Anna Politkovskaja, giornalista non rieducabile
Sabrina Bergamini 13 gennaio 2011

Anna cerca la verità e “vede tutto” e racconta quello che vede. Anna è rigorosa e coraggiosa. Di Anna si fidano le sue fonti e lei porta addosso il peso del fatto che chi parla con lei, le racconta le atrocità che accadono in Cecenia o i risvolti misteriosi dell’attentato al teatro Dubrovka, viene fatto fuori, perché «è cosi che funziona… se parli, se riveli cose che il regime non vuole far sapere, sei morto…». Anna viene uccisa all’ingresso del palazzo dove vive, il 7 ottobre 2006, il giorno stesso del compleanno di Vladimir Putin. Anna ha la sola colpa, se mai colpa si può chiamare quella di fare con passione il proprio lavoro, di scrivere: la giornalista racconta quello che vede, va dove accadono gli avvenimenti, cioè direttamente in Cecenia, ci mette tanta passione da mescolare in una sola sfera vita privata e lavoro, da essere chiamata fra i negoziatori dell’attentato al teatro Dubrovka (finito in strage per l’intervento dei servizi russi con gas non identificato), da diventare amica delle vittime che cerca di aiutare, da criticare espressamente la politica di Vladimir Putin e il primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov, da correre a Beslan per cercare di capire come intervenire in difesa dei bambini prigionieri della scuola Numero Uno ma di non poterci mai arrivare, causa un avvelenamento in aereo sventato per miracolo.

Anna è Anna Politkovskaja, la giornalista russa che ha raccontato per la Novaja Gazeta gli orrori della guerra in Cecenia, in difesa della popolazione civile, fiera oppositrice – da cittadina e non da militante politica – della politica impressa alla Russia guidata dal nuovo zar Putin. Anna è protagonista di un fumetto, una graphic novel che racconta la sua storia nel libro Anna Politkovskaja, di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto (BeccoGiallo 2010), corredato da una testimonianza di Ottavia Piccolo, che ha interpretato un monologo teatrale a lei dedicato, di Andrea Riscassi, che le ha dedicato un libro e un’associazione, e da un’intervista al giornalista e sceneggiatore Paolo Serbandini, che l’ha a sua volta intervistata e che traccia il ritratto di una donna, di una giornalista, e della Russia dove la gente non vuole sapere.

Ma è Anna protagonista del fumetto quella che si staglia sopra tutti. Perché Anna è una giornalista «non rieducabile». Racconta Anna nella graphic novel: «In Russia i giornalisti si possono dividere in due categorie. I buoni. E i cattivi. I buoni sono quelli “per la Russia”, i portavoce dello stato. Fedeli a Putin e ai suoi. I cattivi sono “contro la Russia”. In breve, sono quelli che dicono la verità. Ma anche i cattivi si dividono in due categorie. Ci sono quelli rieducabili, che possono essere ricondotti sulla buona strada comprandoli o spaventandoli. E quelli non rieducabili». E Anna appartiene a questa seconda categoria, quindi subisce inquisizioni, minacce di morte, e alla fine viene ammazzata. Anna si oppone alla politica di Putin, e gli autori del fumetto glielo fanno spiegare con queste parole: «Ce l’ho con Putin per il cinismo, per il razzismo, per le bugie. Per una guerra che non ha fine, per il gas al Dubrovka. Per tutti i morti innocenti di cui è responsabile».

È incredibile come, con un disegno sapiente che sa dosare il bianco, il nero e tutte le sfumature del grigio, e una sceneggiatura chiara, che restituisce potenza e significato alle singole parole senza arricchirle di inutili aggettivi e di teorizzazioni complesse, i due autori della storia disegnata riescano a esprimere con pienezza la dignità e l’indignazione e lo sgomento del volto di Anna, la brutalità della guerra e delle violenze, la minaccia quasi fisica che si avverte nel ritratto del volto ridente di Putin. Ed è drammaturgicamente ben disegnata l’alternanza delle tavole con la festa per il compleanno di Putin e gli ultimi momenti di vita di Anna, ammazzata nel palazzo di casa. «È un giorno come gli altri, in Russia», quando Putin brinda per il suo compleanno e Anna viene fatta fuori da un sicario.

La storia di Anna Politkovskaja merita di diventare disegno perché il disegno arriva dritto all’attenzione del lettore senza bisogno di interpretazioni storiche, di un background di conoscenze pregresse, di una ricognizione di cosa sia la guerra in Cecenia e la politica in Russia: il lettore lo capisce da quei tratti di matita che sanno restituire la dignità della cittadina e della giornalista e l’orrore di quanto è accaduto e sta accadendo. Inoltre Anna non è la sola: ancora altri giornalisti sono stati ammazzati e vengono ammazzati nella Russia di oggi.

Diceva Anna, che viveva vita privata e giornalismo come tutt’uno: «Impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio della reietta stampato sulla fronte. Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo». Quello che Anna vedeva era quello che accadeva. E lo raccontava. Quello che noi vediamo è una testimonianza coraggiosa, che forse non merita di essere classificata sotto la voce “eroi” non perché Anna Politkovskaja non lo sia, ma perché non venga sempre classificato come eroismo – quindi più o meno consapevolmente lontano da noi, lontano dalle gente comune, lontano dall’etica della professione e dalla coscienza dei diritti di tutti, quasi in odore di santità – quello che è lotta per la difesa dei diritti, per il racconto di quanto accade, per la testimonianza coraggiosa contro le atrocità che è comodo non vedere per non soffrire.