Secolarismo, post-secolarismo, religione e “società aperta”
Reinhard Schulze 14 dicembre 2010

Reinhard Schulze è professore di studi islamici all’Università di Berna, in Svizzera


Che cosa significa oggi “secolarismo”?

Jürgen Habermas è stato uno dei primi a usare l’espressione “società post-secolare” in un contesto germanofono. Nel discorso di accettazione del Premio per la pace conferitogli dall’Associazione editori e librai tedeschi il 14 ottobre 2001, il filosofo tedesco ebbe a dichiarare: “Saremo in grado di far fronte ai rischi di una secolarizzazione fuori controllo altrove soltanto se capiremo il significato della secolarizzazione nelle nostre società post-secolari”. Questa “secolarizzazione fuori controllo” sembra porre una sfida decisiva al sacrosanto principio della “società aperta”, vividamente descritto da Karl Popper nel 1945. Critici come Ralph Dahrendorf hanno fatto notare che Popper potrebbe aver sottovalutato la necessità e l’importanza delle “legature”, ossia di tradizioni e legami sociali, per l’integrazione sociale all’interno di una società. Oggi, qualcuno avanza addirittura il sospetto che un termine chiave del lessico secolare come “società” sia andato incontro a una frammentazione. La cosa interessante è che a temere una “implosione del secolarismo” sono fautori di un’ortodossia radicale come William Ward, Norbert Samuelson o Tariq Ramadan, le cui analisi teologiche assegnano addirittura alla religione il ruolo di difensore del secolarismo, poiché questa ipotesi post-secolare vale anche per la religione. In un contesto secolare, religione e società rappresentano due ordini normativi che si accettano reciprocamente.

I cambiamenti sul piano religioso si ripercuotono sul piano secolare, e viceversa

A quanto sembra, l’ordine normativo che aveva definito la religione come entità distinta dal secolarismo e dalla società è sul punto di differenziarsi, per tramutarsi probabilmente in nuovo dualismo. Al momento, non si può ancora dire con certezza quali saranno i nuovi ordini originati dalla religione. Ma tutto sembra indicare lo sviluppo di due poli: da una parte, un campo spirituale che oggi viene associato a felicità, stile di vita, esperienze e pratica interiore. Dall’altra, un campo di affiliazione genealogica, e in qualche caso di stampo mitico, di difficile definizione. L’uno e l’altro campo attingono alla religione quale requisito fondamentale, ma al tempo stesso la trascendono. Charles Taylor definisce tale processo “frammentazione del religioso”. Rileva il filosofo canadese:

“Intendo sostenere che stiamo andando verso una sorta di ‘frammentazione’ dello spirituale, per cui il suo precedente legame con intere società, nell’antica forma medievale delle monarchie sacre o in quella moderna della ‘religione civile’, risulta logorato fino al punto di rottura. Stiamo entrando in un’era ‘post-Durkheimiana’ (una situazione in cui la fede non è legata, o lo è solo debolmente, a un’identità politica nazionale, ndr). E ci ritroviamo a vivere in quella che ho voluto chiamare una ‘cornice immanente’”.

Tali riflessioni mostrano che la religione non si limita a fare il suo ritorno; la sua accresciuta differenziazione oggi rafforza e fa valere rivendicazioni che a loro volta comporteranno una radicale ridefinizione della tradizionale controparte della sfera religiosa, ossia il secolarismo.

Che cosa significa “post-secolare”?

Charles Taylor mostra come il contesto secolare al quale ci siamo abituati abbia offerto per la prima volta una possibilità di scelta nel campo religioso. La religione ha perso il suo status di organismo ad adesione obbligatoria e dipende ormai sempre più dall’accettazione individuale e collettiva. L’opzione secolare è disponibile fintanto che la società – intesa come ordine astratto e postulato – si regge come collettività sociale che difende le norme della società stessa. L’attributo post-secolare, dunque, denota una situazione in cui i gruppi sociali non accettano la società come ordine dominante della collettività, bensì elaborano un proprio sistema di princìpi e valori a partire da ordini sociali particolari.

Il divieto di costruire minareti non è che un esempio di questa nuova “guerra culturale”

Un ordine sociale in particolare è riuscito a cancellare la neutralità religiosa dello Stato come sancita nell’ordinamento giuridico della società. In tal modo, l’opzione secolare – ossia la libertà di scelta – viene simbolicamente abolita.

Tutto ciò innesca un ulteriore processo: la società aperta e secolare minaccia di trasformarsi in una società laicista nel momento in cui lo stato assume la funzione di ente regolatore giuridico-religioso. In questa duplice frammentazione della società e della religione, allo Stato viene assegnare un ruolo che, in seno all’ordine sociale liberale classico, non era mai stato suo. Tale cambiamento di prerogative in senso laicista è molto più di una mera estrapolazione del modello politico-religioso che la Francia ha iscritto nella legge più di cento anni fa; è un modello di ordine sociale basato su asserzioni in merito alla verità della religione. Nel caso dell’Islam, ciò si vede molto chiaramente: i fautori del divieto dei minareti hanno giustificato le loro pretese sostenendo di conoscere “la verità dell’Islam”. In un contesto secolare, si dà per acquisito che siano gli stessi seguaci di una religione a definire il proprio ordine di verità e che la società come ordine astratto e postulato non emetta giudizi sulla verità delle religioni. La frammentazione della società significa proprio questo: il punto di accordo che era stato raggiunto in passato, per cui la società non ha alcun diritto di rivendicare prerogative di interpretazione riguardo alla religione, viene abbandonato. La frammentazione – o meglio, la differenziazione – dell’ordine religioso in questo caso trova un chiaro parallelo. Da un lato, le pratiche religiose governate dalle leggi del consumo e basate sull’esperienza personale diventano sempre più popolari; dall’altro, una categoria di affiliazione – ancora difficile da definire in termini sociologici – di impianto genealogico trasforma la religione in una raison d’être esistenziale. Ancora una volta, lo Stato è invitato a imporre una forma di politica sociale basata sulla pretesa che la religione possa determinare la verità della società.

Tutto ciò pone lo Stato al centro della nuova guerra culturale, costringendolo ad abbandonare la sua neutralità. L’Islam è diventato il campo simbolico di questa guerra culturale. Le possibili cause di tale mutamento potrebbero costituire il tema del nostro dibattito.

Questo è il testo letto dall’autore alla conferenza “After the Ban on Minarets: The Open Society and Islam”, organizzata da ResetDoc e UFSP Asia and Europe e tenutasi alla Università di Zurigo il 17 novembre 2010.

Traduzione di Enrico Del Sero