Sarko et les musulmans, storia di un amore mai nato
Luca Sebastiani 5 aprile 2007

Parigi

Finalmente “libero di andare verso i francesi”. Dopo quattro anni, Nicolas Sarkozy ha abbandonato il ministero dell’Interno per dedicarsi a tempo pieno all’ultima fase della campagna elettorale. Pur avendo sapientemente usato la funzione come trampolino di lancio per la conquista della destra gollista prima e per la sua candidatura all’Eliseo poi, il bilancio del “primo poliziotto di Francia” risulta alla fine più che altro contraddittorio e comunque abbastanza negativo rispetto all’immagine che di sé ha dato alla comunità musulmana. Dopo aver debuttato sotto il segno dell’emergenza sicurezza, infatti, Sarkozy per molto tempo ha operato per il riconoscimento dell’Islam francese, per poi alienarsi il consenso di larga parte di questo elettorato con le sue sterzate repressive sul fronte dell’immigrazione e delle banlieues. In realtà il rapporto tra l’ex ministro dell’Interno e i musulmani è sempre stato ambiguo e spesso legato ad un opportunismo elettorale che gli ha messo contro prima i repubblicani e poi i musulmani stessi.

È vero infatti, ad esempio, che Sarkozy è stato uno degli artefici della creazione nel 2003 del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm); per meglio controllare la comunità islamica, dice lui; per assicurarsi il voto della numerosa immigrazione di prima e seconda generazione, dicono i suoi avversari. Fatto sta che dopo le critiche che si era attirato concedendo alla fondamentalista Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (Uoif) di far parte del Consiglio, Sarkò ha smesso di frequentare troppo il Cfcm. Anzi, ha fatto di più. Al recente processo intentato dal Consiglio contro il direttore di Charlie Hebdo, un settimanale satirico che lo scorso anno aveva pubblicato le vignette satiriche su Maometto, il candidato della destra ha preso posizione contro la sua stessa creatura. Gli elettori erano per la libertà d’espressione e in campagna elettorale, si sa, non si contraddice il popolo sovrano.

Il Sarkò candidato ha smesso di lusingare l’elettorato islamico come aveva cercato di fare il Sarkò ministro. In questa campagna, ad esempio, ha smesso di parlare di quello che in altri tempi era stato il suo cavallo di battaglia, ossia la revisione della legge sulla laicità. Approvata nel 1905, separa nettamente Stato e Chiesa e tra l’altro interdice il finanziamento pubblico dei luoghi di culto. Il ministro aveva pensato di ritoccare il principio della separazione per versare un contributo per la costruzione delle moschee. Per averne un ritorno elettorale, dicono gli avversari; per impedire che i soldi arrivino dall’estero, dice Sarkozy. La polemica, insieme alla sua presa di posizione a favore della “discriminazione positiva”, gli era comunque costata l’etichetta di “comunitarista” e nella Republique gli elettori sono repubblicani. Di queste vecchie proposte oggi infatti non c’è quasi più traccia.

Anche quando il governo di Jean Pierre Raffarin aveva fatto approvare la legge che interdiceva il velo islamico a scuola, il ministro aveva voluto mandare un segnale alla comunità musulmana indignata e aveva nominato “il primo prefetto musulmano”. Solo che poi la sua politica muscolosa verso l’immigrazione gli ha rivoltato contro l’immigrazione stessa. Le banlieues ne sono il simbolo evidente. Sulle periferie, dove alla questione sociale si salda quella religiosa e migratoria, Sarkò ci è andato con la mano pesante fino a promettere che le avrebbe liberate dalla “feccia”. Era l’autunno del 2005 e la frase del ministro fu una delle cause che accese le rivolte. Oggi che è candidato, Sarkozy ha smorzato i toni del suo discorso sulle banlieues e sui giovani di seconda o terza generazione che ci vivono, ma non ha cambiato registro sull’immigrazione.

Nella sua agenda di candidato l’ex ministro ha inserito una fitta serie di spostamenti in giro per i quattro angoli del paese, ma per paura di essere contestato non è ancora riuscito ad organizzare, pur avendolo promesso e annunciato, neanche un piccolo incontro in periferia. I suoi sfidanti nella corsa all’Eliseo invece non fanno che moltiplicare la loro presenza in banlieue per marcare la differenza con l’ex “primo poliziotto di Francia”. Certo dire che i musulmani o gli immigrati di tutte le generazioni non voteranno il candidato dell’Ump è un po’ troppo, ma si può affermare con certezza che la sua immagine di ex ministro dell’Interno sia quantomeno compromessa presso di loro.