«Tutto accadde grazie a Gorby»
Una conversazione con Andrea Graziosi 19 ottobre 2009

Si celebra il ventennale dell’89. Possiamo dire che le rivoluzioni, all’Est, non ci sarebbero state senza Gorbaciov?

Assolutamente sì. L’Urss aveva i mezzi per bloccare questi processi. Aveva la capacità militare e politica per fermarli, nonché l’assenso dell’Occidente, dove l’idea che l’Est facesse parte della sfera sovietica non era in discussione. Senza una decisione di Mosca, dunque, l’89 non sarebbe potuto arrivare.

Quanto influì la perestrojka?

Molto, perché mise in moto il cambiamento a Est e ribaltò le dinamiche che avevano caratterizzato l’area comunista fino a quel momento, dove la spinta alle riforme – salvo un breve periodo nel ’53 – era sempre arrivata dalle capitali dell’Europa centro-orientale. Da Budapest, Praga e Varsavia. Con la perestrojka, la direzione delle riforme cambia: va da Mosca alle democrazie popolari. Dove l’opposizione prende coraggio e ci si accorge, dopo il ritiro dell’Armata rossa dall’Afghanistan, il non intervento di Mosca nella guerra azero-armena (1988) e il discorso di Gorbaciov all’Onu con l’annuncio dell’autoriduzione degli armamenti nell’Est, che l’Urss non avrebbe usato la forza allo scopo di tenere legate a sé le democrazie popolari. Nel frattempo, poi, in Gorbaciov maturò l’idea che Germania orientale, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia erano diventate un peso insostenibile. Il costo economico e politico per mantenere in vita quei regimi era diventato intollerabile e Mosca doveva prima di tutto badare al proprio futuro, molto in bilico.

Intende dire che Gorbaciov s’era già accorto che la perestrojka non avrebbe avuto successo?

Gorbaciov iniziò a capirlo nel 1987. Nel biennio precedente erano state applicate terapie di riforma molto drastiche. Fu condotta una lotta senza quartiere alla corruzione, si fecero investimenti massicci in tecnologia moderna. Ma tutto nella convinzione che la struttura fosse sana e che bisognasse riportarla solamente alla lucentezza. Una tesi, questa, che era stata anche di Andropov. Ma il punto è che se la struttura è marcia e si cerca di dare uno scossone, il risultato è che si accentua solo la crisi. A questo portò la perestrojka. Tant’è che sul finire dell’87, accorgendosene, Gorbaciov prese una strada contro il sistema. Si potrebbe dire che tra fine ’87 e l’inizio dell’88, pur rimanendo socialista, Gorbaciov diventa antisovietico, cosa che si riflette nella decisione di mollare il partito a favore dello stato. Ma fu una scelta arrivata troppo tardi, perché proprio nell’88 si risvegliarono le nazionalità nelle varie repubbliche dell’Unione e la spinta centrifuga accelerò lo sfascio.

Il fallimento della perestrojka ribadisce che il comunismo di stampo sovietico era irriformabile e che la sconfitta subita da Mosca nella Guerra fredda risiede proprio qui?

Bisognerebbe fare una premessa: se si considera la storia dell’Europa dell’Est, la sconfitta politica non arriva con il crollo del Muro, ma matura molto prima, con il piano Marshall. Gli americani offrivano soldi, l’Urss solo presenza militare e soggiogamento. La lunga serie di atti di insofferenza, in Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria, certifica che il dominio sovietico era visto come una coercizione e il Muro di Berlino diventa dunque il simbolo della sconfitta del ’47, perché spiega l’inferiorità dell’Urss rispetto all’America e dell’Est rispetto all’Ovest. Detto questo, tutto può essere riformato, ma le riforme dipendono dall’orizzonte culturale che si adotta. Quello dell’élite sovietica era il comunismo, il marxismo, il socialismo reale. Mosca ha avuto una grande occasione di cambiamento tra il ’53 e i primi anni di Brezhnev. In parte è stata usata, ma a un certo punto il Cremlino si è fermato. L’invasione di Praga, nel ’68, attesta d’altronde che oltre una certa soglia non si poteva andare. Ciò non significa che non si potessero e dovessero fare riforme, anche molto brutali. C’è stata la consapevolezza, nell’élite sovietica, che il sistema poteva essere cambiato solo ricorrendo a degli shock. S’iniziò con l’ultimo Brezhnev, si proseguì con Andropov, si accelerò con Gorbaciov, la cui elezione, senza conflitti, dà la cifra che tutti erano dell’idea che servisse una riforma di ampio respiro. Ma il problema – e qui torniamo a quanto detto prima – è che i sovietici pensavano che sotto la coltre di inefficienza si nascondesse un sistema capace ancora di funzionare. Tuttavia non era scontato che l’Urss sarebbe crollata. Si poteva esercitare l’opzione cinese: partito unico e capitalismo. Ma i dirigenti – ecco ancora la questione degli orizzonti culturali – ci credevano, al socialismo.

Come vengono percepiti, l’89 e il ’91, nella Russia di oggi?

Più che all’89 e al ’91, si guarda al periodo sovietico in generale. Il passato, negli strati medi della popolazione, è potenza e gloria. Quindi, il crollo del mondo comunista è visto come una sorta di umiliazione nazionale. Ma quegli anni andrebbero rivalutati. L’Urss è finita pacificamente, pacificamente è finito il dominio sull’Est. Di questo va dato atto a Gorbaciov e Eltsin. A dirla tutta nemmeno i golpisti del ’91 volevano l’uso della forza, salvo un paio di generali, che vennero però estromessi e zittiti. L’intero gruppo dirigente sovietico, quindi, anche chi non stava dalla parte delle riforme, fece tutto sommato una bella figura.