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  • Kwame Anthony Appiah

    Anche quando il concetto di onore non si incarna nel diritto, resta comunque una presenza forte nella vita sociale. La vergogna dei “cornuti”, ovvero degli uomini traditi dalla propria moglie con un altro, è difficile da concepire come semplice violazione di un contratto, mera promessa infranta. E al giorno d’oggi anche la donna che è stata tradita dal marito viene guardata non solo con pietà ma anche con un certo disprezzo. Ancora, molti di noi provano vergogna quando dei loro connazionali macchiano l’onore del proprio Paese con il loro comportamento e al contrario orgoglio quando altri vi danno lustro.

    Per tentare di spiegare tali atteggiamenti, è naturale fare riferimento al concetto di reputazione. È un aspetto rilevante – questo è chiaro – ma non esaurisce affatto tutta la questione. Per capire come mai, lasciate che inquadri storicamente la riflessione sull’onore. Si tratta naturalmente di un concetto caro alla tradizione filosofica occidentale: quello che Aristotele chiamava “τιμή”[2] è uno dei principali argomenti di discussione nella sua Etica Nicomachea; l’honestas, l’equivalente dell’idea di onore per i latini, è ampiamente trattata da Cicerone quasi mezzo millennio dopo e di nuovo da Agostino, nel quinto secolo, e da San Tommaso d’Aquino nel tredicesimo; l’onore è un concetto che si ritrova in Montaigne nel sedicesimo secolo, non ultimo nel suo saggio “Des Récompenses d’Honneur”,[3] e successivamente compare ancora regolarmente in Montesquieu, Hume, Smith e Kant nell’Illuminismo europeo. Con l’avvento del diciannovesimo secolo, però, giganti del calibro di John Stuart Mill e Henry Sidgwick vedono poca sostanza in questo concetto: il termine “onore” compare solo tre volte nell’indice dell’edizione standard in trentatré volumi delle opere di Mill[4] e la trattazione che Sidgwick fa dell’“onore” ne I metodi dell’etica ha a che fare perlopiù con l’obiettivo di contrastare il Codice d’Onore dei ceti più elevati tramite sistemi di moralità ed etichetta, in qualche modo a scapito dell’ideale di onore.[5]

    Il concetto di onore ha una lunga tradizione filosofica ma non un posto di rilievo nel passato recente della storia del pensiero. Val la pena notare come in Asia orientale esista tutta una tradizione collegata di riflessioni su un concetto assai simile a quello di onore: in cinese面 子(miànzi), generalmente tradotto come “faccia”, è un’idea strettamente connessa ai temi del rispetto e dell’autostima cruciali nella riflessione occidentale sull’onore.[6] Quindi sia in Oriente che in Occidente esistono tradizioni associate al concetto di onore o a nozioni a esso riconducibili e una storia del pensiero filosofico relativo.[7]

    Passando in rassegna parte delle teorie e delle pratiche relative al concetto di onore, sono giunto a una concezione filosofica di tale ideale in grado di spiegare cosa esso sia e come funzioni al di là dello spazio e del tempo.[8] Questa concezione trae spunto da una tesi che ho derivato dall’antropologo Frank Henderson Stewart: l’onore ruota fondamentalmente intorno al diritto di essere rispettati.[9] Onorare una persona significa trattarla come degna di rispetto, comportarsi con lei come merita. Chi si considera degno d’onore porterà il dovuto rispetto a se stesso e agli altri. In cosa si sostanzi il rispetto dovuto, in che modo lo si dimostri e quali siano gli elementi che ci fanno guadagnare o perdere il diritto a essere rispettati, sono tutti parametri variabili da cultura a cultura. Ma la struttura fondamentale dell’onore – il diritto a essere rispettati che deriva dalle norme e convenzioni sociali, il cosiddetto codice d’onore – è a mio avviso una costante universale dell’essere uomini. Ecco perché è possibile parlare di onore praticamente in ogni contesto.

    In alcuni casi si ha un onore in virtù di chi si è: un imperatore, un padre, un gentiluomo inglese. In altri lo si acquisisce grazie a qualcosa che si è fatto: un atto eroico, un punteggio elevato a un esame. Spesso si tratta di un po’ di tutte e due, come nel caso dello君子 (jūnzi) di Confucio che è, per etimologia, il figlio di un aristocratico – ecco quindi il “chi si è” – ma è degno di rispetto in parte anche per la sua saggezza, per la sua lealtà e per la sua capacità di autocontrollo (elementi che si configurano tutti come traguardi raggiunti, cose fatte). Inoltre, come già accennato, l’onore è un qualcosa che si può perdere, se si infrangono i codici che lo regolano. La perdita dell’onore comporta, per coloro che ci tengono, il sentimento della vergogna che è l’adeguata risposta a un proprio comportamento disonorevole. La reazione corrispondente altrui è, invece, dapprima la cessazione del rispetto nei vostri confronti e, successivamente, l’iniziare attivamente a trattarvi con disprezzo.

    Rispetto e disprezzo nei confronti di una persona possono rappresentare entrambi la conseguenza di azioni compiute da altri, dal momento che il proprio onore è sempre il proprio onore di persona con una qualche identità sociale. Si può ottenere onore da e per la propria famiglia, il proprio Paese, il proprio lavoro; ciò significa che chi condivide la nostra stessa identità – parenti, concittadini, colleghi – può diventare degno di rispetto per qualcosa che noi abbiamo fatto.

    L’identità, in sintesi, è importante ai fini dell’onore per due aspetti distinti. Prima di tutto, come ho già detto, si può condividere l’onorabilità di coloro che appartengono alla nostra stessa categoria identitaria. Ma è importante sottolineare come l’identità conti anche per un secondo motivo, totalmente diverso, poiché determina cosa ci viene richiesto dai codici d’onore. L’identità di genere, per esempio, riveste un ruolo cruciale nel fissare le regole imposte da molti codici d’onore e nello stabilire quale tipo di comportamento determina l’onorabilità (o la perdita di essa). Nell’Inghilterra del diciottesimo secolo, per esempio, tali codici imponevano agli uomini – ma non alle donne – di ceto più elevato di accettare la sfida a duello da parte di un altro gentiluomo ma non di una signora; proibivano duelli tra esponenti dei cosiddetti “ranghi inferiori”, e nell’eventualità che un gentiluomo fosse sfidato da un uomo che non era suo pari la giusta risposta veniva ritenuta quella di non accettare la sfida e battere con un frustino colui che avesse osato tanto (perché con un frustino? Beh, perché la distinzione tra gentiluomini e appartenenti ai ranghi inferiori era un’eredità del binomio feudale tra cavalieri e scudieri, da una parte, che in battaglia andavano a cavallo, e gli altri che invece combattevano a piedi. Andare a cavallo era uno simbolo dello status di gentiluomo e così lo era anche il frustino). La punizione per chi infrangeva tale codice era la perdita dell’onore, la perdita della legittimazione a essere rispettati. I codici d’onore, insomma, regolano le azioni degli appartenenti a specifiche identità sociali e stabiliscono come essi dovrebbero comportarsi oltre che, più nel particolare, come dovrebbero rispondere alle sollecitazioni di individui sia membri della loro stessa categoria identitaria che non.

    Ora, essere rispettati vuol dire essere rispettati da qualcuno; e in genere l’onore non mira al rispetto di chiunque in generale. Quel che più conta è ottenere il rispetto di una specifica cerchia sociale, di quello che potremmo chiamare un contesto d’onore, un gruppo di individui che ammette gli stessi codici.

    Ma per quanto l’onore sia, di fatto, un avere titolo all’altrui rispetto, un uomo d’onore non tiene (o almeno non tiene solo) a essere rispettato, ma soprattutto all’essere degno di rispetto. Per un individuo onorevole, è l’onore in sé ciò che conta, non i riconoscimenti ad esso associati. L’onore è un qualcosa che si ha a cuore a prescindere. Si punta al rispetto, quindi, ma solo al rispetto che si ritiene di meritare. Già tantissimo tempo fa Confucio, negli Analetti 4.14, esprimeva puntualmente questa fondamentale distinzione: “Non mi importa di non essere conosciuto, io aspiro a che valga la pena conoscermi”.[10]

    Per concludere, infine, eccovi un ulteriore elemento: una persona onorevole aspira a compiere azioni degne di rispetto sulla base del codice d’onore di riferimento, ma non si conforma a esso con il solo scopo di essere onorata dal proprio contesto (figuriamoci di ottenerne un qualunque altro riconoscimento sociale). Quando qualcuno si preoccupa di apparire degno di rispetto, si può affermare che abbia “senso dell’onore”. Da notare che, se la cosa che più importa è l’essere o meno meritevoli di rispetto, tale aspirazione si sostanzia come ben più che una mera preoccupazione per la propria reputazione.

    Supponiamo di condividere uno scenario sociale in cui molti individui posseggano un tale senso dell’onore. È importante notare come, anche nell’eventualità che siano tutti convinti di essere moralmente tenuti a fare qualcosa, nella pratica sia il loro senso dell’onore a dar loro un ulteriore stimolo a farlo veramente. Mettiamo il caso (in effetti abbastanza comune) che i codici di un dato contesto d’onore attribuiscano il diritto di essere rispettati a quanti si comportano in modo onesto con il prossimo, un precetto che naturalmente è raccomandato anche dalla morale. Una persona che si trovi tentata di mentire, imbrogliare o rubare avrà diversi motivi per resistere a quella tentazione. Il primo e più basilare di tutti è semplicemente che farlo sarebbe sbagliato. Se ci si astiene per questa ragione, si dimostra quella che Immanuel Kant definiva volontà buona: il fare ciò che è giusto semplicemente perché è giusto. E Kant riteneva, come afferma nella prima frase della Fondazione della metafisica dei costumi che la volontà buona sia l’unica cosa incondizionatamente buona al mondo.[11]

    Ma chi possiede senso dell’onore vorrà anche mantenere il proprio titolo a essere rispettato. Avrà quindi un ulteriore motivo per astenersi da comportamenti sbagliati, ovvero quello di conservare il proprio onore. Vorrà essere meritevole di rispetto, a prescindere dal fatto che gli altri effettivamente lo rispettino. Il senso del dovere e quello dell’onore, quindi, gli forniranno ragioni che non hanno nulla a che fare con il reale comportamento altrui nei suoi confronti: ragioni che vanno considerate, in questo senso, intrinseche. Ma esistono anche motivazioni esterne a fare ciò che è giusto, come il timore di una punizione comminata da un tribunale, che però subentrerà solo nell’eventualità che si scopra che quell’individuo ha commesso qualcosa di sbagliato.

    Da persona degna d’onore, ci si preoccupa non solo di meritare il rispetto ma anche di essere effettivamente rispettati. Si vuole esserlo perché il rispetto che ci viene garantito è un bene umano e anche perché se la gente smette di rispettarci vuol dire che ci tratterà peggio. Quindi se gli altri sanno che abbiamo compiuto qualcosa di onorevole, otterremo un incentivo esterno a perseguire la nostra onestà dal riconoscimento positivo che otteniamo dal prossimo. Il senso dell’onore impedisce di cercare un rispetto che non si merita, ma autorizza (e anzi addirittura incoraggia) a sperare (in realtà ad aspettarsi e a godere di quella prospettiva) nel rispetto che gli altri ci devono quando di fatto ci stiamo comportando onorevolmente.

    Da tali considerazioni deriva che l’onore ci offre ragioni aggiuntive per fare ciò che è giusto. Ma può anche motivarci a compiere ciò che non lo è, o perché è semplicemente sbagliato o perché è indifferente dal punto di vista morale.[12] Nessuno, spero, punta all’eccellenza come studioso (che di certo da un punto di vista morale è indifferente) solo allo scopo di ottenere dei titoli che gli diano lustro. Ma quei titoli sono uno dei riconoscimenti che derivano da un grande successo accademico, come lo è il rispetto dei colleghi che ritengono che il vostro lavoro vi renda onore. Un discorso del genere vale anche per gli onori che possono derivare dal successo nello sport, dall’autorità religiosa e dall’eccellenza in altre categorie professionali. Ma nei delitti d’onore questo sentimento spinge le persone a compiere qualcosa di sbagliato. Quindi bisogna essere cauti quando si parla di onore, mettendo in chiaro che esso favorisce il bene e non il male; e ammettendo che alcuni dei buoni esiti a cui porta non hanno molto a che fare con la morale.

    L’onore può essere sia individuale che collettivo, come ho già detto. L’onore civico assume entrambe le forme. La forma individuale è quella del rispetto che i cittadini di uno Stato devono a quelli di un’altra nazione. È regolato da codici sociali afferenti alla vita politica di un dato Paese: questo è l’elemento che lo rende civico. Esso svolge un ruolo cruciale nello spingere i cittadini a fare molte delle cose che risultano necessarie per il corretto funzionamento di una società, e in particolare di una società democratica.

    Il fulcro dell’onore civico individuale è assai semplice: si pensa che chi ha dato un contributo speciale alla vita civica sia degno di rispetto da parte dei propri connazionali. Tale rispetto viene dimostrato trattando quegli individui in modo sintomatico della considerazione positiva che nutriamo nei loro confronti. Quando incontro al seggio la gente del mio stesso distretto elettorale, ci guardiamo reciprocamente con il rispetto di chi sa di star compiendo volontariamente un’azione importante tutti insieme. Ed eccovi un altro esempio, forse altrettanto americano: spesso, quando giro per gli aeroporti, mi capita di sentir dire a qualche membro delle forze armate statunitensi che viaggia in uniforme “Grazie per il vostro servizio”. In un Paese come il nostro che ha un esercito di volontari, siamo grati a chi si offre di arruolarsi. Tale espressione di gratitudine rende onore a quella scelta, vale a dire che recepisce fare il soldato o il marinaio o il marine o il pilota come degno del nostro rispetto. Normali casi di riconoscimento come quello che ho citato fanno parte dell’esperienza quotidiana dell’onore civico in una democrazia moderna, come ne fanno parte gli altrettanti momenti di vergogna civica. Rientrano nelle modalità con cui l’onore individuale contribuisce a plasmare la nostra vita politica.

    Ma nella vita civica conta anche moltissimo l’onore collettivo. Prendete questo semplicissimo esempio: negli anni Cinquanta, molti critici di sinistra del governo americano furono soggetti a persecuzioni.[13] Uno dei miei eroi intellettuali, W. E. B. Du Bois, fu indagato (alla fine però senza alcun esito) con l’accusa di essere un agente segreto straniero.[14] In questo frangente difficile della sua vita una fonte di consolazione importantissima fu per lui il sostegno ricevuto da uomini e donne – gente comune ma anche, come nel caso di Albert Einstein, gente che poi così comune non era – sia negli Stati Uniti che altrove. Nel suo racconto del processo, In Battle for Peace (“In lotta per la pace”) Du Bois cita lettere di solidarietà speditegli dalla Cina e dalla Russia, da Israele e dalla Nuova Zelanda, dalla Germania e dal Nordafrica francese.[15] Questa sensazione che il mondo intero stesse a guardare ebbe un impatto fondamentale per l’evoluzione delle politiche statunitensi in materia di diritti civili e giustizia razziale, in parte perché il razzismo americano rappresentava un danno troppo grave per la reputazione del Paese nella battaglia ideologica contro l’Unione Sovietica e il blocco comunista.[16] L’onore nazionale americano ebbe un ruolo fondamentale nel porre fine ad alcuni dei più deplorevoli eccessi del razzismo.

    Allo stesso modo, le campagne per la libertà d’espressione e di associazione condotte dal PEN Center Indipendente cinese (ICPC) negli ultimi anni sono state supportate dalle attività di una fitta rete di PEN Center in tutto il mondo, che hanno avuto un ruolo attivo, tra le altre cose, nella candidatura di Liu Xiaobo, uno degli ex presidenti dell’ICPC, al Nobel per la Pace.[17] Il perdurare della prigionia di Liu danneggia la reputazione della Cina agli occhi dei molti che in tutto il mondo guardano con grande rispetto alla cultura di quel Paese. Finché lui rimane in carcere, possiamo sperare che il fatto di avere gli occhi del mondo puntati addosso sia il motivo per cui sempre più suoi colleghi attivisti dell’ICPC, molti dei quali hanno ricevuto l’invito a prendere un thè con le autorità, sono ancora in libertà.[18] I cinesi – compresi gli esponenti del governo – ci tengono a meritare il rispetto del resto del genere umano. Hanno a cuore l’onore del loro Paese.

    Traduzione dall’inglese di Chiara Rizzo

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    Note

    [1]“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre l’illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.” Art. 587 del Codice Penale italiano del 1930, abrogato dalla legge 442 del 5 agosto 1981.

    [2]E il termine a esso associato per definire un qualcosa di simile alla vergogna: αἶσχος.

    [3]Michel de Montaigne, Les Essais, Livre II, Chapitre 7 http://artflx.uchicago.edu/cgi-bin/philologic/getobject.pl?c.0:3:6.montaigne. Accesso effettuato il 20 dicembre 2012.

    [4]Jean O’Grady and John M. Robson (ed.) Index to Collected Works (Collected Works of John Stuart Mill Vol. 33) (Toronto: University of Toronto Press, 1991).

    [5]Si veda, per esempio, Henry Sidgwick, The Methods of Ethics (London, Macmillan and Co., 1901, pag. 30).

    [6]Michael Carr, “Chinese ‘Face’ in Japanese and English (Part 1)” 人文研究 (The Review of Liberal Arts (Otaru, Otaru University of Commerce, agosto 1992) Vol. 84, pag. 39-77. http://barrel.ih.otaru-uc.ac.jp/handle/10252/1737 Accesso effettuato il 20 dicembre 2012.

    [7]David Ho teorizza una distinzione tra i concetti di “onore” e “faccia”, pur sottolineandone le ovvie analogie (David Yau-fai Ho, “On the Concept of Face”, American Journal of Sociology, Vol. 81, No. 4 (gennaio 1976), pag. 877.

    [8]La trattazione completa, insieme ad alcuni esempi concreti, si può ritrovare in Kwame Anthony Appiah, The Honor Code: How Moral Revolutions Happen (New York, W. W. Norton, 2010) o in Kwame Anthony Appiah, Il codice d’onore. Come cambia la morale, trad. it. di Daniela Damiani (Raffaello Cortina Editore, Milano 2011).

    [9]Frank Henderson Stewart, Honor (Chicago, University of Chicago Press, 1994): si vedano in particolare il capitolo 2 e l’appendice 1.

    [10]Confucio, The Analects in The Chinese Classics, Volume 1, traduzione di James Legge (London, Trübner and Co, 1861, pag. 33).

    [11]Immanuel Kant, Groundwork of the Metaphysics of Morals, a cura di Mary Gregor (Cambridge, Cambridge University Press, 1997, pag. 7).

    [12]Sono quegli atti, che gli Stoici definivano άδιάφορα (“cose indifferenti”), che la morale non autorizza né proibisce.

    [13]Richard M. Fried, Nightmare in Red: The McCarthy Era in Perspective (New York, Oxford University Press, 1990).

    [14]David Levering Lewis, W. E. B. Du Bois, 1919-1963: The Fight for Equality and the American Century (New York, Henry Holt, 2001), Capitolo 14.

    [15]W. E. B. Du Bois, In Battle for Peace: The Story of my 83rd Birthday (New York, Oxford University Press, 2007) pag. 131-133.

    [16]Mary L. Dudziak, Cold War Civil Rights: Race and the Image of American Democracy (Princeton, Princeton University Press, 2011).

    [17]“Why I nominated Liu Xiaobo” (“Perché ho nominato Liu Xiaobo”) in Foreign Policy, venerdì 10 ottobre 2010 http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/10/08/why_i_nominated_liu_xiaobo Accesso effettuato il 20 dicembre 2012.

    [18]“‘Prendere un thè’ si riferisce alla pratica diffusa tra la polizia del Dipartimento di Sicurezza Nazionale e altre autorità di invitare i cittadini che si sono resi protagonisti di comportamenti sovversivi a “bere un thè” per poi interrogarli sulle loro attività politica e dissuaderli da un ulteriore coinvolgimento. “Drink Tea” China Digital Times http://chinadigitaltimes.net/space/Drink_tea. Accesso effettuato il 30 dicembre 2012.