Gaza, Israele e il ruolo dell’Egitto che cambia
Ilaria Romano 19 novembre 2012

Per spiegare il peso politico di Jabaari, e le reazioni che la sua morte può aver suscitato, il giornalista e blogger egiziano Issandr El Amrani ha postato sul suo The Arabist una foto della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, dove il giovane cammina fra due uomini: uno è proprio Jabaari, che aveva diretto il sequestro e poi il negoziato per lo scambio dei mille prigionieri palestinesi con il militare, l’altro è Mohamed Raafat Shehata, ufficiale dell’intelligence egiziana responsabile della mediazione Israele-Hamas. È facile capire come questo assassinio possa portare ad una rottura di tutte quelle trattative, comunicazioni e mediazioni che vedono l’Egitto come tramite, perché uno degli ingranaggi chiave viene ora a mancare.

Con l’operazione Pillar of Cloud, il governo israeliano ha iniziato una campagna di distruzione mirata dei siti sensibili di Hamas e della Jihad Islamica, e a due mesi dalle elezioni del gennaio prossimo, punta al sostegno della destra giocando a tutto campo la carta della sicurezza. Probabilmente agli occhi dell’opinione pubblica più oltranzista, l’aver eliminato un “obiettivo” scomodo come Jabaari porta un successo a Netanyahu, che però ora si trova ad affrontare una situazione nuovamente al limite della guerra. Con un quadro geopolitico che peraltro non è più lo stesso del 2008. Dalle tensioni con l’Iran all’irrigidimento dei rapporti con la Turchia, fino al cambio di rotta dell’Egitto che oggi la comunità internazionale invoca come unico mediatore in grado di intervenire nel conflitto medio orientale irrisolto per eccellenza.

Il governo non è più quello di Mubarak e oggi al Cairo sono saliti al potere i Fratelli Musulmani, che non possono fare a meno di considerare Hamas un’emanazione di fatto della stessa Fratellanza. Il primo gesto simbolicamente forte compiuto dal presidente Mohammed Morsi è stato quello di ritirare il suo ambasciatore in Israele e di riaprire il passaggio di Rafah, al confine tra Gaza e l’Egitto. Venerdì scorso ha anche inviato nella Striscia il suo primo ministro Hisham Qandil, accolto da Ismail Haniyeh che, per la prima volta dall’inizio dei raid aerei, è riapparso in pubblico. In occasione della visita era stata disposta anche una tregua, poi non rispettata.

Dagli Stati Uniti è subito arrivato l’appello di Obama a Morsi affinché faccia pressioni per far cessare il conflitto, che potrebbe avere come conseguenza il danneggiamento degli accordi di pace fra Tel Aviv e Il Cairo, l’unico governo arabo ad aver riconosciuto lo stato israeliano. Nel frattempo sono stati segnalati movimenti di truppe, lungo il confine con la Striscia, cosa che potrebbe concretizzare anche un intervento militare da terra, che il governo israeliano minaccia entro le prossime 48-72 ore.

Ma se tutte le dichiarazioni che arrivano dall’estero esprimono la necessità di fermare l’escalation, gli Stati Uniti hanno ribadito il diritto di Israele all’autodifesa, mentre l’Egitto si è schierato apertamente con la popolazione di Gaza.

“Obama resterà fermo nel suo sostegno a Israele – ha commentato Aaron David Miller, ex negoziatore statunitense in Medio Oriente – non solo a Gaza ma anche su questioni diplomatiche come l’opposizione al piano del presidente palestinese Mahmoud Abbas che intende chiedere all’Assemblea dell’Onu il riconoscimento dello status di non membro per la Palestina”.

E difatti l’altra questione aperta che potrebbe a livello strategico aver contribuito alla crescita delle violenze e degli attacchi di questi giorni è proprio l’avvicinarsi del 29 novembre, quando Abu Mazen dovrebbe tornare alle Nazioni Unite a presentare la richiesta di status di “paese non membro”. Un’iniziativa che nell’ottica dell’Autorità palestinese è coerente con il percorso di legittimazione intrapreso nei confronti della comunità internazionale. Peccato che le perplessità già espresse da Netanyahu sull’azione all’Onu, bollata come un’iniziativa unilaterale che farebbe solo rallentare le possibilità di raggiungere un accordo di pace, sono già state ampiamente condivise anche dagli Stati Uniti e in Europa da Germania e Gran Bretagna. Un tentativo di oscurare l’azione diplomatica farebbe dunque comodo a Israele ma forse pure ad Hamas, che nella gestione della crisi sembra già avere di fatto escluso l’Anp.

La posizione dell’Egitto resta in bilico: da una parte il presidente egiziano, alle prese con la prima grande crisi al confine dalla sua elezione, ha criticato fortemente Obama per aver fallito nella politica in Medio Oriente, dopo un grande discorso, proprio al Cairo nel 2009, e poche azioni concrete; d’altro canto non si può permettere di rinunciare ai finanziamenti che arrivano dall’Agenzia Americana per lo Sviluppo, storicamente subordinati alle relazioni con Tel Aviv. All’interno del paese Morsi deve anche prendere le distanze da ciò che era l’Egitto di Mubarak e tenere conto dei cittadini, molti dei quali sono scesi in piazza a manifestare solidarietà alla popolazione di Gaza, come è successo anche in Tunisia, o in Siria. Senza dimenticare la pace con Israele siglata nel 1979. Insomma l’integrità e la credibilità del nuovo governo, sul piano interno e su quello internazionale, si sta giocando in queste ore.

La negoziazione passa comunque dal Cairo, dove sono in corso riunioni fiume per capire a quali condizioni possa essere raggiunta una tregua ed evitata l’operazione di terra. Tel Aviv chiede la fine immediata del lancio dei razzi da Gaza e Hamas la cessazione dell’embargo e lo stop delle uccisioni mirate. Finora nessun risultato concreto è stato raggiunto.

Come ha scritto in questi giorni Amira Hass sul quotidiano israeliano Haaretz, in questo contesto di estrema fragilità, i Ministeri degli Esteri internazionali, in Europa e negli Stati Uniti, continuano a collaborare con la rappresentazione che il governo israeliano porta avanti, di vittima incondizionata dei palestinesi che ha dunque il diritto di difendersi. Il lancio dei razzi, scrive la Hass, è sempre considerato come il punto di partenza, tralasciando tutto quello che accade prima, come le evacuazioni forzate dei palestinesi dalla Valle del Giordano, le quasi 600 abitazioni distrutte dall’inizio dell’anno. Una parte della storia che non tutti conoscono, o vogliono conoscere, di cui non si parla mai, e che rientra nella questione politica della sovranità di questa striscia di terra: entità separata o entità sotto occupazione?