“Al-shab iurid isqat al-nidam” “La gente vuole la caduta del regime” cantavano ininterrottamente otto mesi fa milioni di egiziani che chiedevano l’uscita di scena di Hosni Mubarak. Recitato, intonato, suonato e mimato, questo motto che ha segnato la storia della rivoluzione sta ora segnando anche il sentiero della transizione, aggiornandosi, giorno dopo giorno, alle richieste degli attivisti. A cambiare è sempre la parola finale, ovvero coloro che gli attivisti vogliono fare uscire di scena. Ora gli egiziani chiedono che a farsi da parte sia il murshid, ovvero il capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate attualmente al potere, il generale Hussein Tantawi. A scatenare la loro rabbia è quanto accaduto domenica 9 ottobre, quando i militari hanno risposto con estrema violenza ai manifestanti scesi nelle strade del Cairo per protestare contro il comportamento del nuovo governo nei confronti dei copti, la minoranza cristiana egiziana.
“Al-shab iudir isqat al-murshid” continuano ininterrottamente a cantare quanti hanno visto l’aggressività con la quale i militari hanno sparato sui manifestanti e la violenza con la quale le loro vetture hanno investito quanti sfilavano pacificamente sui marciapiedi. A intonare questo ritornello sono state anche le famiglie delle vittime radunatesi lunedì mattina nella cattedrale copta di Abassia, al Cairo, per dare l’ultimo saluto a quanti hanno perso la vita in quegli scontri descritti da molti come una lotta tra musulmani e cristiani. “I media internazionali hanno subito parlato di scontri settario, ma la verità è un’altra. Sono state le forze dell’ordine ad attaccare i manifestanti” spiega Hossam el Hamalawy. Conosciuto nella sfera virtuale come arabawy, Hossam è un blogger e un giornalista egiziano, vincitore del premio Anna Politkovskaja, consegnatogli il 31 settembre a Ferrara durante il festival di Internazionale.
“Non appena la manifestazione è partita da diverse parti della città per raggiungere Maspero, (quartiere generale della televisione di stato ndr) la televisione di stato ha iniziato a parlare di copti violenti che attaccavano i poliziotti. Ma non era così. A istigare la violenza non erano i cristiani, ma bande di bathagia (mercenari assoldati per creare caos ndr) armati fino ai denti che colpivano i copti alle spalle” racconta Sarah el Sirgany, giornalista e blogger egiziana tra le autrici di I diari della Rivoluzione. Secondo i racconti di altri testimoni, mentre i cortei cercavano di avanzare per raggiungere la loro meta, la televisione continuava a raccontare che i copti stavano attaccando i militari e che queste manifestazioni minavano la stabilità nazionale.
Ci sono stati giornalisti che, appellandosi al patriottismo, hanno lanciato un appello al popolo egiziano, chiedendo ai cittadini di scendere in strada per difendere il paese da quanti volevano farlo capitolare. “Ecco perché quando i manifestanti, copti e musulmani solidali alla loro causa, sono arrivati a Maspero, hanno trovato ad accoglierli uomini violenti che erano stati fomentati per ore dalla televisione” spiega El-Sirgany.
“L’esercito ha anche fatto irruzione negli uffici di due emittenti televisive locali che stavano cercando di mandare in onda video degli attacchi” aggiunge El-Hamalawy. Come avvenuto per anni sui media ufficiali del vecchio regime, domenica sera i militari si sono serviti della televisione per alimentare la tensione settaria e intimorire i cittadini al fine di farli desistere dal manifestare nuovamente. “La repressione delle dimostrazioni di strada da parte della polizia è il proseguimento della politica del vecchio regime, la continuazione di quella strategia con la quale per decenni si è cercato di dividere copti e musulmani per evitare che lavorassero insieme per minare le fondamenta del regime dittatoriale. Ora l’obiettivo dei militari è quello di distrarre le masse che si stanno preparando a scioperare e a dimostrare contro le politiche del nuovo governo. Gli eventi di domenica non ha nulla a che fare con lo scontro settario” aggiunge El-Hamalawy.
“Musulmani e cristiani una mano sola”: questo uno dei motti intonato durante la manifestazione di domenica che conferma che quella avvenuta nelle strade del Cairo non è stata una guerriglia tra due gruppi religiosi che non vogliono vivere l’uno al fianco dell’altro. Tra coloro che erano scesi in strada vi erano infatti anche numerosi musulmani. “Sono stati solidali nei confronti della causa copta. Hanno criticato l’incendio scatenato la settimana scorsa dai salafiti (una frangia estremista dell’Islam sunnita) in una chiesa della provincia di Assuan e hanno mostrato di essere pronti a convivere pacificamente con i copti. I cristiani sono nostri fratelli, fanno parte della nostra cultura e non vogliamo eliminarli” spiega El-Sirgany.
“Quello che è successo domenica” scrive Sandmonkey, un autorevole blogger egiziano, “è l’inizio della fine del potere dei militari sull’Egitto. I giorni del governo del Consiglio Supremo delle Forze Armate sono contati. E non perché non lo vogliano più, ma perché non hanno più altra scelta.”
La violenza vista nelle strade del Cairo mostra che i militari sono tornati a pensare come il vecchio regime e ora che la rivoluzione non ha più il sostegno che aveva a gennaio, i capi dell’esercito pensano di poter governare violentemente come faceva in passato lì entourage del deposto raìs. Ma l’Egitto di oggi non è più quello del passato. “Anche se gli attivisti non hanno più il supporto di tutti, dopo la caduta di Mubarak siamo un popolo nuovo. Alcuni egiziani sono stanchi e vogliono tornare alla vita normale. Ma la situazione è ora critica e dobbiamo lottare per non fare passi indietro” conclude El-Sirgany. Dal giorno in cui i militari hanno preso il potere ad oggi vi è stata un’escalation di violenza da parte della polizia che ha toccato il suo apice domenica scorsa. Crescono quindi i rischi per quanti scendono in strada per difendere i diritti del popolo egiziano. “Se non vogliamo tornare sudditi dobbiamo difendere quanto abbiamo conquistato fino ad ora” conclude El-Hamalawy. “Non possiamo confinarci nuovamente nella barriera della paura.”