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  • Barbara Sorgoni

    Poiché la definizione dell’altro ha a che fare con la stessa idea di umanità, sono innumerevoli gli esempi etnografici che dimostrano come, per ogni gruppo umano conosciuto, l’altro sia identificabile con chi non appartiene alla nostra stessa comunità. Per restare nel mondo occidentale, a partire da Erodoto l’altro è stato identificato via via con “il barbaro”, il “mostruoso”, il “selvaggio allo stato di natura” (ed anche “il buon selvaggio”), il “primitivo”, l’“esotico”, fino ad abbracciare esplicitamente tutto il mondo al di fuori dell’Occidente (il Terzo Mondo, i Paesi in Via di Sviluppo, the Rest in opposizione a the West).

    La categoria “altro” ha inoltre una importanza centrale per le scienze sociali e, in particolare, per la disciplina antropologica di cui rappresenta, storicamente, l’oggetto. L’antropologia nasce infatti come progetto di conoscenza dell’alterità. In una accezione più ristretta, quindi, l’altro, che viene assunto come oggetto di indagine dalla tradizione europea a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, coincide con il mondo “tradizionale” (opposto a quello “moderno”) e con le società “semplici” (rispetto a quelle “complesse”).

    Occorre anche ricordare che per oltre un secolo – da metà Ottocento agli anni cinquanta del Novecento circa – l’altro è stato definito anche in termini razziali, e i gruppi umani esterni all’Occidente venivano ritenuti razzialmente inferiori ad esso. Se tradizionalmente lo studio dell’altro ha coinciso in modo particolare con l’analisi di società di piccole dimensioni, pre-industriali e spesso a tradizione orale, diverse “comunità” si sono nel tempo avvicendate a ricoprire il posto di “altro assoluto” nel senso comune e nella cultura occidentale: i neri, gli ebrei e, in tempi più recenti, il mondo islamico.

    All’interno delle scienze sociali, l’altro viene visto oggi più spesso come intrinseco al noi, sottolineando come una profonda comprensione della propria o altrui identità e storia debba passare per un moto di inclusione e di comprensione del “noi” tra gli “altri”, e superando quindi il dualismo e la contrapposizione categoriale Noi/Altri che ha a lungo prevalso. Ritenendo che la descrizione dell’altro sia in realtà un processo di produzione e costruzione di alterità, l’accento è oggi posto soprattutto sui processi di reificazione ed essenzializzazione delle identità e sui modi attraverso i quali questi possano fornire una giustificazione a pratiche politiche di marginalizzazione ed esclusione dell’altro.