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  • Paolo Ceri

    Il significato che il concetto di partecipazione assume nelle scienze sociali è però diverso da quello di senso comune, sia che questo ne estenda il significato a coprire le azioni riprovevoli al pari di quelle lodevoli, sia che lo riferisca a queste soltanto. Affrancato da ogni valutazione morale pregiudiziale, il concetto di partecipazione è riferito al coinvolgimento nelle diverse sfere della vita sociale. Si parla così, di volta in volta, di partecipazione religiosa, culturale, sindacale, politica e altro ancora.

    Ogni volta a essere in gioco sono tanto le possibilità di partecipare, quanto le forme della partecipazione: possibilità più o meno limitate o estese e forme più o meno diversificate. Può aversi, così, sia una partecipazione esclusiva oppure inclusiva, come può aversi una partecipazione informale oppure formalmente codificata. Sia che si confrontino società diverse, sia che si considerino sistemi interni alla stessa società, quali associazioni, istituzioni e organizzazioni, le differenze rilevanti riguardano pertanto: a) la varietà delle sfere cui si partecipa, b) le opportunità e i vincoli a partecipare, c) le forme della partecipazione.

    Si può, ad esempio, prender parte congiuntamente alla vita familiare, a quella economica e a quella politica, oppure – com’è stato spesso per le donne – aver parte soltanto in quella familiare. Partecipare alla vita economica attiva, ad esempio, può essere un privilegio riservato a certe caste, classi o etnie, oppure un diritto riconosciuto a tutti i cittadini. Quanto ai modi, si può partecipare, ad esempio, alla politica in forme dirette oppure in forme delegate. È evidente che possibilità, intensità e forme della partecipazione sono storicamente determinate. Ciò deve indurre a controllare la facile tendenza a giudicare inferiori altri contesti socio-politici soltanto perché diversi dai propri. È errato, oltre che illusorio, aspettarsi, ad esempio, pratiche di democrazia liberale in una comunità agro-pastorale agfana, come lo è aspettarsi diffuse pratiche comunitarie nella City.

    Nondimeno, è bene che il necessario relativismo non sia assoluto, bensì temperato. In considerazione di un dato universale e di un fatto storico. Il dato universale è l’essere la partecipazione determinata sempre sia dalla cultura che dal potere: ciò impedisce di vedere in essa l’espressione spontanea di una collettività o, all’opposto, la manifestazione manipolata del dominio. Il fatto storico è la globalizzazione che, mettendo in comunicazione le società più diverse, genera promettenti opportunità e difficili problemi di convivenza multiculturale. Al centro del problema della partecipazione vi è pertanto un duplice rapporto: quello tra individuo e collettivo e quello tra individuo e ruolo. Essa risulta, infatti, impedita o al contrario favorita a seconda che l’identità personale sia monopolizzata o no da un’identità collettiva o da una posizione-ruolo. La partecipazione è quindi sia un campo conflittuale che una posta in gioco. Storicamente è una conquista: l’esito di una lotta mai conclusa tra l’autonomia individuale e il potere, sia esso economico, politico o culturale. Allo stesso tempo, si configura come il contributo che l’individuo dà allo sviluppo della vita associata.

    A tal fine la pratica della partecipazione richiede due condizioni: a) la riduzione delle disuguaglianze rilevanti (è necessaria la creazione di un’area di uguaglianza: si partecipa solo tra uguali) e delle limitazioni imposte dal controllo sociale, così da dare spazio alla libera espressione delle individualità; b) il contenimento della penetrazione dell’ethos e della pratica dell’individualismo competitivo entro le arene partecipative. Alla prima condizione è legata la possibilità per il soggetto di accedere e partecipare liberamente – in uno specifico contesto di vincoli sociali e di influenze culturali – a una molteplicità e varietà di sfere e modi di vita, selezionandoli e combinandoli secondo un progetto personale. Alla seconda condizione è legata la possibilità che nell’ambito dell’esperienza partecipativa tacciano gli interessi privati, così da favorire l’impegno per l’interesse pubblico.

    Si capisce come oggi la prima condizione sia critica e decisiva nelle aree, geoeconomiche o sociali, meno modernizzate e secolarizzate del mondo, e come la seconda lo sia per quelle che lo sono di più. Il processo che può consentire di affrontare e vincere – pur mai in modo definitivo – le due sfide si chiama democratizzazione. L’esito, ne statico né compiuto, di tale processo si chiama democrazia. Sotto questo profilo oggi, come e più di ieri, v’è intima connessione tra pluralismo, democrazia e partecipazione.