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  • Vincenzo Paglia

    La prima tra i cristiani all’interno dell’impero romano e quelli fuori (assiri, armeni, copti) avvenuta nel IV secolo; la seconda tra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente avvenuta nel secolo XI, e la terza tra cattolicesimo e protestantesimo avvenuta nel secolo XVI. Il movimento ecumenico nacque nel secolo XIX in ambiente protestante per ritrovare motivi di unità. Successivamente, è stato accolto anche in ambito cattolico e ha portato a concepire in maniera nuova la stessa fede cristiana.

    All’interno del cattolicesimo, dopo una prima fase in cui l’ecumenismo era stato visto come ritorno al cattolicesimo da parte delle altre altre confessioni cristiane, l’approccio è cambiato a partire dal Vaticano II. È emersa la coscienza della forte comunione che lega le diverse confessioni cristiane nonostante le divisioni, tanto che si è parlato anche di “chiese sorelle”. Tutte infatti sono a pieno titolo membra di una stessa famiglia, sebbene non in perfetta comunione. Questa nuova concezione porta a dire, ad esempio, che non ci si converte da una chiesa all’altra, salva la libertà di ognuno di scegliere la confessione che desidera. Insomma il proselitismo dovrebbe essere bandito.

    Se pensiamo ai secoli passati, quando i cristiani si uccidevano gli uni gli altri per difendere ciascuno la propria confessione, non possiamo non provare un senso di vergogna per la lontananza dallo spirito evangelico. E a ragione Giovanni Paolo II ha insistito perché tutte le chiese, traversando la soglia del millennio, chiedessero perdono a Dio per le colpe passate. Senza dubbio non poche riflessioni nascono da una seria meditazione storica. In ogni caso oggi c’è un nuovo approccio alla questione ecumenica (sebbene si siano alquanto attutiti gli entusiasmi di qualche decennio addietro).

    È infatti necessario guardare in nuovo modo la stessa storia delle divisioni: la pluralità delle Chiese (cattolica, ortodossa e protestante), che certamente è stata ed è fattore di scandalo, ha permesso la sottolineatura di alcune dimensioni del cristianesimo che sarebbero altrimenti rimaste devitalizzate o comunque ingrigite in un piatto uniformiamo. Ad esempio, la Chiesa ortodossa non ha forse tenuto viva una ricchezza liturgica che sarebbe stata altrimenti attutita? E il Protestantesimo non ha posto in eccezionale rilievo la Bibbia che nelle altre Chiese talora è stata talora trascurata? E la dimensione così fortemente universale e organizzativa della Chiesa cattolica non ha favorito un’autorevolezza morale nel mondo altrimenti sconosciuta? In tal senso si potrebbe dire paradossalmente che le divisioni debbono in qualche modo restare.

    Ovviamente questo non vuol dire assolutamente che va attutito l’anelito verso l’unità. La questione semmai verte su quale unità dirigersi. Non più quella del ritorno delle altre Chiese alla Chiesa cattolica, neppure quella di un freddo e piatto unanimismo, certamente quella dell’unità della fede. La via da percorrere è comunque quella della comunione e della valorizzazione dei carismi delle rispettive Chiese. Per questo, sempre più si parla di “diversità riconciliata”. La pluralità dei riti e delle tradizioni, se converge verso un’unica fede, è ad esempio una preziosa ricchezza. Nel frattempo i cristiani possono e debbono scoprire numerosi campi di azione comune, dalla pace alla difesa del creato, dall’impegno per la vita alla solidarietà tra i popoli, e così oltre. L’ecumenismo aiuta non solo le Chiese a incontrarsi, ma anche i popoli: Chiese sorelle, popoli fratelli, diceva il grande patriarca Atenagora.