di Chennai
http://www.youtube.com/watch?v=UO4WOuWhSKY

L’India di oggi: letture consigliate

Shantaram, Gregory David Roberts; Neri Pozza editore, 2009
La Tigre Bianca, Aravind Adiga; Einaudi, 2008
Il dio delle piccole cose, Arundhati Roy; TEA, 2007
I figli della mezzanotte, Salman Rushdie; Mondadori, 1981