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lunedì, 8 febbraio 2010

Un Satyricon italiano

Daniele Castellani Perelli

Una festa comica e drammatica, specchio dell'Italia contemporanea. E' quella che muove le gesta, eroiche o vigliacche, dei personaggi dell'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti (Che la festa cominci, Einaudi 2009, pp. 332, euro 18). E' quella che organizza in una Villa Ada immaginaria il palazzinaro Sasà Chiatti. Lì si incrociano le vite di un gruppo di goffi e sfigati aspiranti satanisti, le Belve di Abaddon, dell'affermato scrittore Fabrizio Ciba e della cantante Larita.


L'autore di Branchie e Io non ho paura torna con un romanzo già molto applaudito, che deride amaramente non solo il mondo letterario italiano (rappresentato dallo stesso egocentrico e vile Ciba, che si sente “come un attore inglese che aveva il dono di scrivere come un dio”, dai suoi volgari editor ridotti a “una banda di buongustai obesi con costellazioni di molecole di colesterolo che gli navigavano indisturbate nelle vene”, e anche dall'enfant prodige iperpubblicizzato Matteo Saporelli, dietro cui è facile vedere una sorta di Paolo Giordano), ma la società italiana tutta.

Nello spettacolo di Villa Ada fanno la loro terribile figura le veline, i calciatori, i sottosegretari, gli attori, gli industriali (come lo stesso Chiatti, che si sente “l'ottavo re di Roma”) e sembrano salvarsi solo i due protagonisti che alla fine decidono di scegliere la via della normalità. Sebbene il mondo dello spettacolo e quello della letteratura siano bersagli o facili o convenzionali, ciononostante la critica di Ammaniti lascia il segno, rimane impressa.

L'affresco che se ne ricava è un'apoteosi di egocentrismi, un Satyricon contemporaneo ricco di scene indimenticabili (come la descrizione della tavola privata di Sasà Chiatti, composta da personaggi eccezionali) e di spunti di riflessione interessanti (“Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico”).

Ma il romanzo merita di essere ricordato soprattutto per la svolta narrativa che porta al pirotecnico finale. Uno sfoggio di libertà creativa che produrrà un caos inaspettato e liberatorio.

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