Il primo libro di Marta Ottaviani ne contiene tre. O meglio: il suo Cose da Turchi (pp. 264, 17 euro, Mursia) si può leggere benissimo come l’intreccio di tre storie distinte. La prima è la sua, quella di una giovane giornalista curiosa del mondo, che decide di lasciare una tranquilla vita milanese per confrontarsi con Istanbul e la Turchia. Un Paese moderno, europeo, ma pur sempre molto diverso dal nostro, e infatti all’inizio l’incontro non è facile, anche a causa della burocrazia turca (idealmente gemellata, per le sue lungaggini, a quella italiana) e della struttura non troppo accogliente dell’Atatürk Oğrenci Yurdu, il dormitorio statale in cui Marta passa i suoi primi mesi a Istanbul.
Superati i primi ostacoli, tuttavia, si fa presto a innamorarsi di Istanbul. Le ragazze del dormitorio sono socievoli, ma spesso le basta la silenziosa compagnia dei balikçilar (i pescatori sul ponte di Galata) o il soffio del lodos (“un vento che agita l’acqua”) sul Bosforo. Marta Ottaviani, che oggi lavora da Istanbul per l’Apcom e collabora con diverse testate (tra le quali Il Foglio, Il Giornale, La Stampa, Radio 24 e Resetdoc), racconta la sua avventura con orgoglio, ma allo stesso tempo anche con una sana dose di umiltà. La sua scrittura è veloce: frasi brevi e senza fronzoli. C’è molto di autobiografico in questo libro, ma la storia principale, ovviamente, è la seconda, è quella della Turchia. L’autrice impara a conoscerla leggendo i segni della città (come l’ex basilica cristiana di Santa Sofia e la moschea del Sultano Ahmet, che sono poste l’una di fronte all’altra, e “a tratti sembrano guardarsi in cagnesco”), oppure ponendo domande, viaggiando fino al Mar Nero, o semplicemente osservando scorrere la vita quotidiana.
Qui osserva, con particolare curiosità, quel mistero che per noi occidentali rappresentano le donne turche, che “sono come il Paese che abitano: senza una via di mezzo”. Studiandole, l’autrice sembra perdere ogni certezza, anche perché si accorge presto che non regge la facile equazione (italiana) “donna velata = chiusa, bigotta e sottomessa”. Le donne velate non solo riescono anche a “essere splendide e seducenti”, ma spesso non sono nemmeno chiuse nella loro identità musulmana, al punto che l’autrice ne incontra alcune a pregare ai piedi del mausoleo di Atatürk, il padre iper-laico della patria turca. E’ vero, c’è anche una Turchia bigotta e arcaica, quella che ricorre all’imenoplastica e che ammazza le ragazze che arrivano non vergini al matrimonio. Ma è una Turchia minoritaria. Il Paese vero sfugge ai facili schemi, al punto che la parte più moderna e tecnologica finisce per votare proprio il partito islamico-moderato oggi al governo, quello che a forza di riforme sta spingendo Ankara nell’Unione europea.
La terza storia, infine, è quella di Marta-come-ragazza-italiana. In qualche modo è la storia di un cervello in fuga, di una giovane che, nonostante le sue qualità, non è riuscita a inserirsi con soddisfazione nel mondo del lavoro italiano, e per questo – pur mantenendo un legame con la madrepatria – il lavoro se le è andato a cercare lontano. Una piccola grande avventura, per la quale è servito coraggio e curiosità, sempre nella consapevolezza che mentre a lei il dormitorio di Istanbul “sembrava un inferno”, per le sue amiche turche “era la migliore delle sistemazioni possibili”.
Cose da Turchi è un libro che riesce a cambiare continuamente punto di vista, passando dal racconto autobiografico all’attualità, dalla storia alla geopolitica (come quando racconta che la Turchia, per i giovani azeri, kirghisi, kazaki e uzbeki è diventata la nuova Mosca, o come quando spiega che “turchi e arabi appartengono a continenti differenti e guai a paragonarli”). Il lettore viene trascinato con passione dagli scaffali di un supermercato (stracolmi di prodotti per capelli) ad una riflessione sul genocidio turco, da un negozio di lingerie al processo nei confronti della rete nazionalista Ergenekon, dalla storia dei tulipani (Curiosi, eh? È a pagina 30) alla questione curda. Un libro interessante perché l’autrice, oltre a smontare un bel po’ di luoghi comuni, non perde il senso critico, come può invece succedere a chi si innamora di un paese straniero.
La domanda finale è la solita: “I turchi, ci possono entrare in Europa?”. L’autrice analizza le ragioni del sì e del no, e sembra non avere una risposta certa. E’ vero, la democrazia turca presenta ancora delle anomalie rispetto agli standard europei (tra le quali l’eccessivo potere dell’esercito, e i molti maltrattamenti subiti dalle donne), ma dire che i turchi siano “un popolo ontologicamente diverso da tutti quelli europei”, come fa l’autrice, è forse eccessivo. Anche ammesso che lo fossero, tra l’altro, potrebbe non essere una ragione sufficiente per chiudere le porte dell’Ue (il cui motto è “Uniti nella diversità”) a quella che potremmo definire un’autentica “tigre” del Mediterraneo, un Paese che in pochissimi anni ha fatto dei passi da gigante sotto tutti i punti di vista possibili.