La mano tesa di Obama
11 agosto 2009

La Siria ha dato prova di grande lungimiranza politica nel corso degli ultimi due anni, tanto da vantare oggi una schiera di alleati trasversale ai molteplici fronti aperti nella regione mediorientale. Sostenitrice della causa palestinese di Hamas, la Siria è oggi uno dei principali referenti della Casa Bianca nella regione sulla questione israelo-palestinese. Inoltre rappresenta l’unica chiave di volta nella struttura estremamente precaria della risoluzione diplomatica alla minaccia nucleare iraniana. Allo stesso tempo la Siria occupa una posizione strategica all’interno dei rapporti di forza tra il governo di Bagdad e le milizie irachene in opposizione al governo centrale.

Questi tre elementi fanno di Damasco un alleato appetibile ed indispensabile agli occhi delle potenze mondiali. Pioniera di nuove alleanze in Medio Oriente, l’Europa dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri Javier Solana già nel 2007 dialogava con la Siria, dando il via ad una stagione di investimenti e scambi commerciali, ancora oggi in espansione. Sulla sponda transoceanica, Barack Obama – appena insediato alla Casa Bianca – ha decretato il fallimento della politica di isolamento della Siria adottata dal suo predecessore a partire dal 2003. L’amministrazione Obama ha optato per una politica fondata sul rispetto reciproco, dimostrato simbolicamente e de facto attraverso la nomina – lo scorso giugno – del primo ambasciatore statunitense a Damasco, a quattro anni dal ritiro del rappresentante americano da Damasco per via dell’attentato contro l’Ambasciata statunitense. Successivamente l’incontro bilaterale tra il presidente Bashar al Assad e l’inviato Usa per il Medio Oriente George Mitchell – che si è tenuto a Damasco a fine luglio – ha fugato gli ultimi sospetti internazionali sulla Siria quale paese canaglia.

Neanche l’estensione delle sanzioni degli Stati Uniti alla Siria, imposte nel 2007 dall’ex presidente Bush, ha messo in crisi la collaborazione tra i due paesi. Innanzitutto l’amministrazione Obama ha proceduto unicamente al rinnovo delle sanzioni con cui gli Stati Uniti negano l’accesso al proprio sistema finanziario ad alcuni cittadini e ad alcuni enti siriani, ritenuti responsabili delle tensioni in Libano. Ma, come già preannunciato da Washington, presto sarà lo stesso presidente Obama a discuterne di persona con il presidente al Assad. Inotre la distensione dei rapporti con Washington ha portato immediati sviluppi anche nello scenario regionale: i cosiddetti paesi arabi moderati quali l’Arabia Saudita, la Giordania e l’Egitto, sono tornati a dialogare con la Siria. Un passaggio fondamentale se si considerano gli intrecci economici che legano Damasco ai paesi vicini, in particolare l’Arabia Saudita, primo investitore in territorio siriano. Dunque Bashar al Assad, successore e figlio del generale golpista Hafez, ha dato prova di grande stratega. Ha dismesso le vesti del leader arabo, capo di uno Stato anti-sionista, antagonista del capitalismo americano, e ha trascinato la Siria della vecchia dinastia al Assad sul terreno del pragmatismo politico.

La Siria, per decenni riconosciuta come il paese anti-sionista della “Mezza luna fertile”, oggi invita Israele a sedersi al tavolo delle trattative sulla questione delle Alture del Golan. Un invito che è addirittura sopravvissuto all’interruzione provocata dall’operazione israeliana “Piombo fuso” su Gaza. Una disponibilità del tutto inedita mostra quindi la Siria verso Tel Aviv e – di conseguenza – gli Stati Uniti, alleato numero uno di Israele. Basti ricordare l’atteggiamento refrattario della Siria in occasione della conferenza di pace ad Annapolis nel 2007, cui il presidente Bashar ha accettato di partecipare solo in un secondo momento, inviando una delegazione comunque di basso profilo. Come sostengono molti analisti del governo alauita damasceno, il presidente Bashar oggi lavora in maniera assolutamente disincantata in funzione della riannessione delle Alture del Golan, quale priorità assoluta nazionale.

Tuttavia la pietra miliare del nuovo corso della politica di Bashar giace entro i rapporti di forza tra Damasco e Beirut. La Siria, presente sul suolo libanese dal 1976 con ingenti truppe di occupazione, nel 2005 ha proceduto al ritiro incondizionato dei suoi soldati. Damasco ha ritirato dal Libano le sue truppe all’indomani dell’assassinio dell’allora premier della coalizione anti-siriana Rafik Hariri, quale tentativo estremo di allentare la tensione internazionale anti-siriana laddove molti governi d’Occidente e molti paesi arabi sospettavano un coinvolgimento della Siria nell’omicidio di Hariri. La Siria ha inoltre riaperto le sue frontiere alla diplomazia libanese: lo scorso marzo a Damasco si è insediato l’ambasciatore del Libano Michel al Khoury; circa dieci giorni dopo, Damasco ha nominato il primo ambasciatore siriano a Beirut, Ali Abd al Karim Ali. Un segnale di distensione forte, che indica in prima istanza il riconoscimento da parte di Damasco della sovranità nazionale del Libano, ed in seconda istanza la volontà della Siria di spingere il partito degli Hezbollah verso una riconciliazione con il governo di Beirut, all’indomani della vittoria della Coalizione filo-occidentale del “14 marzo” nelle elezione parlamentari libanesi. Bashar ha anche ribadito che riconosce la piena legittimità del Tribunale Speciale della Nazioni Unite di Beirut, rimettendosi alla sentenza della corte sull’omicidio Hariri anche qualora dovessero essere accertate responsabilità siriane.

La stessa Arabia Saudita, schierata con il governo Hariri in Libano, è tornata a dialogare con la Siria, come referente esterno del partito degli Hezbollah. Un confronto tra potenze regionali che fa breccia nel muro innalzato da Ryiadh intorno a Damasco, in occasione della rivolta dei miliziani del partito di Dio verso il governo centrale di Beirut nel 2006. E’ proprio sulla scorta della ridefinizione da parte di Damasco del suo rapporto con i miliziani sciiti libanesi Hazbollah che gli Stati Uniti vedono nella Siria l’alleato strategico nel processo di pace in Medio Oriente. La Siria è finita nel libro nero dei paesi canaglia proprio perché accusata di dare appoggio logistico e finanziario alle milizie sciite appartenenti al quadrilatero Libano-Iran-Iraq-Palestina.

Ma da 2007 ad oggi, il presidente Bashar ha ribadito in più occasioni quanto sia importante per la Siria una risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. In primis, Damasco teme che l’escalation della violenza settaria in corso in Iraq possa sconfinare entro il territorio siriano, tenendo conto anche del mezzo milione di sfollati iracheni attualmente presenti in Siria. Il presidente Bashar offre agli Stati Uniti la sua stessa preoccupazione rispetto alla sicurezza interna del paese quale garanzia di una leale collaborazione. In questo gioco di forze ed alleanze spesso bifronte, la Siria diviene il nuovo mediatore tra gli Stati Uniti e le sue forze antagoniste nella regione mediorientale. Sarà la Siria dunque a trovare nuove forme di dialogo e negoziazione tra i miliziani sciiti di Hezbollah e i fratelli iraniani e iracheni ed i palestinesi di Hamas. E dinanzi al pugno dischiuso della Siria, Obama ha teso la sua mano.