Se Osama incontra il Big Brother
Francesca Giorgi 9 giugno 2010

Reality è un romanzo in sé pieno di contrasti: realistico e verosimile nella trama, ma onirico nella narrazione; ricco di ironia e di spunti di riflessione; imprevedibile nel finale, mai scontato, a tratti più simile a una sceneggiatura cinematografica che a un’opera letteraria. Di certo un libro interessante, che getta uno sguardo del tutto particolare sulla nostra società e sui suoi fantasmi. Reality è ambientato in Argentina, ma se non fosse specificato potremmo pensare di trovarci in qualsiasi posto del mondo. La vicenda si svolge infatti negli studi dell’emittente televisiva che trasmette il Grande Fratello. Un programma culto degli ultimi dieci anni, prodotto ormai in numerosi paesi, lingue, edizioni – naturalmente nel mondo Occidentale – tutte identiche nel formato e nelle caratteristiche generali.

Improvvisamente, l’emittente viene presa d’assalto da un gruppo di terroristi islamici, che la occupano con le armi e prendono in ostaggio il personale. Il loro intento è costringere le autorità a consegnare un ex-terrorista convertito e traditore. Dopo l’irruzione, però, gli assalitori scoprono che negli studi si sta girando il Grande Fratello, e ai loro occhi si aprono possibilità del tutto inaspettate: invece di puntare direttamente alla distruzione dei nemici “infedeli”, essi possono sfidarli al loro stesso gioco. Così, i capi della cellula terroristica prendono il posto del Grande Fratello, costringendo gli ignari concorrenti a tutta una sequela di azioni e comportamenti che mettano in luce, a milioni di telespettatori, le “depravazioni” dell’Occidente.

I ragazzi all’interno della casa sembrano non tirarsi indietro di fronte a nulla, confermando così le tesi dei terroristi. Col passare del tempo, tuttavia, anche questi ultimi diventano in qualche modo schiavi del meccanismo televisivo. La fede incondizionata nei dettami del fondamentalismo islamico e nella guerra santa soccombe alla possibilità di giocare con la vita, o persino con la morte, degli altri. Controllori e controllati non sono poi molto diversi fra loro: disposti a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo – che sia il paradiso, la fama o il denaro – essi finiscono inevitabilmente per oltrepassare i limiti, cedendo al potere del mezzo di cui avrebbero inteso, invece, servirsi.

C’è poi il mondo esterno: i poliziotti, i mediatori, i politici, i parenti degli ostaggi e dei concorrenti, ma soprattutto c’è l’esercito dei telespettatori. Tutti sono, in un primo momento, del tutto inconsapevoli di cosa stia avvenendo negli studi dell’emittente. Ma presto l’attenzione di tutti si rivolge alle “cose riprovevoli, tristi, fosche, irrilevanti, contorte e inconfessabili sui concorrenti che altrimenti sarebbero sempre rimaste segrete, e che una volta venute alla luce provocarono una catena di reazioni morali altrettanto lunga: censura, derisione, stupore, indignazione, vergogna, e diverse proterve erezioni”.

Anche dopo che la notizia dell’attacco terroristico viene diffusa, gli spettatori vogliono comunque che lo spettacolo continui, e diventi sempre più crudele e perverso. E chi comanda vuole a tutti i costi accontentare il voyeurismo degli elettori. Bisogna dunque salvare i ragazzi più famosi del paese, e pazienza se a rimetterci è un uomo utilizzato come merce di scambio, o se la vita di tutti gli altri ostaggi è messa in pericolo. In Reality, Bizzio non lascia scampo alla società dell’immagine, della televisione, dell’audience e del nemico alle porte. Nel romanzo non c’è un mondo che si salva, il nostro, a discapito di quello degli “altri”, al contrario essi sembrano del tutto simili negli esiti culturali che propongono. Così come non esistono buoni e cattivi, ma solo individui che, in un modo o nell’altro, sono capaci di tirar fuori da se stessi il bene e il male. Sebbene il secondo sia certamente il vero protagonista dello spettacolo.