Quelle peccatrici che salveranno il mondo arabo
Daniela Conte 20 dicembre 2007

“Hanno costruito per me una gabbia affinchè la mia libertà fosse una loro concessione e ringraziassi e obbedissi, ma io sono libera prima e dopo di loro, con loro e senza di loro, sono libera nella vittoria e nella sconfitta. La mia prigione è la mia volontà! La chiave della mia prigione la loro lingua, la loro lingua s’avvinghia intorno alle dita del mio desiderio, e il mio desiderio non riusciranno mai a domare. Sono una donna. Credono che la mia libertà sia loro proprietà e io glielo lascio credere, e avvengo.”
Da “Sono una donna” di Joumana Haddad

L’ultimo lavoro di Valentina Colombo, traduttrice di letteratura araba e ricercatrice presso l’IMT di Lucca, è una raccolta di poesie arabe contemporanee tutte al femminile, che con un titolo provocatorio, Non ho peccato abbastanza, abbina la lotta dell’emancipazione femminile alla forza evocatrice e intensa della poesia. Le voci di questo libro, pur nella diversità delle esperienze personali, tutte esprimono coralmente una ribellione decisa e toccante ad un mondo arabo che continua a negare alla donna la libertà di scelta, di autodeterminazione e in molti casi persino la libertà di movimento. Eppure ciò che colpisce di questa antologia è la dolcezza e la passionalità attraverso le quali questa ribellione prende voce grazie allo strumento musicale della poesia. Nel racconto delle emozioni più profonde di queste poetesse si ha dunque la possibilità di entrare in contatto con delle esperienze umane, di essere trascinati dentro il mondo arabo-islamico e di capirne la complessità.

L’autrice, prima di “Non ho peccato abbastanza”, aveva già pubblicato con Mondadori altri tre libri: “L’altro Mediterraneo”, un’antologia di letteratura araba del ‘900 che si proponeva di rappresentare la pluralità del mondo musulmano; “Parola di donna, corpo di donna”, un primo tentativo di rappresentare la vera donna araba sfatando pregiudizi e stereotipi largamente diffusi in Italia; e “Basta! Musulmani contro l’estremismo islamico”, dove i protagonisti sono intellettuali islamici moderati che hanno scelto di dire no a regimi islamisti e autoritari. Questi lavori, nel loro insieme, rappresentano dunque un tentativo di arricchire la conoscenza del mondo occidentale e italiano della bellezza straordinaria della letteratura e poesia araba, e di dare spazio, grazie allo strumento della traduzione, a quegli esponenti dei paesi arabi solitamente emarginati.

Non ho peccato abbastanza”, però, introduce un nuovo elemento. Afferma, attraverso i versi delle poesie, che il futuro di quel mondo appartiene alle donne e che sono loro il vero elemento innovatore e l’unica speranza per un cambiamento vero, culturale e profondo. Durante la presentazione del suo libro, avvenuta al centro Averroè di Roma il 7 dicembre, Valentina Colombo ha ricordato come “le voci più forti, più coraggiose per quanto riguarda non solo la tematica donna ma anche contro il terrorismo e contro l’estremismo islamico sono donne. E questo non è un caso, quando si ha l’estremismo islamico la donna è la prima vittima. Per cui è anche la prima a ribellarsi, a dire basta all’estremismo islamico e a dire ‘voglio non solo la mia libertà, ma libertà per tutti’”.

Dietro questi lavori ci sono dunque delle esperienze di ribellione al femminile molto significative, come quella di una poetessa saudita che ha perso il lavoro di professoressa all’Università in quanto i suoi pensieri miscredenti avrebbero potuto traviare le studentesse. Una delle penne di “Basta!”, invece, è una scrittrice/giornalista yemenita che vive in Svizzera, Elham Manea, e che ha ricevuto perfino minacce di morte per il suo saggio “Togliti il velo”, dove, come ha ricordato Colombo, “viene ribadito a tutte le donne islamiche il principio secondo il quale nessuno in nessun modo ti può privare della tua libertà tantomeno in nome di un Islam che non c’è”. Plauso indiscusso va dunque a chi, come Valentina Colombo, s’impegna nella traduzione di voci di protesta nel e dal mondo arabo, così da arricchire la nostra ancora povera conoscenza a riguardo, e soprattutto così da donare una speranza, quella di un cambiamento vero in quella regione travagliata. Una riscossa rosa che provenga proprio da coloro che soffrono di più, ma che ancora non si arrendono: le donne.