È stato presentato a Roma il primo rapporto organico sull’imprenditoria degli immigrati, studio condotto dalla Fondazione Ethnoland – nata per promuovere culturalmente ed economicamente la collettività immigrata – con il supporto dei redattori del “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes” e alcune organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio. Nel volume distribuito ai partecipanti si può vedere, attraverso dati suddivisi per regione, paese di appartenenza e settore di inserimento, come questa imprenditoria sia fortemente presente sul territorio italiano. Questa realtà conta infatti ormai 165.114 immigrati titolari di impresa, come dire che un’impresa su 33 è stata creata da un immigrato. Rispetto al 2003 il loro numero è triplicato destando stupore non solo perché nello stesso periodo l’imprenditoria italiana si è invece arrestata, ma perché nel Meridione – in particolare in Sardegna, Sicilia e Calabria – gli immigrati hanno eguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani. La metà di queste aziende appartiene al settore industriale, di cui il 75% nell’edilizia e il resto nel comparto tessile, abbigliamento e calzature. Una realtà composta quindi da ben 500.000 persone – numero non ufficiale, ma altamente probabile – se si considerano figure societarie e dipendenti. Ma il dato più rilevante di questa imprenditoria è che produce il 10% del Prodotto Interno Lordo italiano.
Secondo Otto Bitjoka – Presidente della Fondazione Ethnoland – l’immigrato è il miglior vettore per l’internazionalizzazione delle piccole imprese italiane, perché porta il made in Italy dove non è presente ed è il miglior agente per la cooperazione allo sviluppo. La decisione di diventare imprenditori non è dettata certamente dal voler risolvere i propri problemi per il permesso di soggiorno, ma è una vera e propria vocazione, soprattutto perché comprende molti rischi e difficoltà. A questa motivazione Matilde Di Venere, della Confartigianato, aggiunge anche il non voler accontentarsi di lavori in condizione subalterna, soprattutto per chi ha un titolo di studio. Sono tre, a suo avviso, gli ostacoli per l’avvio di una azienda da parte di un immigrato: i primi due, la burocrazia e l’accesso al credito, sono in comune con l’aspirante imprenditore italiano – anche se l’immigrato ha qualche pratica burocratica in più da esplicare come ad esempio il permesso di soggiorno – ; il terzo è un problema prettamente dell’immigrato, e cioè il riconoscimento dei titoli di studio o professionali.
La Confartigianato e la Confederazione Nazionale Artigianato – come afferma il Segretario Generale Sergio Silvestrini – offrono la loro assistenza a questa imprenditoria, aiutandoli nelle pratiche burocratiche, nelle consulenze legali o nei rapporti con le banche (il CNA ad esempio presta garanzie sul debito che l’imprenditore vuole aprire). La responsabile dell’ufficio Responsabilità Sociale d’impresa ABI, Gianna Zappi, fa riferimento a ciò che le banche possono fare per questa imprenditoria, e sottolinea che per migliorare questo rapporto e per rispondere alla domanda dell’immigrato c’è bisogno di un lavoro comune tra banche, enti pubblici, le associazioni di categoria e le fondazioni. Rileva inoltre che il 70% di questi imprenditori hanno una relazione strutturata col sistema bancario e che negli ultimi due anni la bancarizzazione immigrata è cresciuta del 12%.
Claudio Gagliardi, direttore del Centro Studi Unioncamere, evidenzia come questa imprenditoria stia trasformando il nostro tessuto delle imprese, poiché il 30-40% del saldo tra natalità e mortalità è dovuto alle imprese di immigrati. Dalle ricerche si evince inoltre che due terzi di queste imprese sono progetti di vita destinati a permanere sul territorio. Chiude i lavori Claudio Cecchini, assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Roma, che sottolinea come l’immigrato appunto non rappresenti soltanto un problema di legalità per il nostro Paese, ma una vera e propria risorsa, per quanto riguarda il Pil, l’occupazione, il gettito fiscale e quello previdenziale. Doveroso quindi, a suo avviso, accelerare i processi di integrazione ed inserimento, non solo per quanto riguarda problemi come la casa, la lingua e la burocrazia, ma anche modificando la percezione dello straniero da parte degli italiani; impegnarsi per una riforma della cittadinanza, concedendola ai figli degli immigrati nati in Italia e dare il voto amministrativo ai cittadini stranieri presenti da oltre cinque anni sul nostro territorio.