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lunedì, 18 gennaio 2010

La vita ingiusta delle ragazze cecene

Francesca Giorgi

Un paese martoriato da anni di guerra e repressione, un popolo umiliato ma orgoglioso della propria identità e delle proprie tradizioni, un libro per “dare voce a chi ha subito torture, a chi ha sofferto e a chi è stato costretto a scappare”. Susanne Scholl, giornalista austriaca e corrispondente da Mosca per la televisione del suo paese, nel suo libro Ragazze della guerra (Ed. Voland, traduzione di Chiara Marmugi, € 14,00) racconta del viaggio compiuto in Cecenia nel 2006 e dei suoi incontri con le donne cecene. Grazie alle loro testimonianze, quel piccolo angolo di mondo perduto fra le montagne del Caucaso, che molti in Europa conoscono solo per averne sentito parlare nei notiziari, diventa un luogo reale. Di una realtà che forse preferiremmo continuare a ignorare.


“Queste guerre sono costate troppi morti, dice Eva nello stesso istante. Troppi morti che si accumulano. Morti negli scontri tra i ceceni e i soldati russi, ma anche tra i ceceni stessi. E le donne cercano di condurre una vita che non merita questo nome”. Eva, guida dell’autrice durante il suo viaggio, è una donna cecena che fin dal 1996, al tempo della prima guerra nella piccola Repubblica, si occupa di documentare per le organizzazioni internazionali e i media stranieri le cosiddette “pulizie” – rastrellamenti di presunti terroristi e oppositori al governo di Mosca compiuti dall’esercito russo o dalle forze di polizia locali – e tutti gli orrori che quotidianamente avvengono in quei luoghi.

Eva come Sovdat, Lisa, Rosa, Zajnab, Sulima, Malisat, Ljuda, Maryam. Donne accomunate da un destino di sofferenza, nate in una cultura che relega la figura femminile in secondo piano, costrette spesso ad accettare matrimoni combinati e con uomini già sposati, a sottostare all’autorità della famiglia del marito, a subire violenze ripetute già all’interno delle mura domestiche. Scrive Scholl in Ragazze della guerra: “Nella maggior parte dei casi prendono la vita così come viene loro proposta, con le ingiustizie e le insensatezze che ciò comporta, accettano di vivere con uomini che non ci pensano due volte prima di picchiarle”. È la legge delle montagne, dicono, immutata da secoli. È sopportabile, in fondo.

Non così la guerra. Arrivata all’improvviso a sconvolgere le loro vite, a distruggere le loro case, a portare via i loro uomini. E così tocca a loro seppellire i morti, e mettersi in cerca “dei figli e delle figlie scomparsi, dei mariti, degli zii, dei fratelli e delle sorelle”, private anche della possibilità di vivere fino in fondo il proprio lutto. È loro il compito di far sopravvivere le proprie famiglie, e, ora che la guerra è ufficialmente finita, anche di mantenere uomini annientati dai combattimenti e dalle torture subite, disoccupati, alcolizzati e, se possibile, ancora più violenti.

Ogni vicenda personale è per Scholl il pretesto per raccontare brevemente anche la storia delle Repubbliche caucasiche di Cecenia e Inguscezia, con il supporto di un piccolo compendio posto alla fine del libro. Ovviamente l’autrice non esprime mai esplicitamente alcun giudizio politico, ma il libro è nel suo complesso un atto di accusa nei confronti del governo russo e anche di quello ceceno, che di fatto considerano il piccolo paese esclusivamente come un terreno di brutale contesa, e il popolo ceceno un elemento insignificante. Per le sue ricerche, Scholl è stata anche arrestata dai servizi segreti russi. Scrive: “Non ero gradita perché avevo parlato con le donne e avevo saputo come si viveva davvero in Cecenia”.

Grazie anche alla prosa fluida e allo stile asciutto ed efficace dell’autrice, Ragazze della guerra è un libro che colpisce nel profondo. Prima di tutto perché ci porta spietatamente alla coscienza che esiste una guerra dimenticata in un paese, la Russia, a noi sempre più vicino politicamente ed economicamente. E poi perché ci ricorda che il dolore, ma anche il coraggio e la passione per la vita, sono quasi sempre cose da donne. “Prima di salutarmi Lisa si fa di nuovo seria. Una cosa, dice, una cosa se l’augura davvero. No, augurarsi non è il verbo giusto, aggiunge. La pretende. Con tutta sé stessa. Tutti, dice, tutti devono chiedere scusa a lei e alle donne cecene. Tutti, russi e ceceni allo stesso modo”.

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