Questo è il testo presentato dall’autore ai Seminari di Istanbul, organizzati a Istanbul da Reset Dialogues on Civilizations dal 2 al 6 giugno 2008. La versione italiana, tradotta da Emilia Benghi, è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica il 18 giugno 2008 a pagina 35.
Ipotizziamo una vittoria dei democratici a novembre. Contro ogni probabilità, dato che abbiamo scelto un candidato che esercita forte attrazione su una quota verosimilmente minoritaria della popolazione. Ma il Partito democratico, indipendentemente dal suo candidato, è forse questa volta in grado, vista la recessione, vista la guerra, di esercitare in sé e per sé un’ attrazione sufficiente ad ottenere il sostegno della maggioranza. Quindi Obama va alla Casa Bianca. E poi? Internazionalismo liberale: è così che (alcuni) dei consiglieri di Obama e vari intellettuali suoi simpatizzanti definiscono quella che auspicano sarà la sua politica estera. Ma che cosa significa internazionalismo liberale?
Ho compilato una lista di possibili equivalenti, anche se ognuno è seguito da un grande punto interrogativo. Obama finora conduce la sua campagna senza nulla che somigli a un programma completo e coerente per la politica estera statunitense (neppure per la politica interna del resto). Ecco la mia lista:
1) La fine dell’ unilateralismo di Bush, quanto meno nella forma di perpetuo scontro. Se Obama vince, i diplomatici americani viaggeranno molto e avranno molti colloqui. Innanzitutto in Europa con i nostri alleati naturali, ma non solo. Verrà esplicitamente bocciata la politica di rifiuto del dialogo con i nemici. Dialogheremo con qualunque nemico sia disponibile a parlare con noi, intendo qualunque stato nemico, primo tra i candidati ovviamente l’ Iran. La politica nei confronti delle organizzazioni terroristiche non cambierà. Mi limito a ripetere quanto dichiarato da Obama tra l’ altro in termini piuttosto decisi.
2) Una nuova posizione sul riscaldamento globale e aperture su Kyoto, forse con Al Gore in veste di responsabile. Lo reputo quasi certo.
3) Forse qualche segno di disponibilità ad aderire alla Corte penale internazionale, anche se pur sempre con riserve per proteggere i militari americani dai cosiddetti processi “politici”. Non credo che Obama si metterà in contrasto con il Pentagono per l’ adesione alla Cpi . Ricordate che anche Clinton avrebbe aderito, non fosse stato per l’ opposizione dei vertici militari.
4) Un diverso approccio al Wto e alle tematiche del commercio in generale, pur con incertezze sulla misura di tale diversità. Nascerà forse un nuovo interesse per i trattati che contengono norme a tutela dei diritti dei lavoratori, dell’ ambiente ecc. Ma gli economisti sono economisti e i consiglieri di Obama non sono affatto così lontani dal “Washington consensus” neoliberista. Non sono, a quanto mi è dato di capire, i paladini di una democrazia sociale globale. Gli economisti di sinistra continueranno ad essere critici dall’ esterno anche se forse avranno ascolto a Washington come non mai da otto o addirittura sedici anni a questa parte.
5) Una più forte (a parole o nei fatti?) assunzione della “responsabilità di proteggere” in luoghi come il Darfur o Myanmar, anche se la nuova amministrazione non invierà truppe americane in paesi in cui non siano già impegnate. Chi altro potrebbe essere pronto a inviare truppe? Se qualcuno è pronto gli Usa sotto Obama potrebbero essere disponibili a dare appoggio, a contribuire ai costi, all’ equipaggiamento e al trasporto delle truppe.
6) Un chiaro – mi auguro – riconoscimento che la “guerra” al terrorismo è in massima parte lavoro di polizia e lavoro politico, che richiede la cooperazione tra molti paesi e che può e deve essere condotta nell’ ambito dei limiti costituzionali. C’ è da attendersi che Guantanamo venga chiusa, i memo sulla tortura ripudiati, che si ponga fine alle rendition e che alcuni processi contro imputati di terrorismo vengano trasferiti dai tribunali militari a quelli civili. Ma la nuova amministrazione non rinuncerà all’ azione clandestina, alla guerra nell’ ombra, alla lunga guerra. E’ auspicabile un approccio ideologico più coerente, variegato alla lotta in corso contro le organizzazioni terroristiche – più sottile, più intelligente nel tracciare demarcazioni rispetto alla logica dicotomica bianco-nero, bene – male loro – noi di Bush. Ma non contateci.
7) Un ritiro, come promesso, dall’Iraq. In questo caso il punto interrogativo è ancora più grande. Ci sarà il promesso ritiro dall’ Iraq? L’ impegno al ritiro di entrambi i candidati (da parte di Hillary e, ancor più chiaro, da parte di Obama) e dei vertici democratici del Congresso è talmente netto ed espresso con tale vigore che è difficile ipotizzare un ripensamento. Ma credo che finiranno per fare marcia indietro. Trovo difficilissimo immaginare il ritiro Usa secondo il calendario di Obama, vale a dire avvio immediato e in sedici mesi tutti fuori, inclusi i contractor privati, presenti in Iraq in numero almeno pari ai militari Usa. Inoltre tutte le persone che hanno collaborato con gli americani sarebbero in pericolo alla nostra partenza. Il che raddoppia o triplica il numero degli individui da far uscire. Probabilmente neppure sotto il profilo logistico il ritiro sarebbe fattibile in sedici mesi ed è quasi certo che non avverrà in quei termini. Verrà annunciata formalmente una politica di disimpegno, ma nella pratica il disimpegno sarà molto lento, con molte pause, associato a negoziati con l’ Iran e la Siria e avverrà a patto che esista una copertura alla ritirata. Ma l’ Iran e la Siria coopereranno? Soprattutto, coopererà l’ Iran? Gli iraniani vogliono che ce ne andiamo dignitosamente, con l’ onore intatto secondo i canoni degli ufficiali Usa? Probabilmente no. Comunque nel breve periodo Obama scoprirà che i curdi non vogliono che ce ne andiamo, che i capi sunniti non vogliono che ce ne andiamo, che il governo sciita non vuole assolutamente che ce ne andiamo che i kuwaitiani, i sauditi, gli egiziani gli israeliani e i turchi non vogliono che ce ne andiamo. Quanto meno non secondo il calendario di Obama. Lo stratagemma sarà quindi andarsene e non andarsene al contempo. Nulla dell’ Iraq è stato una passeggiata, e nulla sarà una passeggiata nel futuro prevedibile.
8) Un ritiro parziale delle truppe dall’ Iraq sarà necessario, perché i democratici sono realmente impegnati a intensificare gli sforzi in Afghanistan, il che equivale ad un ulteriore invio di truppe. Più truppe americane e anche più truppe dall’ Europa. Il multilateralismo americano – l’ Afganistan è solo un esempio – richiederà molto impegno da parte degli altri fianchi, delle altre parti, probabilmente molto più di quanto abbiano oggi in mente i nostri alleati europei.
9) Un’ iniziativa diplomatica israelo-palestinese e anche nell’ ambito del più esteso conflitto israelo-arabo. Presumo che gli attuali negoziati, inclusi i nuovi colloqui tra Israele e Siria, proseguiranno e che non si arriverà a nessuna decisione entro il gennaio 2009. In questo caso l’ eventuale amministrazione democratica sarà più impegnata nel processo ma dubito che le modalità saranno sensibilmente diverse. Cosa più importante, Obama non forzerà né tenterà di forzare un ritiro israeliano dalla Cisgiordania, fino a che o a meno che non sia chiaro che dalla Cisgiordania liberata non saranno puntati razzi su Tel Aviv ed è molto difficile immaginare progressi su quel fronte con un’ autorità palestinese spaventosamente debole o con un governo israeliano debole, mentre cresce ancora la forza dei fanatici islamici a Gaza, in Palestina in generale e nel Libano. C’ è da quindi da aspettarsi un’ attività febbrile e nessun grande progresso. Ma è questo il campo in cui potremmo trovarci di fronte a qualche vera sorpresa.
Quindi l’ immagine degli Usa nel mondo migliorerà notevolmente con un Obama alla presidenza e con un ampia maggioranza democratica al Congresso. Ma l’ America ha meno potere oggi, la sua autorità è sminuita confronto agli anni di Clinton e il mondo è ancor più restio di quanto fosse allora. Una politica estera americana diversa forse non cambierà molto le cose, e sicuramente non cambierà le cose se non accompagnata o sostenuta da politiche diverse in altre parti del mondo.
Michael Walzer è uno dei maggiori filosofi politici americani. Professore emerito all’Institute for Advanced Study di Princeton, New Jersey, è condirettore della rivista Dissent.
Traduzione di Emilia Benghi