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Migranti
giovedì, 26 febbraio 2009

Gli immigrati, una ricchezza per l’Italia (e per il suo Pil)

Sara Colantonio

La Fondazione Ethnoland ha presentato il 24 febbraio presso il Salone ABI di Roma il primo rapporto sulle 165.000 aziende degli immigrati in Italia, realizzato in collaborazione con i redattori del “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes”. L’imprenditoria è l'altro aspetto dell'immigrazione, quello che fa da contraltare alle notizie che tutti i giorni sentiamo sugli immigrati nei telegiornali: gli immigrati producono il 10% del Pil italiano, creano occupazione e contribuiscono fortemente al gettito fiscale e previdenziale.


È stato presentato a Roma il primo rapporto organico sull'imprenditoria degli immigrati, studio condotto dalla Fondazione Ethnoland – nata per promuovere culturalmente ed economicamente la collettività immigrata – con il supporto dei redattori del “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes” e alcune organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio. Nel volume distribuito ai partecipanti si può vedere, attraverso dati suddivisi per regione, paese di appartenenza e settore di inserimento, come questa imprenditoria sia fortemente presente sul territorio italiano. Questa realtà conta infatti ormai 165.114 immigrati titolari di impresa, come dire che un'impresa su 33 è stata creata da un immigrato. Rispetto al 2003 il loro numero è triplicato destando stupore non solo perché nello stesso periodo l'imprenditoria italiana si è invece arrestata, ma perché nel Meridione – in particolare in Sardegna, Sicilia e Calabria – gli immigrati hanno eguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani. La metà di queste aziende appartiene al settore industriale, di cui il 75% nell'edilizia e il resto nel comparto tessile, abbigliamento e calzature. Una realtà composta quindi da ben 500.000 persone – numero non ufficiale, ma altamente probabile – se si considerano figure societarie e dipendenti. Ma il dato più rilevante di questa imprenditoria è che produce il 10% del Prodotto Interno Lordo italiano.

Secondo Otto Bitjoka – Presidente della Fondazione Ethnoland – l'immigrato è il miglior vettore per l'internazionalizzazione delle piccole imprese italiane, perché porta il made in Italy dove non è presente ed è il miglior agente per la cooperazione allo sviluppo. La decisione di diventare imprenditori non è dettata certamente dal voler risolvere i propri problemi per il permesso di soggiorno, ma è una vera e propria vocazione, soprattutto perché comprende molti rischi e difficoltà. A questa motivazione Matilde Di Venere, della Confartigianato, aggiunge anche il non voler accontentarsi di lavori in condizione subalterna, soprattutto per chi ha un titolo di studio. Sono tre, a suo avviso, gli ostacoli per l'avvio di una azienda da parte di un immigrato: i primi due, la burocrazia e l'accesso al credito, sono in comune con l'aspirante imprenditore italiano – anche se l'immigrato ha qualche pratica burocratica in più da esplicare come ad esempio il permesso di soggiorno – ; il terzo è un problema prettamente dell'immigrato, e cioè il riconoscimento dei titoli di studio o professionali.

La Confartigianato e la Confederazione Nazionale Artigianato – come afferma il Segretario Generale Sergio Silvestrini – offrono la loro assistenza a questa imprenditoria, aiutandoli nelle pratiche burocratiche, nelle consulenze legali o nei rapporti con le banche (il CNA ad esempio presta garanzie sul debito che l'imprenditore vuole aprire). La responsabile dell'ufficio Responsabilità Sociale d'impresa ABI, Gianna Zappi, fa riferimento a ciò che le banche possono fare per questa imprenditoria, e sottolinea che per migliorare questo rapporto e per rispondere alla domanda dell'immigrato c'è bisogno di un lavoro comune tra banche, enti pubblici, le associazioni di categoria e le fondazioni. Rileva inoltre che il 70% di questi imprenditori hanno una relazione strutturata col sistema bancario e che negli ultimi due anni la bancarizzazione immigrata è cresciuta del 12%.

Claudio Gagliardi, direttore del Centro Studi Unioncamere, evidenzia come questa imprenditoria stia trasformando il nostro tessuto delle imprese, poiché il 30-40% del saldo tra natalità e mortalità è dovuto alle imprese di immigrati. Dalle ricerche si evince inoltre che due terzi di queste imprese sono progetti di vita destinati a permanere sul territorio. Chiude i lavori Claudio Cecchini, assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Roma, che sottolinea come l'immigrato appunto non rappresenti soltanto un problema di legalità per il nostro Paese, ma una vera e propria risorsa, per quanto riguarda il Pil, l'occupazione, il gettito fiscale e quello previdenziale. Doveroso quindi, a suo avviso, accelerare i processi di integrazione ed inserimento, non solo per quanto riguarda problemi come la casa, la lingua e la burocrazia, ma anche modificando la percezione dello straniero da parte degli italiani; impegnarsi per una riforma della cittadinanza, concedendola ai figli degli immigrati nati in Italia e dare il voto amministrativo ai cittadini stranieri presenti da oltre cinque anni sul nostro territorio.

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