“Una democrazia in cammino, aspettando l’Ue”
Tahar Ben Jelloun intervistato da Daniele Castellani Perelli 25 settembre 2007

“Ha come obiettivo l’introduzione della cultura musulmana in Marocco, ma dimentica che il Marocco è già un paese musulmano fin dal 18esimo secolo, e non vedo la necessità di una simile battaglia – dice – Se arrivassero al potere tenterebbero di chiudere i bar, di proibire l’alcol, di imporre ovunque l’uso della lingua araba”. La grande speranza del suo paese, piuttosto, potrebbe essere l’ingresso nell’Ue: “Questa prospettiva – ci dice lo scrittore, vincitore del Premio Goncourt, del Global Tolerance Award e, da pochissimo, del Grinzane Cavour – sarebbe uno stimolo grandissimo per lo sviluppo e la democratizzazione del Marocco”.

Il grande protagonista delle recenti elezioni marocchine, sebbene abbia ottenuto meno voti del previsto, è stato il partito islamico Pjd, Giustizia e Sviluppo. Cosa pensa di questa formazione?

E’ un partito che proviene dal movimento islamista, ma che ha rifiutato totalmente ogni forma di violenza e ha fatto dell’Islam la propria cultura, la propria morale e il proprio modo di vita. Il Pjd ha come obiettivo l’introduzione della cultura musulmana in Marocco, ma dimentica che il Marocco è già un paese musulmano fin dal 18esimo secolo, e non vedo la necessità di una simile battaglia.

Secondo lei il Pjd è più assimilabile al partito turco di Giustizia e Sviluppo, che ad Ankara esprime attualmente il primo ministro e il presidente della Repubblica, oppure ai Fratelli musulmani egiziani?

Si ispira un po’ a tutti e due. Quando parlano alla televisione, i responsabili del Pjd cercano di mostrare un volto più rassicurante, più moderato, non vogliono spaventare il popolo marocchino. Temo però che, se arrivassero al potere, si comporterebbero in modo assai diverso.

In che modo?

Tenterebbero di chiudere i bar, di proibire l’alcol, di imporre ovunque l’uso della lingua araba.

Qual è la base sociale del Pjd? Conquista anche i voti della classe media, così come fanno i suoi “cugini” turchi?

Sì, non sono solo i meno abbienti a votarli, ma anche i ricchi, anche i più fortunati hanno fatto campagna per loro.

Come spiega invece la scarsa affluenza alle ultime elezioni (ha votato solo il 37%)?

L’astensionismo è stato il fattore più grave di queste elezioni, perché significa che i marocchini sono stati così delusi da questa legislatura da perdere ogni speranza in un cambiamento, ogni speranza nella politica. Da qui si spiega questo disinteresse popolare per le elezioni. Oggi la vera sfida sta nel far riguadagnare ai cittadini questo interesse, e non sarà facile. Per la prima volta nella storia del Marocco, però, abbiamo avuto una consultazione davvero democratica, realmente trasparente. Lo hanno testimoniato gli osservatori internazionali, e nessuno all’interno del paese ha mosso obiezioni. Si tratta di una situazione completamente diversa da quella degli anni di re Hassan II, quando la partecipazione alle elezioni era nulla e i risultati erano chiaramente prefabbricati. Ma nonostante questo, bisogna fare attenzione, e cercare di ridonare ai cittadini il gusto della politica.

L’astensione è anche una vittoria del partito di Giustizia e Carità (Al Adl Wa Al Ihssane), il movimento islamico radicale di Nadia Yassine, che chiede l’instaurazione della sharia e ha invitato a boicottare le elezioni?

No. Questa è l’interpretazione di Yassine, perché ovviamente è nel suo interesse. Conosco molti giovani islamisti che non sono andati a votare, ma solo come segno di protesta verso l’establishment, non perché obbedissero alle indicazioni di Yassine. Giustizia e Carità è un movimento molto meno diffuso di quanto si pensi. C’è una grande differenza con il Pjd, che ha un vero seguito popolare.

Lei definirebbe il Marocco una “democrazia”?

Comincia a esserlo. La democrazia è una cultura, e ha bisogno di una pedagogia che educhi ad essa. In questo processo il ruolo dei partiti è fondamentale, perché devono saper fornire un esempio di giustizia e direi di probità.

Cosa dovrebbe fare il Marocco per procedere sulla strada della democrazia?

I problemi più urgenti sono quelli della giustizia e della corruzione, che lo Stato ha cominciato ad affrontare, ma con risultati ancora insoddisfacenti. Le riforme attuate in questi anni dal re Mohammed VI sono state molto coraggiose, hanno prodotto un cambiamento vero, sia sulla questione delle libertà sia su quella dei diritti delle donne. Ora sta ai marocchini procedere su questa strada. La corruzione non è colpa solo dello Stato, sono i cittadini che corrompono o vengono corrotti.

Il partito islamico turco, oggi al potere, può essere un modello per il Pjd?

Non so, la storia della Turchia è molto particolare, e molto diversa da quella del Marocco. La Turchia è da decenni un paese laico, e l’avanzata di un partito islamico genera delle preoccupazioni maggiori, rispetto a un paese come il Marocco. In Marocco esiste già una legge che vieta i partiti religiosi: lo stesso Pjd, che in fondo è un partito religioso, è stato così costretto a non inserire nel suo nome alcun riferimento all’Islam. Io sono un laicista, e credo nella separazione di politica e religione: la religione dovrebbe restare nell’ambito privato, e non condizionare la vita pubblica.

Come vede la prospettiva di un ingresso del Marocco nell’Ue, magari una volta terminati i negoziati per l’adesione della Turchia?

Sarebbe una buona idea, perché incoraggerebbe il Marocco sulla strada dello sviluppo e della democrazia.