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  • Giuseppe Mantovani

    Il primo aspetto consiste nella valorizzazione dell’esperienza delle persone migranti che si rivolgono al centro. Nathan vede in essi la ricchezza di chi possiede un ricco bagaglio di esperienze ed una capacità di resistenza straordinaria. “Lavoro da oltre vent’anni con popolazioni migranti in difficoltà psicologica e sociale. Avendo anch’io conosciuto nella prima infanzia l’esperienza della migrazione sono stato portato a dedicarmi a questo lavoro per comprendere meglio ciò che mi riguardava da molto vicino, per offrirmi una prospettiva in qualche modo più ampia; per fedeltà, anche, a una certa idea di me stesso e della mia famiglia".

    "Per quanto se ne dica, l’esilio è una sofferenza, e delle più acute; fatta di folgorazione davanti al suo mutismo, dell’impossibilità di soffocare la nostalgia, della speranza sempre delusa di ritorno delle gioie di un tempo. Ma l’esilio è anche un’avventura, a patto che la memoria del viaggiatore resista ai tentativi di cattura, al canto della sirena della semplificazione, a patto anche di trovare un luogo in cui restituire un giorno l’esperienza accumulata. (…) Mi ha sempre guidato un atteggiamento che considero sia una regola di ospitalità che un dispositivo tecnico: lo straniero, anche il più bisognoso, è ricco delle lingue che porta in sé, ricco di odori e sensazioni, ricco soprattutto di spiegazioni, di esseri, di oggetti di cui diviene, per la magia del viaggio, il rappresentante presso di noi, suoi ospiti. Certo, sono stato spesso trafitto dalla miseria, economica e sociale, vissuta dagli immigrati che, da un certo punto di vista, occupano oggi in Francia la posizione sociale che nel diciannovesimo secolo occupava il proletariato. Ma una sorta di gentilezza intuitiva mi spinge ogni giorno a considerarli ricchi stranieri piuttosto che poveri immigrati; a cercare le forze che consentono loro di ridere ancora, di essere allegri e vivi, invece di restare inchiodati alle molte debolezze che li rendono ‘soggetti della psicoterapia’” (Nathan, Non siamo soli al mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2003).

    Il secondo aspetto consiste nel prendere sul serio gli “attaccamenti” dei migranti, i legami che li vincolano e nello stesso tempo li sostengono: una rete di senso fatta di lingue, di luoghi, di antenati, di divinità che li ha accompagnati nella migrazione. Ciò ha sollevato aspre dispute sia perché, soprattutto in Francia, si pensa che una persona sia tanto più “libera” quanto più è svincolata da legami, sia perchè in questo modo Nathan introduce divinità e pratiche religiose, per di più africane, in un discorso scientifico europeo. Dall’accettazione degli attaccamenti discende la proposta di Nathan di includere nell’equipe psichiatrica, accanto ai mediatori linguistici, anche i guaritori “tradizionali”: “Rimprovero alla psichiatria americana di escludere dal campo di indagine un gran numero di altri veri specialisti, che non è possibile interrogare sul serio e che anche hanno dei veri malati in carico.

    Perché non sono soltanto gli psichiatri e gli psicologi che si occupano dei pazienti ma anche i guaritori, gli sciamani, i pastori dei gruppi di preghiera carismatica… La mia proposta teorica potrebbe essere sintetizzata così: fare di tutto perché questo tipo di tecnici non sia escluso dal campo dell’analisi. Se non abbiamo ancora trovato modo di rendere interessanti per il pensiero dotto le loro teorie poiché poggiano nella maggior parte dei casi sull’esistenza di esseri invisibili, le loro pratiche sono però suscettibili di analisi fini ed approfondite ed i loro risultati clinici sono oggetti di possibili valutazione. E quando parlo di investigare le loro pratiche, si tratta di interessarsi a tutto: ai loro atti ma anche all’essere dei terapeuti, alla loro formazione, ai loro oggetti; i loro oggetti cioè i loro utensili, ma anche le loro teorie, i loro pensieri e, naturalmente, (prima di tutto, forse?) i loro esseri soprannaturali.

    Ritengo che le terapie “tradizionali” (per esempio: rituali di possessione, la lotta contro la stregoneria, la restituzione dell’ordine del mondo dopo la trasgressione di un tabù, la fabbricazione di “oggetti terapeutici”) non siano né illusioni né suggestioni né placebo. Secondo me queste pratiche sono esattamente ciò che gli utilizzatori pensano che siano: tecniche di influenza, la maggior parte delle volte efficaci e pertanto degne di investigazioni serie. Poiché non siamo soli al mondo – anche gli altri pensano, a volte con tanta immaginazione, spesso con saggezza” [il corsivo è dell’ autore]. In realtà sono sempre più numerosi gli psicologi e i medici che si sono formati in occidente, nelle università occidentali, e tuttavia rimangono legati alle medicine tradizionali e ai sistemi di credenze delle loro società di origine. Queste figure sono preziose perchè svolgono il ruolo di ponte tra mondi scientifici e professionali differenti.