Giovani, belli e senza speranze
Nicola Mirenzi 2 giugno 2009

«Un posto letto in un appartamento di borgata, tre mezzi pubblici per raggiungere il Consiglio nazionale delle ricerche, viaggio di un’ora e mezzo all’andata, due ore per rientrare, sette di laboratorio chino sul microscopio a studiare cellule. Stipendio zero». Questo è «Sandro», biologo, ventisei anni: passione per la ricerca, tasche vuote. Di storie come la sua l’Italia di oggi è piena. Tanto che si corre sempre il rischio della retorica a volerle raccontare: comuni come sono, accettate come sono. Eppure, Concetto Vecchio, giornalista de La Repubblica, è riuscito a evitare il pericolo con il suo Giovani e belli. Un anno fra i trentenni italiani all’epoca di Berlusconi (Chiarelettere, 14 euro): un’inchiesta esistenziale su una generazione cresciuta a pane e internet che si ritrova a fare i conti con un paese sconnesso dalle intelligenze che lo abitano.

Vecchio sente persone intorno a sé ripetere: «C’ho l’angoscia»; «Non so proprio come fare»; «Mi pagano una miseria». E un attimo dopo, magari di fronte a una birra scacciapensieri, darsi la solita spiegazione: «In Italia è così». Il pretesto per scrivere questo libro è racchiuso in questo mantra. Vecchio rovescia l’affermazione in una domanda – “Com’è questo paese?” – e va a caccia delle risposte. Gira l’Italia – «Sono stato due volte a Catania, due volte a Milano, una a Verona, e con un vecchio scooter ho battuto tanto Roma» –; raccoglie le testimonianze di persone tra i venticinque e i trent’anni: «N’è nata una cronaca lunga un anno» che mostra «i giovani scandalosamente sfruttati negli studi legali; i ricercatori costretti all’emigrazione; i laureati del sud divenuti specialisti in concorsi pubblici; il mezzogiorno sempre più desolato; … i precari che lavorano nella comunicazione».

In questa nazione al rallenti, un praticante avvocato come «Maria Cristina» (nel volume non compaiono i cognomi degli intervistati, per «evitare che le persone fossero rese riconoscibili» procurando loro «un danno») lavora per tutto il giorno ricevendo uno retribuzione di zero euro. «Un giorno – racconta Vecchio – le si rompe lo scooter con cui si reca al lavoro. Il capo è preso da misericordia e le dà la mancia per pagare la riparazione… “Toh, tieni 200 euro, il meccanico me l’accollo io”». La legittimazione dello sfruttamento invisibile – i praticanti indossano comunque giacca e cravatta ed eleganti tailleur – è la solita legge ferrea della tradizione: ci sono passati tutti, pure il dominus. Ecco allora che la questione assume i contorni di un caso di nonnismo tramandato di generazione in generazione. Ma prima che la vittima si trasformi in carnefice, facendo subire la stessa pena a chi arriverà dopo – sotto – di lui, ha tempo a sufficienza per provare disgusto: «Ora che sono laureato – scrive un praticante anonimo in una lettera apparsa sul quotidiano Adige – pur lavorando senza orari e con estremo impegno, non porto a casa nemmeno dieci centesimi e anzi ci debbo rimettere i soldi della benzina quando vado a sostituire il mio avvocato alle udienze cui lui non fa in tempo ad andare… lui ovviamente ai clienti chiederà i soldi della benzina (che non ha speso) e per la partecipazione all’udienza (che non ha fatto, in realtà). Vi chiedo, avvocati che non pagate i praticanti che se lo meritano, come fate a dormire con la coscienza tranquilla?».

Nel paese incatenato, la parola magica è: merito. Non si fa altro che invocarlo, desiderarlo, iniettarlo nelle riforme di legge. Il ministro dell’Istruzione del governo Berlusconi Mariastella Gelmini ne ha «giustamente» fatto un cavallo di battaglia della sua riforma. Ma accidentalmente – la notizia l’ha data un lettore su un blog de La Stampa – si è saputo che la «ministra del merito e del rigore» ha superato l’esame di avvocato a Reggio Calabria. Nel posto, per intenderci, dove il 93 per cento dei candidati passava l’esame (in confronto ai 28 di Milano e ai 31 di Brescia, città dove la Gelmini ha sempre vissuto e lavorato) con dubbie prove di selezione. Un episodio che rivela un altro paradigma nostrano, quello della doppia morale: il merito in pubblico, le scorciatoie nel privato.

Così, nell’immobilità generalizzata, il gesto per eccellenza è diventata la fuga. «Veronica», dopo aver tentato invano di fare la ricercatrice, si è felicemente trasferita in Belgio. Prima di partire, solo un’amara considerazione: «Ho ventiquattro anni, il sacro fuoco, mi puoi plasmare come vuoi. E invece mi lasci andare».