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Libri
martedì, 2 febbraio 2010

Che fare? Un “green deal” per l'Europa

Nicola Mirenzi

A dispetto del titolo, il libro di Daniel Cohn-Bendit, Che fare? (Nutrimenti, 139 pp., 12 euro), non ha niente di leniniano. Non solo per il linguaggio del sottotitolo, Trattatello di fantasia politica a uso degli europei, evidentemente estraneo al vocabolario di un rivoluzionario di professione. Ma perché l’anima di Dany le Rouge, come ancora qualcuno s’ostina a chiamarlo in Francia per il suo passato barricadiero, è totalmente anti-dogmatica: «Non c’è niente che mi disgusti di più del volere fare la felicità delle persone contro la loro volontà», scrive.


La citazione dissacrante di Lenin, del resto, è sempre stata un’efficace opzione verbale del deputato europeo di Europe Ecologie (alle ultime elezioni comunitarie la sua lista ha ottenuto in Francia più del 16 per cento dei voti: un successone). L’estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo, che sbeffeggiava il Lenin de L’Estremismo, malattia infantile del comunismo, è il titolo del suo libro sessantottino. E non a caso quell’anno, quello della contestazione, può essere considerato l’inizio di quell’erosione culturale e sociale della sinistra tradizionale. Un percorso sul quale Daniel Cohn-Bendit ha molto lavorato e su cui ancora lavora con lo scopo di giungere finalmente al concepimento di un soggetto insieme nuovo, potente e durevole.

Il suo libro, nel deserto quasi generale del pensiero politico progressista, legge il «crocevia della crisi» come un'occasione per ripensare il presente. «L’unico pregio di una crisi – annota – è costringere chi vuole uscirne a pensare in modo diverso, a rompere i dogmi che ci gravano addosso come leggi naturali e inamovibili». La sua analisi somma al tracollo finanziario del capitalismo contemporaneo altre tre crisi: economica, sociale e ambientale. I tempi con i quali si sviluppano, naturalmente, sono diversi. Velocissimi, nel caso del crack finanziario. Molto lenti, per ciò che riguarda il riscaldamento globale. Tuttavia, sebbene pure la loro natura sia differente («l’indebitamento finanziario si può cancellare, quando esiste una volontà politica, ma per il debito con la natura le cose sono diverse»), è possibile e necessario disinnescarle tutte insieme, per non venirne travolti.

Lo si può fare abbandonando il paradigma della crescita infinita che ha dominato l’epoca neoliberista e operare una riconversione di tutta la nostra economia verso una «decrescita selettiva». «Non si tratta di rilanciare e ricominciare come prima fino alla prossima crisi – riflette Daniel Cohn-Bendit – Occorre trasformare completamente il nostro modello di produzione, il modo di concepire la crescita, di pensare i rapporti tra l’economia e la società». L’approdo è il «Green Deal», più o meno lo stesso orizzonte indicato dal presidente americano Barack Obama. Ovvero «un rilancio “verde” dell’economia, analogo al New Deal roosveltiano che fece superare la Grande Depressione del 1929».

Il vero e ineludibile problema, però, è il come operare questa «trasformazione radicale». Cohn-Bendit propone che ogni volta che gli stati «decidono misure di sostegno alle banche o ad altre società finanziarie, destinino una parte delle somme erogate alle energie rinnovabili, al rinnovo urbano, alla lotta contro il riscaldamento climatico, ai trasporti meno inquinanti, alle coltivazioni che non avvelenano il terreno o gli organismi viventi». Ai lavoratori impiegati nelle vecchie industrie, invece, andrebbe garantita la possibilità di riconvertire le loro competenze, al fine di consentirgli un inserimento non assistito nella nuova dimensione economica.

Ma un’operazione di questo genere, evidentemente, non può essere guidata dagli stati nazionali. È l’Europa che dovrebbe trovare la forza di elevarsi al rango di soggetto politico compiuto e traghettare dall’agonia alla vita l’intero sistema capitalistico continentale. Tuttavia, su questo punto essenziale ma tragicamente inattuale, l’immaginazione politica di Cohn-Bendit si scontra con la testarda incapacità dell’Unione Europea di pensarsi altrimenti da una somma semplice di stati. È per questo che alla sua domanda, Che fare?, è più facile trovare riposte che soluzioni.

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