“Diario da Kabul” è una raccolta di racconti che nasce dal suo blog Great Game: quando matura l’idea di farne un libro?
Nello scrivere un blog non si ha il problema di dover fare un pezzo asettico, si possono mettere le opinioni personali e dire quello che non si può scrivere in un articolo. Nel farlo, mi sono reso conto che stavo raccontando la verità, seppure la mia verità, che è l’orrore di una guerra già perduta, anche se nessuno lo dice. Allora mi sono detto: se penso ad un saggio ragionato sull’Afghanistan rischio di fare un’analisi molto asettica, ma alla fine la verità non la racconto, mentre con questo libro ho restituito la freschezza del racconto che ognuno fa quando torna a casa, e dice le cose che sente e che ha visto.
Come si fa a raccontare la “verità” di un Paese in guerra?
Quando raccontiamo una guerra finisce che ne rendiamo solo lo stereotipo. Cioè finiamo per raccontarla come si aspetta chi vorrebbe essere il vincitore della guerra, in questo caso i Paesi del blocco occidentale: perché abbiamo accesso a quelle fonti, parliamo la loro lingua, veniamo coccolati da loro. Ma anche quando siamo animati dalla voglia di rendere giustizia agli altri, raccontare la loro storia è praticamente un’impresa impossibile.
Difatti questa conclusione è messa in evidenza a partire dalla struttura del libro, suddiviso in due parti: “Noi e l’Afghanistan” e “l’Afghanistan e Noi”.
Il lettore lo capisce subito che la parte raccontata meglio è quella che riguarda noi, proprio perché si può facilmente parlare del proprio mondo, ma si fatica a parlare del loro, di quello degli afgani. Purtroppo loro non hanno gli strumenti per raccontarsi. Gli abbiamo dato la democrazia, il parlamento, l’esercito, ma non ci siamo preoccupati di fornirgli gli strumenti per raccontare il loro Paese. E anche questa è una metafora della transizione: non gli diamo gli strumenti per raccontarsi, non gli diamo nemmeno gli strumenti per fare la pace da soli.
Eppure, scrive, nonostante tutto gli afgani non ci odiano…
Gli afgani sono un grande popolo, e hanno due peculiarità: vivendo in un posto di passaggio, hanno sviluppato una grande apertura e senso dell’ospitalità. E poi hanno un grande senso dell’ironia. Le due cose insieme ne fanno un popolo speciale, e chiunque va in Afghanistan rimane colpito da una specie di mal d’Africa orientale. Nonostante siamo lì da dieci anni, abbiamo fatto un mucchio di promesse ma ne abbiamo mantenute poche, loro ti accettano ancora, e io me ne stupisco sempre.
Lei descrive con ironia varie tipologie di “expat”, soggetti della comunità internazionale che si trovano in Afghanistan. Com’è il loro rapporto con gli afgani?
Di fatto c’è una separazione proprio fisica fra il “nostro” mondo, fatto di diplomatici, funzionari delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, giornalisti, operatori Ong, e l’Afghanistan. Cioè chi dovrebbe interagire con il paese vive in un mondo a parte, perché le regole della sicurezza sono diventate così ferree e paranoiche che il contatto non è praticamente possibile. L’expat nel libro è raccontato in maniera buffa, ma la cosa è drammatica perché quel mondo gira su sé stesso e parla solo con sé stesso, quindi la sua lettura del Paese è fatta da una torre d’avorio e non può essere reale, perché la realtà non si tocca mai.
In un capitolo parla di Emergency come dell’“Ong che piace a molti e che molti detestano”.
C’è stata tutta una polemica dopo un pezzo pubblicato in proposito da Chiaberge sul blog del Fatto Quotidiano, con una levata di scudi. Ma il mio era solo un desiderio di raccontare quello che effettivamente ho sentito, non quello che penso io. Qualcuno dice quello è un ospedale privato fuori dal sistema sanitario. E io prendo atto di questo e lo racconto. Non mi è sembrato di parlarne male. E ad Emergency lo hanno capito.
Cosa vede nel futuro dell’Afghanistan?
Io vedo un grande vuoto della politica. Se guardiamo in casa nostra, nel Decreto missioni che è appena passato non c’è il minimo segno di cambiamento, nonostante da tre anni si dica che l’opzione militare non serve. Ma se l’alternativa è “tutti a casa” mi sembra molto riduttivo, dopo tutto quello che abbiamo combinato. Il problema non sono i militari, ma la politica. Anche per gli stessi afgani è difficile fare una trattativa di riconciliazione nazionale avendo alle spalle una comunità internazionale che un giorno dice che Karzai è il presidente eletto, il giorno dopo che suo fratello è il più grande trafficante d’oppio. Investire di più sulla cooperazione, quello sarebbe un segnale, per evitare che alla fine ci sia un ritiro solo per motivi economici, perché è quella la fine che rischia di fare il conflitto.