Gli attentati in Norvegia: radici ideologiche e culturali
Intervista a Gholamali Khoshroo, curatore dell’Encyclopedia of Contemporary Islam 1 settembre 2011

Qual è la situazione dell’Islam e dell’Islamofobia in Europa?

La condizione dei musulmani in Europa va considerata da diversi punti di vista. Molti sono emigrati nel Vecchio Continente in tempi recenti, in seguito alla decolonizzazione dei loro Paesi. Si può citare l’esempio degli algerini arrivati in Francia, o degli indiani e dei pachistani approdati in Gran Bretagna… Gli immigrati hanno poi avuto figli e nipoti nei Paesi d’arrivo e sono ormai giunti alla terza o quarta generazione.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre e la crociata che ne è scaturita, i musulmani hanno dovuto fare i conti con politiche sull’immigrazione più severe. È in atto un tentativo di dimostrare che tutti i musulmani siano violenti, terroristi e fondamentalisti. Oltre a questa propaganda, l’Europa è percorsa da ideologie estremiste.

A differenza delle generazioni precedenti, i musulmani che vivono oggi in Europa svolgono lavori di livello medio-alto e in molti casi occupano posizioni dirigenziali. Pur restando fedeli ai princìpi islamici, essi rispettano le leggi vigenti nei Paesi di arrivo. Nel frattempo, da un capo all’altro del Vecchio Continente si diffondono moschee, libri e corsi di religione e dibattiti accademici sulle diverse esperienze religiose.

Il problema, tuttavia, è che in questi ultimi anni si è prestata minore attenzione alle politiche multiculturali tese all’integrazione di musulmani e fedeli di altre religioni nelle società occidentali. È un problema piuttosto serio, che ha reso i musulmani oggetto di mille sospetti.

Dalle cronache risulta che l’autore dei recenti attentati in Norvegia è un giovane dell’ultradestra. Qual è il rapporto tra estremismo di destra e Islamofobia?

Gli attentati del 22 luglio 2011, costati la vita a un centinaio di persone, rappresentano un evento decisamente raro in un Paese pacifico come la Norvegia, e non è il caso di generalizzare. Il problema fondamentale è la presenza di individui che fomentano quest’odio. L’influsso delle teorie di Bernard Lewis è più che evidente, dato che tali individui considerano l’Islam come una grave minaccia per la loro società. C’è poi una nuova scuola di pensiero secondo cui tutto ciò che viene dall’Iran rappresenta un’insidia da contrastare con ogni mezzo possibile.

Queste posizioni sono piuttosto diffuse in Europa e i loro sostenitori godono di un certo seguito. L’azione compiuta dal ragazzo norvegese è il risultato di teorie promosse da personaggi come Bernard Lewis. Nello specifico, si tratta della logica conseguenza della teoria dello scontro di civiltà. I giovani come lui non possono avere una visione obiettiva della realtà e credono che l’Europa stia davvero per precipitare in una situazione da incubo, con i musulmani alla conquista dell’intero continente. Così, compiono azioni di quel tipo affinché il mondo ascolti le loro grida di innocenza!

Gli sforzi profusi dai media occidentali per creare un’immagine negativa dell’Islam e dei musulmani hanno dato origine a una mentalità che porta alle conseguenze che abbiamo visto.

Gli attentati del 22 luglio rappresentano un caso raro in Europa, dunque, ma i suoi presupposti ideologici sono largamente diffusi. Occorre fare i conti con tali presupposti e correggerli. È per questo motivo che l’ex presidente iraniano Khatami ha proposto l’idea del dialogo tra civiltà, e soprattutto tra Islam e Occidente. L’obiettivo era quello di eliminare le radici dell’estremismo, del fondamentalismo, della violenza e dell’odio, sostituendole con il rispetto e la comprensione reciproca nell’accettazione delle diverse identità. Non si può immaginare che gli esseri umani abbiano tutti la stessa identità, né la cultura islamica dovrebbe essere totalmente assimilata a quella occidentale. La cultura islamica ha la sua identità, e così pure la cultura occidentale. Di qui la necessità di gettare un ponte tra le due culture.

Si tratta di un percorso molto lungo, che dovrebbe cominciare dalle scuole. C’è bisogno di cambiamenti anche nel mondo dei media, del cinema, della cultura pubblica, della musica e via di seguito. Sono questi i principali elementi che formano la mentalità dei giovani, ed è proprio con tali strumenti che occorre correggere l’atteggiamento dei Paesi occidentali nei confronti dell’Islam.

L’aspetto che mi preme sottolineare è che il giovane autore di quegli attentati ha sostenuto che i musulmani stiano conquistando giorno dopo giorno l’Europa. Per vivere nei Paesi europei i musulmani devono superare una serie di ostacoli e attenersi alle loro leggi e regole. In caso contrario saranno perseguiti a termini di legge.

Stiamo parlando di una paura inutile. La storia recente dimostra come gli europei abbiano invaso Paesi islamici e spesso fatto strage di musulmani. L’Algeria ne è un esempio. Non è possibile trovare testimonianze positive, dirette o indirette, delle potenze coloniali in Africa, in Asia o in Medio Oriente. A queste ultime si deve la nascita di Israele, che da sessant’anni è al centro dello scontro più violento in assoluto tra musulmani e occidentali. Il loro operato in Tunisia, in Egitto, in Iraq, in Iran o in Pakistan è un altro esempio pertinente.

A ben vedere, dunque, sono stati gli europei a invadere e colonizzare i Paesi islamici, spargendo sangue tra le loro popolazioni e facendo di tutto per cambiare il loro modo di essere. I musulmani non hanno mai fatto nulla di tutto ciò e la loro presenza in Europa non ha danneggiato in alcun modo la cultura e la civiltà occidentali. Al contrario, essi hanno contributo alla diversità e alla pluralità delle società occidentali. Adottare un approccio da crociata o alimentare l’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti dei musulmani è molto pericoloso. Le differenze possono essere superate solo attraverso il dialogo e la reciproca comprensione.

Fino a che punto l’attuale congiuntura economica ha contribuito a determinare il clima che si respira in Europa?

Negli ultimi anni le leggi sull’immigrazione sono diventate più severe. In passato erano molto più permissive. Nonostante l’attuale crisi economica globale, che ha colpito duramente anche l’Europa, un Paese come la Norvegia è ricco di petrolio, ha una popolazione poco numerosa e gode di un diffuso benessere. La Norvegia, dunque, non conosce affatto molti dei problemi che affliggono gli altri Paesi europei – basti citare il Portogallo, la Grecia e, in una certa misura, l’Italia e la Spagna – travolti dalla crisi.

A mio avviso, la responsabilità è da attribuire non tanto ai fattori economici, ma a quelli ideologici e culturali. La causa fondamentale va ricercata in un’ideologia anti-islamica ispirata all’odio e alla violenza. Per il resto, la popolazione norvegese è numericamente esigua e vanta un alto reddito pro capite. Nessun altro fattore, dunque, oltre a quelli ideologico-culturali, può aver suscitato un’ostilità così profonda in quel paese.

Qual è la responsabilità dei singoli Stati rispetto alla situazione attuale, e in che modo possono porvi rimedio?

Il problema non è solo politico, ma anche culturale, sociale e di educazione. Le organizzazioni civili, educative e non governative devono fare la loro parte. Gli organi di governo, in virtù della loro sfera d’influenza e dei molti mezzi di cui dispongono, dovrebbero essere naturalmente più attivi. A volte i parlamenti e i governi europei danno voce a opinioni che diffondono sentimenti di odio e idee sbagliate, influenzando così indirettamente il sistema mediatico e dell’istruzione. Tutti questi fattori possono esasperare il clima di violenza.

La speranza è che quanto accaduto in Norvegia resti un caso unico e isolato. È giusto esprimere vicinanza e solidarietà alle famiglie di chi è rimasto vittima di un gesto così folle, ma senza chiudere gli occhi sui fattori fondamentali che l’hanno provocato. Non bisogna fermarsi ai problemi psicologici dell’autore della strage: occorre lavorare sugli elementi di fondo e correggerli. Tutto ciò diventa possibile attraverso il dialogo tra Islam e Cristianesimo. Sia l’una che l’altra religione annunciano la divina Provvidenza e si fondano sulla pietà e sulla benevolenza. Per nessun motivo, dunque, dovremmo assistere impassibili ad atti di violenza così estremi, condannati da entrambe le religioni.

In questo senso, i governi possono svolgere un ruolo sia costruttivo che distruttivo. Essi dovrebbero adottare politiche costruttive, prestando ascolto a chi invoca una tregua della violenza a livello internazionale. Proponendo la teoria dello scontro di civiltà, Huntington dispensò una serie di consigli in materia di strategia politica al governo statunitense. Ma i governi non dovrebbero limitarsi alle idee di Huntington e simili. Dovrebbero prestare ascolto anche alle opinioni benevole, frutto dell’umana buona volontà. E respingere l’idea che la cultura occidentale sia la più completa e debba dominare su tutte le altre. Il rispetto per ogni cultura, anche se diversa dalla propria, e la giusta considerazione verso tutte le fedi religiose portano alla crescita e all’arricchimento culturale.

Naturalmente sono state adottate valide misure in tal senso e diversi centri e fondazioni stanno lavorando nella stessa direzione. Ma occorre fare di più per evitare il ripetersi di episodi così gravi e inquietanti.

Dopo gli attentati, il premier norvegese Jens Stoltenberg si è recato in una moschea per prendere parte a una funzione commemorativa. A suo giudizio questa tragedia farà aprire gli occhi ai governi occidentali, stimolando un cambiamento?

Di solito, in questo tipo di circostanze la gente è sopraffatta dalle emozioni e tende a compiere scelte irrazionali, come si è visto all’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Se certi ambienti dovessero spingere i gruppi estremisti a lanciare attacchi contro moschee, chiese, luoghi di ritrovo di musulmani o donne che portano l’hijab, si innescherebbe una spirale di violenza e spargimento di sangue. Una spirale che non rimarrebbe confinata a un unico paese, bensì si estenderebbe all’intera Europa e, di conseguenza, potrebbe essere molto pericolosa.

I governi dovrebbero adottare tutte le misure necessarie affinché uno scenario simile non si concretizzi. Non c’è dubbio che il premier norvegese abbia fatto di tutto per impedire che quel singolo incidente innescasse una serie di operazioni dettate dalla violenza e dall’odio reciproco. In casi del genere, la situazione può sfuggire facilmente di mano e imporre un prezzo altissimo da pagare. Quando le emozioni irrazionali raggiungono il punto di massima tensione, i governi dovrebbero cercare di riportare gli animi alla calma ed evitare ulteriori violenze e agitazioni.

Altrimenti, se ogni persona che esibisce un simbolo dell’Islam, come il velo o la barba, fosse fatta bersaglio di violenze e aggressioni, le società moderne precipiterebbero in una guerra di religione a rapida diffusione.

I Paesi occidentali e musulmani sono interdipendenti in termini di forza lavoro, risorse energetiche e mercati di produzione e consumo. In un mondo globalizzato, i rapporti culturali dovrebbero basarsi sul rispetto tra e verso tutte le religioni e le civiltà. Altrimenti, tutti risulteranno perdenti. Non si può immaginare una cultura puramente europea. Le culture interagiscono e si influenzano reciprocamente in un percorso di crescita e progresso.

Traduzione di Enrico Del Sero

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Gholamali Khoshroo (1955) è Senior Editor della Encyclopedia of Contemporary Islam e assistente dell’ex presidente iraniano S.E. Mohammad Khatami presso “Alliance of Civilizations” e “Dialogue among Civilizations”. Esponente della diplomazia iraniana, Khoshroo è stato Viceministro degli Esteri per gli Affari internazionali e ambasciatore presso le Nazioni Unite. In anni più recenti, ha studiato in maniera approfondita lo sviluppo dell’islam politico e il suo ruolo nelle società occidentali. Come sociologo ha studiato presso l’università di Teheran e presso la New School for Social Research di New York, Stati Uniti. Ha pubblicato numerosi articoli e libri su temi di interesse politico e culturale.

Fonte: Iranian Diplomacy (IRD), 8 Agosto 2011

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