– L’ultima cosa che volevo dire al lettore è questa. Non se lo dimentichi signor Orhan…
– Non lo dimenticherò.
Baciò con una tenerezza infinita la foto di Fϋsun e la ripose con cura nella tasca interna della giacca. Poi mi sorrise vittorioso.
– Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice.
Nel complesso, l’intreccio del romanzo è piuttosto semplice. Nella Istanbul degli anni ’70 Kemal, rampollo trentenne di una famiglia appartenente all’alta borghesia, ha una vita invidiabile e un futuro luminoso. Dirigente di una delle società fondate dal padre, è fidanzato con Sibel, una ragazza del suo stesso ceto con la quale condivide un progetto di vita, e poi la passione per le feste con gli amici, l’alcol, i ristoranti, l’Occidente come modello di civiltà e di valori. Finché un giorno incontra, in un negozio, Fϋsun Keskin, una bellissima giovane di appena diciotto anni, una sua lontana cugina che non vedeva dai tempi dell’infanzia.
Per Kemal è colpo di fulmine, e da questo punto in poi la sua vita non sarà mai più la stessa. Fra i due nasce una storia d’amore clandestina che dura per 45 giorni – in tutto il libro, Pamuk fa un uso molto puntuale dei numeri e delle date, con la stessa precisione che utilizza nella sottolineatura quasi ossessiva dei dettagli. Il giovane è del tutto rapito dalla bellezza e dalla sensualità di Fϋsun, ma non ha il coraggio di lasciare per lei la propria vita e le proprie sicurezze, col rischio di rovinarsi la reputazione frequentando in pubblico una ragazza di umili origini. Pensando di poter agevolmente vivere a lungo una sorta di doppia vita, come tanti uomini turchi del tempo, Kemal non annulla la sua festa di fidanzamento con Sibel, e Fϋsun scompare.
Per Kemal segue un anno di solitudine e disperazione, nel quale il suo amore si trasforma in ossessione, il suo unico scopo diventa cercare Fϋsun, e la sua unica consolazione tornare nel luogo del loro amore, toccare gli oggetti che ne sono stati parte, rievocare l’odore della donna, per poi iniziare a collezionare cose che gliela ricordano. Alla fine riesce a ritrovarla, e per “sette anni, dieci mesi e tre giorni” cerca di riconquistarla recandosi a cena dalla sua famiglia, che ora vive nel quartiere di Çukurcuma, per “1593 volte”. Quasi sempre, dalle cene a casa Keskin il giovane porta via qualcosa per la sua collezione, ma l’idea di creare un vero e proprio museo matura in lui solo più tardi. In giro per il mondo, Kemal visiterà 5723 musei, poi comprerà la casa dei Keskin e lì installerà il suo museo.
Nelle ultime pagine del romanzo, Pamuk fa emergere alla superficie una serie di dettagli che gradualmente confondono i piani della realtà e della finzione, tanto che diventa difficile per il lettore scindere il punto di vista di Kemal da quello dell’autore stesso, il quale con grande maestria creativa riesce a trasformarsi da voce narrante in uno dei tanti personaggi minori della storia. Personaggi che, per lo spessore e la presenza che assumono durante tutto il racconto, sono davvero uno dei punti di forza del libro.
Ecco che all’improvviso si palesa al lettore il progetto di cui Il museo dell’innocenza, come accennavamo all’inizio, fa parte. Il volume si chiude con le indicazioni stradali per raggiungere il museo, e con l’invito al lettore a recarsi di persona a visitarlo. Il museo dell’innocenza esiste davvero. Nel 1999, infatti, Pamuk acquistò un immobile nel quartiere di Çukurcuma, dove installare – nella realtà così come fa Kemal nella finzione romanzesca – il museo dedicato a Fϋsun Keskin. Per poi commissionare a diversi artigiani e designer la realizzazione materiale di tutti gli oggetti descritti nel libro. Così, il museo verrà inaugurato nel 2010, quando Istanbul sarà capitale europea della cultura.
Il museo dell’innocenza è dunque molto di più di un romanzo. È innanzi tutto pensato per essere una guida per i visitatori del museo, e questo spiega la minuziosità delle descrizioni della vicenda, così come degli oggetti e dei sentimenti provati dai personaggi della storia, in particolare, ovviamente, da Kemal. Minuziosità che, in alcuni momenti, mette a dura prova la pazienza del lettore, a volte addirittura irrita e fa venire la tentazione di lasciare indietro alcune pagine per ritrovare il percorso narrativo. Ma se non si cede e si prosegue diligentemente, riga dopo riga, la ricompensa sta nel ritrovarsi alla fine con una ricchezza infinita di immagini nella memoria. Immagini soprattutto di Istanbul, le cui meraviglie Pamuk esalta in maniera mirabile, e della società turca di quell’epoca, sospesa in un limbo nel quale sembra ancora imprigionata.