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mercoledì, 30 settembre 2009

Hamas, dalle pietre al potere

Daniele Castellani Perelli

L'Europa e gli Stati Uniti l'hanno inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, molti opinionisti di destra la considerano praticamente alla stregua di al Qaeda, e qualcuno, in Israele, chiama i suoi militanti “bestie”, “cannibali”. Ma che cos'è esattamente Hamas? Le cose, come spesso capita quando si parla di Medio Oriente, sono molto più complicate di quanto sembri. In Italia lo sa benissimo la giornalista e scrittrice Paola Caridi, che al mondo arabo ha già dedicato due anni fa il bellissimo “Arabi invisibili”. Caridi, che vive a Gerusalemme e collabora con “L'Espresso” e “Il Sole 24 Ore”, torna in libreria con “Hamas”, edito ancora da Feltrinelli (288 pp., 15 euro).


Il taglio, stavolta, è soprattutto storico-politico. L'autrice ripercorre la lunga storia del “movimento di resistenza islamico” palestinese, “dalle pietre al potere”: la nascita legata ai Fratelli musulmani egiziani (nel 1987), l'intifada, Oslo, gli attacchi suicidi, la partecipazione alle elezioni nel 2005 e nel 2006, l'unità nazionale, la conquista totale di Gaza dopo una settimana di scontri feroci con Fatah e infine la recente guerra contro Israele. Nella sua attenta analisi, Caridi si sofferma su alcuni passaggi fondamentali, come la storica vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, a cui partecipò il 77% degli aventi diritto. L'inatteso trionfo elettorale di Hamas, avallato da 900 osservatori internazionali, ha smascherato l'ipocrisia di quella parte dell'Occidente che nascondeva la difesa dei propri interessi dietro la presunta volontà di “esportare la democrazia” in Medio Oriente: “Il successo di Hamas è stato cancellato nei fatti dalla comunità internazionale – scrive infatti Caridi, socia fondatrice di Lettera 22 – annullato come se le cancellerie non avessero prima accettato, e anzi lodato, la presenza del movimento islamista nelle liste elettorali”.

L'autrice racconta come, nonostante la sua mentalità tradizionalista, il movimento abbia saputo utilizzare con profitto i media (a partire dalla sua Al Aqsa Tv), e ricorda che per il suo successo elettorale è stato decisivo il ruolo delle donne (a cui raramente, però, i suoi dirigenti stringono la mano in pubblico). A proposito dell'eterno dibattito intorno alla natura di Hamas, Caridi sostiene (come fa anche lo storico israeliano Tom Segev) che esso “non è un movimento terrorista, bensì un movimento politico che ha usato il terrorismo, soprattutto in una particolare fase della sua storia ormai ventennale”. Caridi si sofferma sulle politiche sociali di Hamas, sulla presenza di molti professionisti nelle liste dei suoi candidati e sul rapporto con i profughi. Le sue riflessioni sono rafforzate dal suo essere “testimone della notizia per prefessione” e, come abitante di Gerusalemme, “potenziale vittima inconsapevole”. Sono analisi schiette, arricchite da passaggi lirici (“Gaza è il luogo del tempo sospeso, un limbo fatto di case che si susseguono a case”) e da ritratti umani in cui, come in “Arabi invisibili”, l'autrice dà il meglio di sé.

La giornalista cerca anche di ridimensionare uno dei grandi argomenti della pubblicistica anti-Hamas, ovvero il mancato rinnegamento della carta “costituzionale” del 1988, in cui il movimento si poneva come obiettivo la distruzione dello stato ebraico. Quel documento, per Caridi, è vecchio, “sovrastimato” e superato, sia nei fatti sia nei documenti successivi (come il programma elettorale del 2006). Invece di condannare a priori questo movimento, che certamente mantiene tratti non condivisibili, Caridi invita a conoscerlo, a capire perché sia tanto popolare presso i palestinesi (perché cioè i suoi leader, oltre alla rivendicazione nazionale e alla protesta contro la corruzione e il clientelismo dell'Anp, hanno saputo portare avanti un messaggio di serietà e rigore, e hanno rappresentato di più la società civile).

Caridi riconosce che Hamas è ambigua e molto poco flessibile (“Non riesce a uscire dal bozzolo di una posizione di principio”), ma invita con forza l'Occidente a seguire con attenzione il dibattito interno al movimento. Nella grande battaglia tra pragmatici e radicali, che anima da anni questo partito sui generis, hanno da sempre un ruolo fondamentale anche gli attori esterni. Israele, l'Europa e gli Stati Uniti, abbandonando un atteggiamento di demonizzazione, possono fare molto per incoraggiare e sostenere la leadership moderata di Hamas. Tutto sta, ovviamente, a volerlo. 

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