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  • Enzo Di Nuoscio

    Contro l’uso ideologico di questo nozione, va precisato che “relativismo”, se correttamente inteso, è un tertium genus tra razionalismo e scetticismo, tra fondazionalismo e nichilismo. E questa via mediana tra una ragione troppo presuntuosa ed una ragione troppo rinunciataria, attraversa sia il dominio della scienza che quello dell’etica. Nella scienza per relativismo si intende l’impossibilità razionale di dimostrare con certezza la verità delle teorie.

    È stato soprattutto Alfred Tarski, con la sua Teoria semantica della verità, a dimostrare che è logicamente impossibile dimostrare la verità di una qualsiasi teoria empirica, in quanto per dimostrare che una teoria è certamente vera dovremmo dimostrare vere tutte le sue conseguenze, operazione questa logicamente impossibile, essendo queste ultime di numero infinito. La verità scientifica non va dunque intesa come certezza, ma come pubblica controllabilità basata sul principio di falsificabilità, cioè sulla continua revisione delle teorie esistenti, emendandole da eventuali errori.

    Questo relativismo di tipo popperiano non va confuso con un relativismo scettico di chi – come Th. Kuhn, P. Feyerabend e i “nuovi sociologi della scienza” propugnatori, come D. Bloor, del cosiddetto “programma forte” – propone una sorta di egualitarismo epistemologico, il quale rinuncia non solo alla nozione di certezza ma anche a quelle di verità e di oggettività. Non ci sarebbe una verità scientifica, ma molte etno-verità, tutte epistemologicamente legittime, perché molte sono le forme di vita. Essendo le “verità” incommensurabili perché determinate da differenti frameworks culturali, lo scienziato non sarebbe in grado di esercitare proprio quella facoltà critica che storicamente ha consentito la crescita della conoscenza scientifica. Più che di relativismo, in questo caso è più corretto parlare di una certa forma di scetticismo (figlio naturale del sociologismo collettivistico) che nega l’idea stessa di progresso della conoscenza scientifica.

    Anche nel campo dell’etica la tradizione filosofica di razionalismo critico (quella, tra gli altri, di Mill, Popper, Albert e Bartley), ci aiuta a definire una posizione né fondazionistica, nè irrazionalistica. È stato David Hume a dimostrare che, poiché da proposizioni descrittive che parlano di fatti si possono logicamente dedurre soltanto altre proposizioni descrittive e non mai proposizioni normative, allora dai fatti non si possono logicamente derivare i valori. Da tutte le proposizioni della scienza non si può derivare una sola proposizione etica: l’etica valuta e la scienza spiega. Le decisioni etiche non derivano dai fatti, ma si basano sulla coscienza individuale: è la coscienza che giudica i fatti. La “legge di Hume” fonda la libertà di coscienza, perchè dimostra impossibile un’etica razionalmente fondata (in base a principi teologici, biologici, antropologici, economici, ecc.), valida erga omnes, di cui qualcuno potrebbe sentirsi portatore o scopritore e magari legittimato a imporre agli altri.

    Il “relativismo etico” è dunque alla base della ”società aperta”, che è un ordine pubblico nel quale c’è posto per il maggior numero possibile di scelte di coscienza compatibili tra di loro, che rispettino le regole dello stato di diritto. Non è dunque un caso che i grandi difensori della democrazia (da Mill a Popper, da Kelsen a Hayek) hanno visto proprio nelle irragionevoli pretese della Ragione la principale minaccia per la libertà individuale. Tutti i regimi totalitari, infatti, sono una conseguenza della convinzione, alimentata da una ideologia, da una filosofia, da una teologia o da una teoria scientifica, o presunta tale – di sapere in via definitiva che cosa è il Bene e che cosa è il Male; e chi ha questa convinzione si sente naturalmente investito della missione storica di imporla a coloro che non ne hanno consapevolezza, costi quel che costi.

    Ma questo relativismo etico se da una lato dimostra l’insostenibilità dei fondamenta inconcussa, dall’altro non afferma che quelle etiche sono scelte irrazionali, effetti di cause (sociali, economiche, biologiche, ecc) diverse dalle ragioni individuali, le quali annullano l’intenzionalità soggettiva. Se la scienza è senza certezza ma non senza verità, l’etica è senza verità ma non senza ragioni: dietro ogni decisione morale ci sono ragioni di individui che intendono risolvere problemi, interpretando determinate situazioni. La discussione critica, il confronto tra proposte etiche è possibile, da un lato, perché non c’è un criterio scientifico per stabilire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, dall’altro, perché l’homo etichus non è un fantoccio privo di intenzionalità e di ragione, manovrato da strutture di vario genere. Il dialogo, anche nel campo dell’etica, esige due condizioni: che non ci sia nessuno che pensi di avere conoscenze assolute e che ci sia un contenuto razionalmente comunicabile. E se nella scienza il dialogo serve a individuare e rimuovere errori intersoggettivamente riconoscibili, nel campo dell’etica serve a evidenziare presupposti e conseguenze delle decisioni morali, affinché tali scelte, che comunque restano scelte di coscienze, siano adottate “a occhi aperti”, sulla base di un giusto punto di equilibrio tra “etica dell’intenzione” ed “etica della responsabilità”.

    Infine, questo “relativismo etico” così inteso, si rivela uno forte strumento di critica del “relativismo culturale”, se per esso si intende, come spesso accade, che le culture sono forme di vita separati, universi in comunicanti, che precludono, quindi, ogni discussione interculturale. Se le opzioni etiche non possono essere empiricamente fondate, allora esse non possono essere neanche concepite come meri effetti di un determinato contesto (culturale, sociale, economico). Se vale la “legge di Hume”, non possono esistere tante morali (e per giunta incommensurabili) quante sono le forme di vita, ma ci saranno tante decisioni etiche, tutte ugualmente non assolute e ognuna diversa dalle altre, quanti sono gli individui. I singoli sono certamente immersi in tradizioni culturali, le quali, però, vanno intese come un patrimonio di idee che alcuni individui trasmettono ad altri individui e che condizionano ma non determinano le loro scelte morali. Non ci può essere, dunque, una morale privilegiata, né in quanto emanazione di un certo ambiente (etnocentrismo), né in quanto stabilita da un individuo (un filosofo, un dittatore) che pensa di avere conoscenze assolute.