Mladic all’Aia, la Serbia più vicina all’UE saltando il Kosovo
Ilaria Romano 15 giugno 2011

Sedici anni di latitanza e i crimini di cui è accusato non sono bastati a fargli perdere i gradi. In abiti civili, alla prima udienza del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, Radko Mladic è ancora “il generale”. Sono le sue prime parole in pubblico, da quando è stato arrestato. Oggi deve rispondere di genocidio e crimini contro l’umanità, per aver condotto militarmente una strategia finalizzata all’eliminazione della popolazione croata e musulmana dai territori della Bosnia Erzegovina rivendicati dalla Serbia, fra il 1991 e il 1995.

Undici i capi d’imputazione: per aver ucciso, deportato e perseguitato per motivi politici, razziali e religiosi le popolazioni di Srebrenica, Banja Luka, Novi Grad, Zvornik, Vlasenica e molte altre; per aver ordinato, durante l’assedio di Sarajevo, bombardamenti e attacchi mirati dei cecchini contro la popolazione civile, e per aver preso in ostaggio i caschi blu, nel luglio 1995, allo scopo di impedire i raid aerei della Nato contro le postazioni di artiglieria serbe.

Il primo mandato internazionale nei confronti di Mladic, militare di carriera nell’esercito popolare jugoslavo e poi Capo di Stato Maggiore dell’Esercito serbo-bosniaco all’inizio della guerra in Bosnia, nel 1992, era stato emesso nel luglio 1995. Lo stesso anno, nel mese di novembre, ne era seguito un altro, e insieme all’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina Radovan Karadzic, il generale era stato accusato di genocidio. Nel 1996 la procura dell’Aia aveva formulato un atto unico, per arrivare poi a scorporare i due casi nel 2009.

Nella sua prima comparizione, il 3 giugno scorso, Mladic non si è dichiarato colpevole o innocente, ma ha chiesto un tempo più lungo dei trenta giorni di rito per leggere e capire a fondo le accuse pronunciate nei suoi confronti. Non ci saranno eccezioni, per lui, e se nemmeno nella seconda udienza aggiornata al 4 luglio si pronuncerà, lo faranno i giudici al suo posto, con un’ammissione di colpa a suo nome.

Il presidente del Tribunale Penale Internazionale è ancora l’olandese Alphons Orie, lo stesso che dal 2008 porta avanti il processo Karadzic, la mente della campagna di pulizia etnica e in particolare dell’eccidio di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo. Il numero di capi d’accusa è lo stesso, la strategia difensiva dissimile, tranne che per la decisione di non pronunciarsi in udienza preliminare rispetto alle imputazioni. Karadzic aveva da subito scelto di difendersi da solo, a differenza di Mladic, per poi cercare di rallentare i tempi con la presentazione di migliaia di atti e accuse alla comunità internazionale. In una delle dichiarazioni di maggior scalpore aveva coinvolto Richard Hoolbrooke, all’epoca della guerra di Bosnia inviato del governo Usa, che sosteneva avergli promesso l’immunità in cambio della sua scomparsa dalla scena politica. In effetti i tempi sono stati rallentati, e per lui non si è ancora arrivati ad una condanna di primo grado.

Per Mladic come per Karadzic tre anni fa, alcune delle madri di Srebrenica sono tornate ad assistere al processo: nel 1995 hanno perso mariti e figli, in un massacro perpetrato a sangue freddo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, dopo che la città era stata istituita zona protetta dalla risoluzione Onu 819 del 16 aprile 1994, insieme a Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gorazde e Bihac. Queste delimitazioni erano state pensate per difendere la popolazione civile e garantire l’arrivo degli aiuti umanitari. Ma nell’attacco fra il 9 e l’11 luglio, l’armata serbo-bosniaca era riuscita a violarle. Gli uomini fra i 14 e i 65 anni erano stati separati dalle donne e poi trucidati. A oggi 6414 corpi sono stati riesumati da fosse comuni e identificati, ma si stima che i morti siano stati fra gli 8 e 10mila.

La cattura, l’estradizione e il processo che si è aperto all’Aia avvicina la Serbia all’Europa. Non per caso il presidente Tadic ha parlato di “chiusura di una delle pagine più difficili della storia recente del paese”. Anche perché l’arresto è arrivato provvidenzialmente alla vigilia della presentazione del rapporto sulla Serbia che il procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale Brammertz avrebbe dovuto consegnare il 6 giugno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e che, di fatto, avrebbe condizionato in negativo la decisione sull’ottenimento dello status di paese candidato ad entrare nell’Ue. Tra l’altro la concessione immediata del trasferimento del generale in Olanda allontana ulteriormente il presidente serbo dai nazionalisti che, pure presenti nel paese e nelle piazze come quella pro Mladic, hanno perso gran parte della loro influenza elettorale.

I tempi sono cambiati, anche in termini di riconciliazione fra territori post jugoslavi, e quest’ultimo arresto si inserisce in un binario già tracciato dalla cattura di Karadzic prima e dalla visita del presidente Tadic a Srebrenica poi.

Una grande questione resta però aperta: il riconoscimento del Kosovo indipendente. Che non si possa prescindere dal dialogo con Pristina lo ha ribadito anche l’alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton, arrivata a Belgrado in visita ufficiale proprio il 26 maggio scorso, giorno dell’arresto di Mladic. I negoziati che si sono aperti a marzo fra i delegati dei due paesi finora si sono limitati alle questioni tecniche: traffico aereo, telecomunicazioni, questioni doganali. Perché gli aerei kosovari non possono sorvolare i cieli serbi, e i passaporti di Pristina non sono considerati validi per Belgrado. Esiste un doppio catasto, e persino le targhe delle auto sono reciprocamente considerate non valide. Ma per parlare di status non è ancora il momento.